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Al recente congresso nazionale SCIVAC di Rimini il Prof. Federico Fracassi, nostro consulente in endocrinologia e medicina interna, ha tenuto una lezione di aggiornamento sull’ipertiroidismo felino, sottolineando sia le conoscenze ormai consolidate, sia quelle più recentemente acquisite. Ecco di seguito i punti salienti della sua presentazione:

 

1) Eziopatogenesi: l’ipertiroidismo è emerso come problema clinico negli ultimi decenni, divenendo la più comune endocrinopatia felina. Ma quali sono le ragioni? La semplice aumentata capacità dei veterinari di rilevarlo non spiega da sola questa elevata incidenza. Sono stati individuati possibili fattori alimentari (diffusione di diete commerciali industriali in scatola,  presenza di isoflafoni, ecc.), mutazioni genetiche del gene che codifica per il recettore del TSH a livello di tireociti e possibili effetti legati a sostanze contaminanti ambientali poli-clorinate e poli-brominate presenti nell’ambiente domestico.

 

2) Presentazione clinica: sebbene nel corso dei decenni i sintomi clinici classici non siano cambiati (presenza di nodulo/i tiroidei, PU/PD, dimagrimento, polifagia, sviluppo di cardiopatie, ecc.), la diagnosi precoce ha modificato la frequenza con la quale tali sintomi si rilevano. Oggi, infatti, ogni volta che si valuta un gatto adulto/anziano, l’ipertiroidismo viene incluso nelle diagnosi differenziali; inoltre,  la diffusione dello screening ormonale mediante misurazione del T4 ha reso molto semplice l’effettuare una diagnosi rapida.

 

3) Diagnosi: il cardine della diagnosi resta la misurazione del T4 totale, che continua a mantenere il miglior compromesso tra sensibilità e specificità, anche se la scintigrafia rappresenterebbe il gold-standard diagnostico. Recentemente è stata indagata anche la misurazione del cTSH che nel gatto ipertiroideo pre-terapia risulta quasi sempre indosabile. Un valore di cTSH rilevabile deve mettere fortemente in dubbio la diagnosi di ipertiroidismo.

 

4) Terapia: la terapia d’elezione sarebbe quella mediante iodio radioattivo, ma l’elevato costo della procedura e la scarsità di strutture che lo possono effettuare in Europa, rende questa procedura poco praticabile in Italia. La terapia medica con prodotti anti-tiroidei (es. metimazolo/carbimazolo) resta quindi la procedura più diffusa e facile da proporre. La chirurgia può essere una opzione valida, soprattutto in caso di adenomi solitari, ma bisogna considerare i rischi chirurgici e soprattutto le complicanze relative alla possibile rimozione delle paratiroidi e allo sviluppo di ipoparatiroidismo e ipotiroidismo iatrogeno. Infine la dieta commerciale Y/D di Hill’s è un’altra opzione, ma deve essere somministrata in maniera assolutamente esclusiva e in base alle esperienze dell’autore è più difficile mantenere il controllo dell’ipertiroidismo. Il monitoraggio terapeutico si basa sulla misurazione del T4 totale, e recentemente è stata proposta anche la misurazione del cTSH, utile per svelare pericolose condizioni di ipotiroidismo iatrogeno.

 

 



  • Creato il: 2018-06-04 - 06:20:31
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: HormoneBlog

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