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Nelle nostre consulenze, ci capita spesso di commentare casi clinici nei quali alcuni esami diagnostici sono stati eseguiti dopo una terapia. Purtroppo, in molti casi, quest’ultima può rendere gli esiti delle indagini del tutto incomprensibili ed inutili. Vi faccio solo alcuni rapidi esempi:

1) Avete un sospetto di linfoma ma nel frattempo avete somministrato cortisonici al paziente: se cercherete di fare delle citologie dagli organi colpiti, è molto probabile ottenere dei campioni non diagnostici, in quanto le cellule linfomatose sono molto sensibili a questi farmaci, che sono a tutti gli effetti dei deboli chemioterapici. Il risultato sarà probabilmente un campione contenente cellule litiche non riconoscibili (vedi immagine a fianco). Sarete costretti a sospendere la terapia, aspettare giorni preziosi e dover poi ripetere il campionamento.

2) Avete un sospetto di Addison, ma anche in questo caso, durante le terapie di emergenza, avete somministrato cortisonici. Anche in questo caso, se non avete avuto l’accortezza di usare il desametazione come farmaco di emergenza, fare un test di stimolazione con ACTH può diventare un problema. Infatti qualsiasi cortisonico (ad eccezione del desametasone) viene misurato come se fosse cortisolo all’esame ormonale, e vi darebbe quindi dei risultati falsamente aumentati. Non solo. Se la terapia cortisonica è stata effettuata per parecchi giorni, diventa poi difficilissimo distinguere un vero Addison da una atrofia corticosurrenalica indotta dallo stesso cortisone. Dovrete sospendere la somministrzione di cortisonici per tempi non ben stabiliti (alcune settimane), e riprovare a fare il test, con rischi non indifferenti per il paziente, nel caso in cui avesse davvero un Addison.

3) Avete un animale azotemico, disidratato, avete fatto tutti gli esami del sangue ma avete iniziato una fluido-terapia prima di raccogliere le urine. Anche in questo caso può diventare più complicato stabilire l’origine dell’azotemia, in quanto l’esame delle urine viene inficiato dai fluidi somministrati.

4) Avete un paziente con presunti problemi emostatici/coagulativi ma avete somministato subito la vitamina K prima di eseguire un prelievo per un profilo coagulativo. Anche qui, se il paziente era effettivamente avvelenato con rodenticidi, fare la diagnosi diventa complicato perché la vitamina K fa rientrare rapidamente i tempi di coagulazione, anche dopo la prima somministrazione. Confermare il vostro sospetto a questo punto è davvero difficile, perché dovrete prendervi il rischio di sospendere la terapia e controllare molto strettamente se la coagulazione si scompensa nuovamente.

Potrei fare numerosi altri esempi come questi. In generale, quando siamo di fronte ad un dilemma diagnostico, dobbiamo imparare sempre a chiederci: prima di fare le terapie del caso, ho raccolto tutti i dati necessari per la diagnosi? Le terapie che sto iniziando, mi potranno inficiare l’iter diagnostico?

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-07-16 - 07:47:35
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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L’analisi della proteinuria attraverso la misurazione del rapporto PU/CU è un ottimo strumento per quantificare le proteine totali urinarie ma non fornisce informazioni sul tipo di proteine presenti. Valutare le componenti proteiche che, caso per caso, sono responsabili dell’aumento quantitativo della proteinuria è uno step complementare alla valutazione con PU/CU ed è di aiuto nell’identificazione delle parti del rene e del nefrone maggiormente compromessi e nella stima della gravità del danno renale. 

Il metodo di laboratorio più diffuso e utile a questo scopo è l’elettroforesi su gel di agar (agar gel electrophoresis, AGE). Con questa metodica le proteine urinarie sono pretrattate con SDS (Sodio Dodecil Solfato) e fatte migrare attraverso il gel. Vengono quindi separate progressivamente solo in base al loro peso molecolare e, dopo specifica colorazione, sono visibili come bande colorate sul gel. 

Come si vede nell'immagine sottostante, le bande dei singoli campioni (le pime quatro strisciate partendo da sinistra) vengono confrontate con un marker di peso molecalre (le bande ben definite sulla destra) che serve per capire quale siano le dimensioni delle varie proteine nei campioni analizzati.

È così possibile classificare la proteinuria come glomerulare, tubulare o mista.

La presenza di albumina e di bande di alto peso molecolare (ossia di proteine di peso superiore all’albumina, equivalente a circa 68 kDa) è indicativa, in un soggetto proteinurico, di danno glomerulare. Più grave è il danno glomerulare, maggiore sarà il peso molecolare delle proteine perse e delle bande elettroforetiche corrispondenti. In diversi studi condotti su cani con patologie renali di diversa natura, la sensibilità dell’SDS-AGE per l’identificazione di danni glomerulari, anche quando confrontata con l’istopatologia, è risultata essere molto elevata (da 94 a 100%). Ciò conferma come l’SDS-AGE sia un valido test di screening per il danno glomerulare, soprattutto nei cani con proteinuria borderline (PU/CU compreso tra 0.2 e 0.5). Al contrario, la specificità risulta essere bassa (da 40% a 74%) e ciò è in parte dovuto alla presenza, sia nel cane che nel gatto, di proteine di peso molecolare superiore all’albumina che sono normalmente presenti nelle urine: le principali sono l’uromodulina (una proteina ad azione prevalentemente protettiva del tratto urinario) e la cauxina (un enzima responsabile della produzione di feromoni urinari). Proprio per la fisiologica presenza di queste proteine nelle urine e per la possibile minima presenza di albumina nei soggetti non nefropatici, è importante fare attenzione a non interpretare come glomerulopatici i soggetti non proteinurici (falsi positivi) e, pertanto, è consigliato restringere l’utilizzo dell’SDS-AGE nei pazienti con PU/CU >0.2. . Inoltre, quando la situazione clinica lo richiede e lo permette, è sempre buona norma confermare i risultati di laboratorio con l’esame bioptico del parenchima renale poiché solo il patologo sarà in grado di caratterizzare il tipo di malattia (es.: glomerulonefrite vs glomerulosclerosi/amiloidosi). Le metodiche elettroforetiche urinarie, quindi, non rappresentano un sostituito all’esame istopatologico, ma solo un aiuto per il clinico.

La presenza di bande di basso peso molecolare (peso inferiore al peso dell’albumina) suggerisce la presenza di danno tubulare. Anche in questo caso, è stata descritta una sensibilità dell’SDS-AGE elevata nell’identificare il danno tubulare. Nel cane nefropatico cronico, l’elettroforesi delle proteine urinarie può essere utile anche per stimare la gravità del danno tubulare: in caso di presenza di bande elettroforetiche corrispondenti a proteine con peso molecolare molto basso (nell’ordine dei 12-15 kDa) o in caso di presenza di bande tubulari più intense e/o numerose, il danno tubulare è più grave. Nel gatto, recentemente è stata descritta l’associazione tra la presenza di bande tubulari e la nefropatia cronica, coerentemente con il carattere prevalentemente tubulo-interstiziale della nefropatia cronica idiopatica felina. Inoltre, tale associazione può essere considerata valida non solo nei pazienti con proteinuria conclamata, ma anche nei soggetti con proteinuria borderline (PU/CU compreso tra 0.2 e 0.4). Perciò, utilizzando la metodica SDS-AGE, l’identificazione di bande tubulari in gatti con proteinuria persistentemente borderline, può supportare la diagnosi di proteinuria di origine renale in una fase precedente alla proteinuria conclamata (PU/CU >0.4) e, di conseguenza, potrebbe supportare il trattamento antiproteinurico.

Nonostante sia nel cane che nel gatto con nefropatia cronica, i pattern semplici glomerulare o tubolare possano essere rilevati, soprattutto nelle fasi iniziali della nefropatia, il pattern più frequentemente riscontrato in animali con significativa proteinuria (es.: PU/CU >2) è quello misto tubulare-glomerulare, a conferma del fatto che in corso di danno renale sia la componente glomerulare che quella tubulare vengono contemporaneamente e reciprocamente coinvolte. E' evidente nell'esempio nella figura, nei campioni 1 e 3 da sinistra. In questi casi in cui il PU/CU risulta evidentemente elevato (>2-3), l’utilità dell’elettrofersi delle proteine urinarie è pertanto ridotta, poiché in questi casi vi è quasi sempre un coinvolgemento globale del nefrone e l’SDS-AGE non aggiungerebbe molte informazioni cliniche utili ala sola misurazione del PU/CU.

Marco Giraldi, Staff di MYLAV



  • Creato il: 2019-07-10 - 20:49:46
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Biochimica clinica

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Capita spesso di commentare esami di laboratorio in pazienti in terapia e/o in follow-up, che effettuano un monitoraggio clinico per le condizioni più disparate. La valutazioni di alcuni valori di laboratorio è essenziale per il clinico al fine di poter gestire il paziente, modificare le terapie in atto, valutare la prognosi e programmare i controlli nel tempo. Tuttavia mi rendo conto, facendo il consulente, di come i clinici spesso siano all’oscuro di alcuni aspetti analitici che possono inficiare tutta la loro buona volontà nell’eseguire un corretto monitoraggio.

Le misurazioni che vengono effettuate in laboratorio infatti, anche quelle con la maggiore accuratezza possibile, non sono sempre così semplici da confrontare tra loro. Facciamo alcuni esempi pratici:

1) Un paziente con insufficienza renale cronica, a cui misuro regolarmente la creatinina

2) Un paziente con una patologia renale proteino-disperdente, a cui misuro regolarmente la proteinuria mediante il rapporto PU/CU

3) Un paziente con diabete mellito, a cui controllo frequentemente glicemia e fruttosamine

4) Un paziente con leishmaniosi, a cui controllo il titolo sierologico

Ovviamente potrei andare avnti all’infinito, perché lo facciamo tutti i giorni e per numerosissime condizioni patologiche che richiedano un minimo di controllo nel tempo.

Purtroppo non teniamo conto di un aspetto analitico che, se è ovvio per il patologo clinico, non lo è altrettanto per un clinico, internista, chirurgo, dermatologo e quant’altro. Ovvero che: qualsiasi cosa che misuriamo in laboratorio ha una variabilità analitica, che dipende dalle performance del metodo di misura. Queste performance possono essere molto differenti per via della tecnica utilizzata: per esempio misurare in spettrofotometria la creatinina o la glicemia, ha una precisione analitica superiore a quella di una metodica immuno-turbidimentrica utilizzata per altri analiti, come le proteine di fase acuta. Abbiamo sottolineato più volte come metodiche sierologiche basate su ELISA quantitativo siano più accurate, in quanto più precise ed oggettive, rispetto all’immuno-fluorescenza. Oltre a questa variabilità analitica intrinseca alla metodologia usata, esiste poi una variabilità tra medoti, kit, strumenti e quindi laboratori differenti. Ci vengono spesso sottoposti in consulenza, esami di controllo fatti con metodi completamente diversi, per es. una creatinina misurata con strumenti di chimica secca “in-clinic” e confrontata con quella misurata in laboratori commerciali differenti. Oppure, peggio ancora, una sierologia misurata con metodiche diverse in laboratori differenti. Anche in questo caso potrei farvi esempi per ore.

Ebbene, questo approccio è molto criticabile e poco scientifico, perché non tiene conto della variabilità analitica, che per alcuni test di laboratorio può essere molto pesante e condizionare di conseguenza le vostre scelte cliniche.

Per cui , se posso dare un consiglio spassionato, quando dovete effettuare un monitoraggio nel tempo, assicuratevi che la metodica scelta sia sempre la stessa ed effettuata sempre nel vostro laboratorio di fiducia, che possa garantirvi inoltre degli standard di qualità elevati.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-07-01 - 08:13:15
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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In quest’ultima puntata dedicata alla spiegazione dei nostri emogrammi, ci occuperemo della parte più ostica, quella colonna centrare che raccoglie tutti i dati relativi alla valutazione dei reticolociti (vedi screenshot a sinistra). Va premesso che per molti di questi dati numerici non esistono consistenti informazioni in letteratura per il cane ed ancora meno per il gatto, per cui la loro interpretazione va fatta con cautela.

Lo strumento da noi utilizzato (ADVIA 2120) processa i reticolociti colorandoli con uno speciale reagente (oxazina 750) che si lega all’RNA contenuto nel loro citoplasma: quando vengono passati al lettore laser, i reticolociti vengono idetificati e distinti dagli altri eritrociti maturi, in quanto assorbono più luce e hanno fluorescenza proporzionata a tale assorbimento.

Quindi scendendo dall’alto verso il basso nella colonna centrale, dopo la quantificazione percentuale ed assoluta dei reticolociti (di cui abbiamo già parlato in una precedente puntata), incontriamo la quantificazione in base a questo principio discriminatorio.

Così come per gli eritrociti maturi, anche i reticolociti possono infatti venir analizzati in base al loro volume, al loro contenuto e concentrazione in emoglobina e alla quantità di RNA (con alta fluroescenza sono quelli più giovani e con più RNA, con bassa fluorescenza sono quelli che stanno maturando a eritrociti normai e hanno quindi meno RNA). Le lettere L (“Low), M (“Medium”) ed H (“High”) stanno proprio ad indicare la distribuzione percentuale e i valori assoluti di queste tre frazioni di reticolociti. Tendenzialmente possiamo presupporre che più sono numerosi quelli ad elevata fluorescenza, più significa che il midollo sta producendo attivamente giovani eritrociti e viceversa. Questo dato viene chiamato “Immature Reticulocyte Fraction” (IRF) e prende per l’appunto in considerazone la frazione di reticolociti ad alta (IRF-H) e media/alta (IRF-H+M) fluorescenza ripetto al numero di reticolociti totali.

Scendendo ulteriormente la colonna centrale, incontriamo i valori degli indici eritrocitiari divisi per popolazioni. Lo strumento è infatti in grado di rielaborare tutti gli indici eritrocitari (MCV, MCH, MCHC, CH, ecc.) che troviamo anche nella colonna a sinistra (nella quale, come spiegato in un blog precedente, sono riferiti a tutti gli eritrociti complessivi). In questo caso però gli indici vengono analizzati suddividendoli tra gli eritrociti maturi (quelli indicati con la lettera “m”) e i reticolociti (indicati con la lettera “r”). I valori indicati con la lettera “g” (gated) sono invece riferiti alla popolaziojne eritrocitaria totale analizzata, e sono approssimativamente molto simili a quanto riportato nella colonna sinistra. Tra questi indici, troviamo alcuni interessanti dati, in quanto abbiamo alcuni riferimenti bibliografici per la specie canina. In particolare è stato osservato in alcuni studi, che in corso di anemia da carenza di ferro in fase iniziale, prima che diminuiscano i valori assoluti di MCV, MCH ed MCHC, tendono a ridursi precocemente i corrispondenti valori reticolocitari, in particolare l’MCVr, il CHr e il CHCMr. Quindi bisogna incominciare ad abituarsi a controllare questi indici nei cani anemici per verificare se stanno andando incontro ad una carenza iniziale di ferro.

Infine, gli ultimi indici (% Micro_g, % Micro_r, ecc.) stanno ad indicare le frazioni delle diverse popolazioni (totali, maturi e reticolociti) che sono più piccoli, più grandi, con più o meno emoglobina rispetto a determinati valori soglia. Danno pertanto una idea di come sono ditribuite tra loro le diverse frazioni di globuli rossi nel campione analizzato.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-06-24 - 12:23:21
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Ci capita spesso di ricevere richieste di consulenza sul morbo di Addison. La conferma diagnostica di questa malattia è relativamente semplice, basandosi sul test di stimolazione con ACTH. Più complessa può essere invece la gestione terapeutica, sia in emergenza, che nel lungo termine.

Grazie al Prof. Fracassi e ai colleghi del suo staff dell'Università di Bologna, vi alleghiamo un esaustivo documento in PDF che potete liberamente scaricare, nel quale sono ampiamente descritte tutte le procedure terapeutiche più aggiornate.

Buona lettura, Walter Bertazzolo & Federico Fracassi.



  • Creato il: 2019-06-17 - 08:52:37
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: HormoneBlog

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L’anemia emolitica immuno-mediata  (AEIM) è una patologia comune nel cane, con elevati tassi di mortalità, in parte legati anche agli effetti collaterali dei farmaci che vengono utilizzati per cercare di annullare la risposta auto-immune contro gli antigeni eritrocitari. Recentemente, sul Journal of Veterinary Internal Medicine (Swann et al, JVIM 2019; 33: 1141-1172), sono state pubblicate le linee guida per la diagnosi e la terapia di questa patologia. Nel blog precedente abbiamo discusso gli aspetti diagnostici, vediamo ora di affrontare quelli terapeutici nella specie canina. Riportiamo qui gli aspetti principali, rimandando gli interessati a consultare direttamente la pubblicazione originale per i dettagli (vedi PDF allegato).

1) Tempistica del trattamento: i trattamenti devono essere iniziati appena terminata la raccolta di tutti i dati diagnostici, in particolare quelli di laboratorio, in modo da non inficiare la diagnosi e di avere nel contempo un intervento quanto più tempestivo possibile.

2) Utilizzo della trasfusione di eritrociti concentrati (o in alternativa di sangue intero): l’utilizzo di RBC concentrati deve essere preferito in quanto i pazienti con AEIM sono normo-volemici e possono andare incontro ad ipervolemia se trattati con sangue intero. La trasfusione è consigliata allorché siano presenti chari disturbi riferibili a una ridotta ossiginazione dei tessuti e devono quindi essere decisi di caso in caso, in base alla velocità del processo emolitico, alle condizioni cliniche del paziente, alla presenza di iperlattatemia, ecc. Non vengono quindi consigliati dei valori limite di ematocrito al di sotto dei quali la trasufusione è consigliata, in quanto non sono applicabili a tutti i casi. Gli eritrociti concentrati non devono avere più di 7-10 giorni di età, per ridurre il rischio di reazioni emolitiche trasfusionali. L’utilizzo di eritrociti concentrati deve essere preferito alle soluzioni emoglobiniche in quanto queste possono causare più reazioni avverse. Si sconsiglia l’uso di plasma fresco per il trattamento della eventuale coagulazione intravasale disseminata (DIC).

3) Trattamenti immunosoppressivi: sono alla base della terapia delle AEIM, di seguito un riassunto dei farmaci consigliabili.

a) Corticosteroidi: si raccomanda prednisone PO a 2-3 mg/kg die in singola somministrazione o diviso in due somministrazioni. Per i cani >25kg si consigliano 50-60 mg/m2 die. Se il paziente inizialmente non riesce ad assumere farmaci PO, si consiglia di inziare con desametazone a 0,2-0,4 mg/kd die per IV. Non si consigliano dosaggi superiori in quanto si può indurre semplicemente un aumento degli effetti collaterali ma non effetti benefici garantiti. Il dosaggio del cortisonico andrebbe ridotto dopo 1-2 settimane se ha dato un effetto benefico.

b) Il trattamento cortisonico va ridotto del 25% allorché l’ematocrito>30% per almeno 2 settimane dopo l’inizio del trattamento e sono migliorati gli indicatori di emolisi (sferocitosi, bilirubinemia) e rigenerazione. Si suggerisce di ridurre ulteriormente la dose del 25% ogni 3 settimane sempre in caso di condizioni stabili. Se il cane assume un secondo immuno-soppressore, questo non va ridotto ma si deve ridurre del 50% il dosaggio del cortisonico. I trattamenti complessivamente dovrebbero durare 3-6 mesi (per i cortisonici) e 4-8 mesi (in caso di utilizzo di un secondo farmaco non steroideo).

c) I farmaci alternativi o in associazione ai cortisonici sono:

  1. Azatioprina: 2 mg/kg o 50 mg/m2 PO ogni 24h, per 2-3 settimane. Successivamente la dose va ridotta somministrandola a giorni alterni
  2. Ciclosporina: 5 mg/kg PO ogni 12h
  3. Micofenolato: 8-12 mg/kg PO ogni 12h
  4. Leflunomide: 2 mg/kg PO ogni 24h
  5. L’evidenza scientifica relativa ai reali vantaggi dell’utilizzo di questi farmaci è tuttavia molto debole. Si sconsiglia fortemente l’utilizzo di ciclofosfamide.
  6. Immunoglobuline per IV: sono consigliate solo in caso di mancata risposta ai trattamenti convenzionali e solo come emergenza (trattamento salvavita), non come trattamento di mantenimento.
  7. L’utilizzo di 3 o più trattamenti immuno-soppressivi è sconsigliato

d) Si suggerisce un ulteriore immuno-soppressivo oltre al cortisonico in caso di:

  1. La situazione del paziente è gravissima
  2. L’ematocrito si riduce >5% al giorno per i primi 7 giorni, a dispetto del trattamento corticosteroideo
  3. Il paziente è mantenuto in vita con continue trasfusioni
  4. L’animale sviluppa gravi effetti collaterali indotti dai cortisonici

Valori elevati di urea e bilirubina sono sconsiderati fattori prognostici negativi durante il trattamento. Si suggerisce di controllare l’emogramma ogni 1-3 settimane durante il mantenimento, per decidere gli eventuali cambiamenti di dosaggio dei farmaci immuno-soppressori.

4) Controllo degli effetti collaterali: si consiglia l’esame urine ogni 8-12 settimane per verificare l’eventuale comparsa di infezioni del tratto urinario per i cani che assumono cortisone. Valutare inoltre tutti gli altri possibili effetti secondari (alterazioni cutanee, polipnea, problemi gastroenterici, insorgenza di diabete, ecc.). Per i cani che assumo azatioprina, si consiglia un profilo ematobiochimico ogni 2 settimane: la mielosoppressione e l’epatotossicità possono essere infatti gravi. Per la ciclosporina, gli effetti principali sono i problemi gastroenterici e l’iperplasia gengivale. La somministrazione di ciclosporina congelata o con il cibo, riduce gli effetti gastroenterici. Per il micofenolato, si valutino gli effetti gastroenterici e si monitori l’emogramma ogni 2-3 settimane. La presenza di problemi enterici è solitamente dose-dipendente e migliora con la riduzione del dosaggio.

In caso di mielosoppressione, il farmaco responsabile deve essere immediatamente sospeso.

5) Gestione delle recidive: si riportano fino al 15% di possibilità di recidiva. Questa può avvenire durante la terapia di mantenimento: la dose dei farmaci deve essere rialzata e/o nuovi immuno-soppressori introdotti. E’ importante escludere fattori scatenanti secondari (come già visto per l’approccio diagnostico), quali trattamenti immunizzanti, farmaci, infezioni, neoplasie. In casi refrattari può essere consigliabile la splenectomia, ma l’evidenza scientifica è debole a riguardo.

6) Farmaci antitrombotici: tutti i cani con AEIM dovrebbero ricevere tali trattamenti preventivi, ad eccezione di quelli gravemente trombocitopenici (<30.000 PLT/uL). Esiste infatti una forte evidenza scientifica che la mortalità è dipendente da trombosi/DIC in corso di AEIM. La terapia andrebbe iniziata alla diagnosi e continuata fino alla sospensione di tutti i trattamenti cortisonici, sebbene sia più importante nelle prime 2 settimane di trattamento a dosaggio pieno. I farmaci anticoagulanti devono essere preferiti a quelli antiaggreganti piastrinici. La prima scelta cade quindi sulle eparine. Come seconda scelta il clopidogrel e l’aspirina. Nell'immagine seguente uno schema delle eparine consigliate:

Altre raccomandazioni più specifiche sono riportate nell’articolo originale, che vi alleghiamo in PDF, che contiene inoltre alcuni algoritmi e tabelle molto utili.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV

 

 



  • Creato il: 2019-06-10 - 11:22:24
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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La prestigiosa rivista Journal of Veterinary Internal Medicine ha recentemente pubblicato le linee guida per la diagnosi ed il trattamento dell'anemia emolitica immuno-mediata (AEIM) del cane e del gatto. Parliamo oggi degli aspetti diagnostici, focalizzando la nostra attenzione sui punti più importanti della pubblicazione. Per chi volesse leggerla integralmente, vi alleghiamo il PDF originale che potete anche scaricare liberamente dal sito della rivista.

C'è da sottolineare che queste linee guida riguardano solamente le forme di AEIM (rigenerative e non) che hanno comunque come target gli eritrociti maturi e non le forme immuno-mediate che hanno invece come target i precursori midollari.

Un secondo aspetto da sottolineare è che non viene riconosciuto un singolo gold-standard per la diagnosi di AEIM. Si sottolinea invece che la diagnosi deve basarsi su diversi rilievi clinicopatologici (vedi algoritmo sotto, tratto dall'articolo allegato), oltre che sulla risposta ai trattamenti specifici.

Il principale criterio ematologico morfologico è la presenza di una consistente sferocitosi, da valutare in una porzione dello striscio ben preparata ed in monostrato, nel quale ci siano almeno >3-5 sferociti per campo ad immersione a 1000x.

La ricerca di immunoglobuline adese sulla superficie degli eritrociti può essere ricercata mediante il test dell'autoagglutinazione (con sangue diluito con un eccesso di fisiologica), mediante il Coomb's test o la citofluorimetria, in ordine decrescente di accuratezza diagnostica.

L'emolisi alla base della patogenesi dell'AEIM è confermata dalla presenza di ittero, iperbilirubinemia, bilirubinuria ed eventualmente emoglobinuria (in caso di emolisi intravasale).

Infine in questa review sistematica della letteratura, si è cercato anche di capire se ci fossero dei possibili fattori scatenanti o comorbidità particolarmente associate nalle AEIM del cane del gatto, che potessoro quindi giocare un ruolo eziopatogenetico. Dai dati piubblicati nell'articolo, sembra che solo le malattie infettive e il trattamento con farmaci (in particolare alcuni antibatterici nel cane) possono favorire l'innesco della malattia autoimmune. Tuttavia, tra le malattie infettive, solo Babesia gibsoni nel cane e Mycoplasma haemofelis nel gatto sembrano davvero essere implicate nella AEIM. Tutte le altre comorbidità (infettive, farmacologiche/vaccinali, neoplastiche o patologie di varia natura) non sembrano invece essere potenzialmente responsabili di AEIM.

Parleremo settimana prossima degli aspetti terapeutici.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV.

 



  • Creato il: 2019-06-03 - 22:06:48
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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E' stato un congresso SCIVAC di Rimini di grande successo e con grande affluenza di pubblico. Sale spesso piene, anche troppo mi verrebbe da dire...in molti casi non era nemmeno più possibile entrarci. Stand degli spazi commerciali affollati come non si vedeva da molto tempo. Tantissimi giovani. Insomma un bel congresso davvero.

MYLAV era presente con il suo team commerciale e scientifico al gran completo. 

Sabato pomeriggio abbiamo tenuto una relazione su un argomento sempre più sentito nella medicina umana e veterinaria: la batteriologia e la gestione delle infezioni con gli antibatterici. Sul palco abbiamo alternato un microbiologico clinico (la nostra responsabile di settore Marta Medardo) e due clinici (Federico Leone e Francesco Dondi) che hanno relazionato sulle procedure corrette per una esecuzione dell'esame batteriologico e sulla gestione clinica delle infezioni cutanee e delle vie urinarie.

Per chi volesse, vi allego un estratto in PDF delle slides dei colleghi, che potete liberamente scaricare.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-05-27 - 07:54:09
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Eventi

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Vi proponiamo un CytoQuiz relativo ad un caso molto inusuale. Si trattava di un gatto adulto con pancitopenia all'esame emocromocitometrico (neutropenia, anemia poco rigenerativa e piastrinopenia). Il gatto mostrava inoltre una grave iper-proteinemia con un tracciato elettroforetico come da immagini. Nel PDF allegato trovate infatti alcune immagini rappresentative dello striscio e il tracciato in elettroforesi capillare delle sieroproteine.

Circa il 10% delle cellule circolanti mostrava un aspetto come da immagini:

1) come definite il tracciato delle sieroproteine?

2) che origine potrebbero avere le le cellule delle immagini?

3) quale ipotesi diagnostica potreste emettere?

4) quali altre indagini proporreste ai proprietari per giungere ad una diagnosi definitiva?

Tra pochi giorni vi risponderemo alle varie domande nei commenti sottostanti.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-05-19 - 19:29:23
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

Commenti: 3
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 24/05/2019 - 15:30:41
    Cari colleghi, ecco le risposte alle domande: 1) il tracciato è tipico di una gammopatia monoclonale 2) le cellule mostrate nelle immagini hanno aspetto linfo-plasmacitoide 3) l'ipotesi più plausibile…
  • immagine di Sira
    Sira   veterinario  ha scritto: 20/05/2019 - 18:58:50
    Picco monoclonale delle gamma che considerando l’aspetto delle cellule allo striscio depone per un sospetto plasmocitoma. Aspirato midollare Per valutare coinvolgimento della sede da parte della neoplasia…
  • immagine di Cinzia Platè
    Cinzia Platè  veterinario  ha scritto: 20/05/2019 - 17:26:46
    picco monoclonale nelle gamma sospetto plasmocitoma citologia midollare
Leggi tutto

E' una elle consulenze che riceviamo più spesso: ho fatto un profilo coagulativo, magari anche banalmente un prechirurgico in un animale apparentemente sano, è ho la coagulazione con alcuni valori alterati. Che faccio?

Ebbene prima di pensare che il vostro paziente abbia una qualche forma di coagulopatia congenita o acquisita, è molto importante essere certi che i risultati anomali ottenuti non siano il risultato di problematiche preanalitiche, molto comuni nella coagulazione.

Ad esempio:

1) Hai avuto problemi durante il prelievo di sangue? (per esempio hai impiegato troppo tempo, hai eseguito una emostasi eccessiva, ecc.)

2) hai controllato che le provette usate siano effettivamente adatta per il profilo coagulativo? devono avere un rapporto tra anticoagulante e sangue pari a 1:10

3) hai controllato di aver messo la giusta quantità di sangue nella provetta dedicata?

4) hai separato in tempi sufficientemente brevi il plasma citrato o te lo sei scordato nella centrifuga?

5) hai conservato il plasma a temperatura ambiente o in congelatore? se lo hai messo semplicemente in frigor a 4°C è possibile purtroppo avere allungamenti artificiosi dei tempi di coagulazione, in particolare dell'aPTT. Per analisi eseguibili in 24h la temperatura ambiente è l'ideale, ma se necessiti di conservare il campione per più tempo è meglio congelarlo.

6) nel dubbio di possibili errori preanalitici, riprova a fare la coagulazione, per verificare se quelle alterazioni sono consistenti e costanti.

Solo se tutti questi aspetti preanalitici sono stati verificati e rispettati, puoi iniziare davvero a ricercare un problema clinico.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-05-13 - 07:35:39
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Molti clinici ci chiedono se siano meglio gli acidi biliari sierici pre e post-prandiali oppure quelli urinari. Prima di cercare di rispondere a questa domanda, bisogna fare alcune premesse:

1) La concentrazione degli acidi biliari viene utilizzata dai clinici come test specifico di funzione epatica, ma bisogna ricordarsi che la loro concentrazione dipende anche da eventuali problemi gastroenterici (come il malassorbimento, la disbiosi, ecc.), in quanto nel metabolismo degli acidi biliari, gioca un ruolo fondamentale il ricircolo portale entero-epatico e la metabolizzazioni di queste molecole da parte dei batteri intestinali. Pertanto una inaspettata alterazione nella loro concentrazione potrebbe dipendere anche da eventuali problematiche grastroenteriche.

2) La maggior parte degli animali sani ha concentrazioni di acidi biliari molto basse, ma inspiegabilmente alcuni cani posso avere fisiologicamente dei valori molto più elevati. E’ noto ad esempio come nei maltesi sani sia frequente avere valori di acidi biliari sierici pre e post-prandiali molto elevati (Tisdall et al Aus Vet J 1995). In questi casi può essere davvero difficile stabilire quale cut-off utilizzare per discriminare tra un maltese sano ed uno patologico.

3) Tattandosi di un test di funzione epatica, è plausibile aspettarsi acidi biliari elevati in tutte qulle epatopatie che conducono ad una ridotta funzione epatica. Potranno essere pertanto presenti anche altri riscontri di laboratorio con lo stesso significato (es. ipoazotemia, ipoglicemia, ipoalbuminemia, iperbilirubinemia, ecc). Nelle anomalie vascolari congenite (shunt), l’aumento degli acidi biliari è spesso l’unica alterazione di laboratorio della funzione epatica.

4) Se un animale ha una epatopatia associata ad ittero, testare gli acidi biliari è completamente inutile: verranno elevati sicuramente, in quanto l’iperbilirubinemia causata da patologie epatiche o post-epatiche/ostruttive è associata sicuramente ad un deficit di funzione epato-biliare, non c’è bisogno di confermarlo in altro modo.

5) Quando si dosano gli acidi biliari sierici, è sempre consiglibile fare sia i pre che i post-prandiali. Infatti non è infrequente, ottenere dei valori pre-prandiali molto più elevati dei post-prandiali. Questo può dipendere da una precoce contrazione della cistifellea a digiuno, da concomitanti patologie gastroenteriche, da un alterato svuotamento gastrico, ecc. Misurando solo gli acidi biliari pre-prandiali correremmo il rischio di diagnosticare troppo spesso una insufficienza epatica.

Ma allora quale devo scegliere? Sulla base dei risultati della letteratura, l’accuratezza diagnostica degli acidi biliari sierici (pre e post-prandiali) e di quelli urinari è molto simile. Pertanto molti clinici preferiscono utilizzare le urine, perché hanno il grosso vantaggio di richiedere un solo campionamento, possono essere raccote direttamente dal proprietario e oviamente, trattandosi di una singola determinazione, costano meno. Nell’esperienza di molti internisti tuttavia non è infrequente ottenere valori di acidi biliari urinari border-line, difficili quindi da interpretare.

In generale, io e il team di consulenti internisti di MYLAV, suggeriamo sempre di utilizzare, se possibile, prima gli acidi biliari sierici, sempre facendo pre e post-prandiali per i motivi sopra esposti. Se fosse problematico eseguire due prelievi ematici, i valori urinari possono essere una alternativa valida, tenendo conto di alcune considerazioni importanti:

A) Considerate significativi solo aumenti molto rilevanti della concentrazione urinaria, non fidatevi di piccoli aumenti.

B) Cercate di eseguire la raccolta delle urine dopo 4-8 dal pasto: questo accorgimento aumenta le probabilità di rilevare un aumento significativo in caso di epatopatia (Center 2010, ECVCP Proceedings).

C) Come per molti altri analiti urinari, considerate solo il valore normalizzato in base alla concentrazione della creatinina urinaria, non il valore assoluto.

 

Bibliografia:

Balkman et al (2003). Evaluation of urine sulfated and non-sulfated bile acids as a diagnostic test for liver disease in dogs. JAVMA 222: 1368-1375.

Tisdall et al (1995). Post-prandial serum bile acid concentrations and ammonia tolerance in Maltese dogs with and without hepatic vascular anomalies. Aus Vet J 72: 121-126.

Trainor et al (2003). Urine sulfated and non-sulfated bile acids as a diagnostic test for liver disease in cats. J Vet Intern Med 17: 145-153.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV

 

 

 



  • Creato il: 2019-05-06 - 08:11:52
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Biochimica clinica

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Ci occuperemo oggi di un aspetto molto importante dell’emogramma: ovvero come valutare la rigenerazione.

La valutazione della capacità rigenerativa in corso di anemia è molto importante per il clinico in quanto gli permette di indirizzare il suo iter diagnostico in due opposte direzioni:

  • Forme rigenerative: da perdita ematica o ridotta vita media degli eritrociti (emolisi)
  • Forme non rigenerative: tutte le altre cause di anemia.

Figura: reticolociti colorati con metodo sopravitale (Nuovo Blu di Metilene)

In questo senso la valutazione dell’emogramma, per quel che concerne la componente reticolocitaria, deve essere letta con attenzione tenendo conto di una serie di importanti accorgimenti:

A) Prima di affermare con certezza se una anemia è rigenerativa o meno, sarebbe sempre meglio ricontrollare l’emogramma a distanza di alcuni giorni in caso di una forma apparentemente non rigenerativa. Il midollo infatti necessita almeno 3-5 giorni di tempo, dopo un evento anemizzante, prima di giungere ad una adeguata produzione reticolocitaria. L’andamento della concentrazione di reticolociti nel tempo è quindi molto più importante della singola determinazione.  

B) La rigenerazione può essere valutata con tre diversi numeri: la % di reticolociti (e la sua controparte corretta in base all'ematocrito, il cosidetto CRP - Corrected Reticulocyte Percentage), il numero complessivo di reticolociti/uL e l’indice di produzione reticolocitaria (RPI, Reticulocyte Production Index). Sebbene non esistano dei cut-off assoluti, possiamo affermare che più è alta la quantità di reticolociti (e quindi quanto più alti sono la %, il CRP e l'RPI), più è elevata la spinta midollare e quindi la rigenerazione.

C) Il cane ed il gatto non hanno la stessa capacità di rigenerezione, per cui i termini di riferimento da considerare sono un po' differenti.

D) L’introduzione e la diffusione delle contaglobuli laser ha reso molto più semplice ed accurata la conta reticolocitaria, rispetto ai tradizionali metodi manuali, basati sulle colorazioni sopravitali come il nuovo blu di metilene. Queste ultime avevano infatti una ripetibilità ed una accuratezza complessiva nettamente inferiore, in particolare nel gatto, nel quale la discriminazione tra reticolociti puntati ed aggregati è tutt’altro che agevole e la loro interpretazione molto fuorviante. Per tale ragione noi preferiamo attualmente evitare di suddividere le conte reticolocitarie in puntati ed aggregati nella specie felina, e di affidarci quindi solo alla conta automatica, molto più affidabile.

E) Nel complesso, coi dati attualmente in nostro possesso, possiamo dire che nel cane può essere considerata sicuramente rigenerativa una anemia in cui il numero di reticolociti totali supera i 70.000/uL (se con conta manuale, mentre questo cut-off è probabilmente più elevato se si utilizzano i laser, vedi in particolare i nostri intervalli di riferimento, sebbene non vi siano ancora dati definitivi a riguardo), oppure con un RPI>1. Un recente studio pubblicato da Paltrinieri et al (JAVMA 2016), ha mostrato tuttavia  che l'utilizzo dei valori di riferimento indicati dal laboratorio della % di reticolociti, del numero di reticolociti totali e del RPI quali cut-off per discriminare tra una forma rigenerativa da una non rigenerativa, mostravano una buona specificità ma una sensibilità piuttosto insoddisfacente. Pertanto gli autori dello studio proponevano i seguenti cut-offs in caso di conta laser automatizzata: >2,3% di reticolociti, >86000 reticolociti/uL e RPI >0,4. 

F) Nel gatto invece, in base a un recente lavoro pubblicato da Paltrinieri et al sul Feline Medicine and Surgery (2018), è da considerarsi rigenerativa una anemia con un numero di reticolociti totali > 60.000/uL, una % di reticolociti>3% e un RPI >0,6 (sempre utilizzando il conteggio automatico mediante contaglobuli laser).

Infine, come potete vedere nello screen-shot sopra, ripreso da un nostro normale emogramma, è anche riportato un rapporto tra reticolociti ed nRBC, che dovrebbe essere superiore ad 1. Cosa significa? In condizioni di rigenerazione normale, il midollo immette in circolo elevate quantità di reticolociti ma anche alcuni nRBC, pertanto il rapporto tra questi è solitamente molto superiore ad 1. In fase di rigenerazione iniziale, può invece capitare di avere inizialmente un numero di nRBC eccessivamente alto rispetto ai reticolociti: è una situazione normale dovuta al fatto che il midollo inizialmente rilascia globuli rossi nucleati immaturi per effetto della spinta rigenerativa, che come già sottolineato necessità di almeno 3-5 giorni per ottimizzare la produzione di reticolociti. In alcune condizioni eritrodisplastiche invece (es. nella FeLV del gatto), è comune osservare una persistente condizione anomala, in cui a dispetto di una reticolocitosi pressoché assente, sono presenti in circolo nRBC, per cui questo rapporto è costantemente inferiore ad 1.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-04-29 - 08:37:43
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Vi siete mai chiesti quanto e come può influire la contaminazione ematica al prelievo, sui risultati dell'esame del liquor, in particolare per quel che concerne il numero di RBC, di cellule nucleate e sulla concentrazione proteica?

Non esistono pareri concordi sull'argomento, e diverse fonti bibliografiche riportano metodi di correzione contraddittori su come modificare i risultati del liquor inbase alla quantità di eritrociti presenti nel campione.

Un recente studio pubblicato su Veterinary Clinical Pathology (MacNeil et al, VCP 2018; 47: 464-470) ha valutato il possibile effetto confondente della contaminazione ematica in due modi differenti:

1) Retrospettivamente, attraverso un'analisi statistica dei risultati nel database del laboratorio dell'Università del Colorado. I campioni con una sospetta contaminazione ematica iatrogena (108 campioni di LCR), sono stati confrontati con quelli privi di contaminazione (679 campioni di LCR), al fine di valutare se esistessero differenze significative in numero di RBC, cellule nucleate e concentrazione proteica. Come vedete dall'immagine sotto, non sembrava esserci una differenza evidente in termini di conteggio cellulare e concentrazione proteica, a dispetto della diversa quantità in RBC.

 

2) Prospetticamente, creando delle contaminazioni seriali di campioni di liquor con quantità fisse di sangue, al fine di creare una contaminazione ematica fittizia. I campioni così contaminati sono stati analizzati per verificare l'effetto atteso. Anche in questo caso, a dispetto di una crescente contaminazione ematica indotta artificialmente, il numero di cellule nucleate e la concentrazione proteica non sembravano modificarsi significativamente (vedi immagine sotto in 10 campioni di liquor modificati artificiosamente).

Gli autori concludono quindi che non è possibile stabilire una relazione matematica affidabile che possa correggere il numero di cellule nucleate e la concentrazione proteica, in base alla quantità di eritrociti nel campione. La presenza di un elevato numero di cellule nucleate o un'abnorme concentrazione proteica non dovrebbero pertanto venir giustificate dalla sola contaminazione ematica iatrogena indotta dalla centesi, e dovrebbero pertanto essere conseguenti ad un processo patologico in atto.

Walter Bertazzolo, Dirtettore Scientifico del Laboratorio MYLAV



  • Creato il: 2019-04-22 - 21:39:00
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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COME QUANTIFICARE LA PROTEINURIA

Di Marco Giraldi, Med. Vet., Staff del laboratorio MYLAV

Cari colleghi, in questa seconda puntata relativa alla valutazione della proteinuria, dedicheremo un ampio spazio alla spiegazione di come dovrebbe essere quantificata mediante il rapporto PU/CU.

Il metodo migliore per la valutazione dell’escrezione quantitativa di un soluto qualsiasi nelle urine, sarebbe quello di quantificarla nelle 24 ore. Tuttavia questa procedura richiederebbe la raccolta di tutte le urine nell’arco della giornata, poco praticabile in medicina veterinaria. La misurazione del rapporto tra la quantità di proteine e quello della creatinina in un campione urinario random, è stato dimostrato essere correlato in maniera accettabile con la raccolta nelle 24 ore. Inoltre questo rapporto viene poco influenzato dal metodo di prelievo e dal momento della raccolta.

La misurazione del rapporto PU/CU nel paziente nefropatico permette di determinare la gravità della proteinuria. In accordo con le linee guida IRIS, cani con valori di PUCU >0.5 e gatti con PUCU >0.4 sono considerati proteinurici e necessitano di trattamento specifico mentre, per entrambe le specie, un PU/CU <0.2 è ritenuto fisiologico. Per valori di PU/CU compresi tra 0.2 e 0.5 nel cane e 0.2 e 0.4 nel gatto la proteinuria è classificata borderline: in questo caso è raccomandato un attento monitoraggio ed eventuali ulteriori approfondimenti diagnostici, poiché la proteinuria borderline può rappresentare la fase iniziale della proteinuria conclamata.

Il PU/CU correla con la gravità del danno renale sia glomerulare che tubulo-interstiziale. Solo nelle fasi terminali il PU/CU tende a ridursi nonostante la gravità della patologia, per la drammatica riduzione di glomeruli e tubuli funzionali dai quali le proteine possono essere perse nelle urine. Il PU/CU >2.0 è suggestivo di danno glomerulare e, nel cane, i valori più alti sono descritti nelle glomerulopatie da immunocomplessi (PU/CU medio di circa 9.0) e nella amiloidosi (PU/CU medio circa 7.0). Nel gatto, specie prevalentemente affetta dalla forma tubulo-interstiziale idiopatica, la proteinuria patologica non è frequente, di solito è di modesta entità, correla con la gravità della fibrosi interstiziale e tende a comparire nelle fasi più tardive della nefropatia.

L’entità della proteinuria fornisce anche informazioni prognostiche: nel cane con nefropatia cronica un PU/CU >1.0 è associato ad un rischio di crisi uremica 3 volte maggiore rispetto ai cani con PU/CU <1.0. Nel gatto nefropatico cronico, il rischio di decesso dei pazienti proteinurici (PU/CU >0.4) è 4 volte maggiore rispetto ai non proteinurici ed è circa 3 volte maggiore nei soggetti borderline.

È importante quantificare periodicamente la proteinuria nei pazienti nefropatici per due motivi principali. In primo luogo perché i metodi analitici di chimica liquida utilizzati per misurare le proteine totali urinarie (quali il rosso pirogallolo, blu coomassie e benzetonio cloruro) sono più accurati rispetto ai metodi semiquantitativi (dipstick e acido solfosalicilico), soprattutto nelle fasi inziali della proteinuria e in caso di peso specifico urinario ridotto. Inoltre, è fondamentale avere un valore basale con il quale confrontare i successivi PU/CU e poter valutare eventuali progressioni della proteinuria. Riguardo quest’ultimo aspetto, nel cane è stato proposto uno schema (riportato nella tabella sottostante) con il quale è possibile determinare se la variazione del PU/CU nel tempo sia l’esito dell’evoluzione della proteinuria o se sia da attribuirsi alla normale variabilità giornaliera, dato che anche nei pazienti stabili il PU/CU può oscillare. Visto che la variabilità giornaliera del PU/CU aumenta, in valore assoluto, all’aumentare della proteinuria, è stato proposto di utilizzare la media artimetica ottenuta da più campioni raccolti in giorni consecutivi, in modo da avere un valore più prossimo al reale. Ciò è necessario per PU/CU >6.0: in particolare, per PU/CU compresi tra 6.0 e 8.0 sono necessari 2 campioni, 3 campioni se tra 8.0 e 10.0, 4 campioni tra 10.0 e 12.0 e 5 campioni per PU/CU >12.0. Per evitare eccessive spese per il proprietario, è possibile determinare un unico PU/CU su pool di surnatante urinario, avendo cura di refrigerare o congelare i campioni di urina per evitare variazioni preanalitiche del campione. In parole povere si potrebbe raccogliere l'urina per alcuni giorni consecutivi e inviare un pool rappresentativo (prendendo ad esempio 1 ml di ciascun campione di urina) oppure inviare le diverse urine richiedendo di effettuare solo una singola misurazione su un pool.

PU/CU iniziale

Valore necessario per dimostrare una diminuzione nei controlli successivi

Value necessario per dimostrare un aumento nei controlli successivi

0,5

<0,1

>0,9

1

<0,3

>1,7

2

<0,9

>3,1

4

<2,1

>5,9

6

<3,5

>8,8

8

<4,9

>11,1

10

<6,3

>13,7

12

<7,8

>16,2

Modificato da Nabity et al. 2007. J Vet Intern Med 21: 425-430.

Va sottolineato che questi dati riportati in tabella vennero ottenuti su una popolazione omogenea di cani con nefropatia familiare di razza stabile nel tempo, per cui non è scontato che possano essere applicabili anche a tutte le varie situazioni cliniche e nelle diverse razze canine o addiruttura nel gatto. 

Esistono altre variabili preanalitiche che possono incidere anche in modo significativo sul PU/CU e che possono rendere problematici diagnosi e monitoraggio della proteinuria:

- Le infiammazioni settiche o non settiche del tratto urinario e le urolitiasi determinano proteinuria post-renale (PU/CU >0.4 / 0.5) così come l’ematuria iatrogena, talvolta esito della cistocentesi, può aumentare il PU/CU. È necessario pertanto escludere il sedimento attivo nella valutazione della proteinuria renale. Va tuttavia considerato che questa influenza è significativa solo per sedimenti molto abbondanti.

- Il PU/CU ottenuto da urine di cani maschi interi e sani può essere costantemente borderline; la castrazione lo riduce nel range fisiologico (<0.2)

- Alcuni cani nefropatici proteinurici possono presentare PU/CU più alto se misurato da urine raccolte in ambiente clinico rispetto alle urine raccolte in ambiente domestico. In questi pazienti può essere utile mantenere la stessa procedura di raccolta delle urine per ridurre la variabilità preanalitica durante il monitoraggio della proteinuria. Sia nel cane che nel gatto il PU/CU non cambia se misurato su urine raccolte per cistocentesi o per minzione spontanea, fintanto che non vengono contaminate dal contatto con terreno o superfici.

- Utilizzando differenti metodi analitici, il PU/CU può differire fino a 0.1 - 0.2 punti: queste piccole oscillazioni possono essere importanti ai livelli borderline e di decisione clinica, in quanto possono far cambiare la stadiazione della gravità della proteinuria. È necessario tenere in considerazione questa variabile nel confrontare PU/CU dello stesso paziente ottenuti da laboratori diversi.

 

Nella prossima puntata vi parleremo invece della valutazione qualitativa della proteinuria mediante l’elettroforesi SDS su gel d’agarosio.

 

- Aresu L, Martini V, Benali SL, et al. European Veterinary Renal Pathology Service: A Survey Over a 7-Year Period (2008-2015). J Vet Intern Med. 2017;27(Suppl 1):S67–10.

- Bertieri M-B, Lapointe C, Conversy B, Gara-Boivin C. Effect of castration on the urinary protein-to-creatinine ratio of male dogs. Am J Vet Res. 2015;76(12):1085-1088.

- Chakrabarti S, Syme HM, Brown CA, Elliott J. Histomorphometry of feline chronic kidney disease and correlation with markers of renal dysfunction. Veterinary Pathology. 2013;50(1):147-155.

- Duffy ME, Specht A, Hill RC. Comparison between Urine Protein: Creatinine Ratios of Samples Obtained from Dogs in Home and Hospital Settings. J Vet Intern Med. 2015;29(4):1029-1035.

- Giraldi M, Rossi G, Bertazzolo W, et al. Evaluation of the analytical variability of urine protein-to-creatinine ratio in cats. Vet Clin Pathol. 2018;42:669–10.

 Jacob F, Polzin DJ, Osborne CA, et al. Evaluation of the association between initial proteinuria and morbidity rate or death in dogs with naturally occurring chronic renal failure. J Am Vet Med Assoc. 2005;226(3):393-400.

- Nabity MB, Boggess MM, Kashtan CE, Lees GE. Day-to-Day variation of the urine protein: creatinine ratio in female dogs with stable glomerular proteinuria caused by X-linked hereditary nephropathy. J Vet Intern Med. 2007;21(3):425-430.

- Rossi G, Giori L, Campagnola S, et al. Evaluation of factors that affect analytic variability of urine protein-to-creatinine ratio determination in dogs. Am J Vet Res. 2012;73(6):779-788.

- Rossi G, Bertazzolo W, Binnella M, et al. Measurement of proteinuria in dogs: analytic and diagnostic differences using 2 laboratory methods. Vet Clin Pathol. 2016;45(3):450-458. 

- Syme HM, Markwell PJ, Pfeiffer D, Elliott J. Survival of cats with naturally occurring chronic renal failure is related to severity of proteinuria. J Vet Intern Med. 2006;20(3):528-535.

- Vilhena HCR, Santos RR, Sargo TJ, et al. Urine protein-to-creatinine concentration ratio in samples collected by means of cystocentesis versus manual compression in cats. J Am Vet Med Assoc. 2015;246(8):862-867.

 



  • Creato il: 2019-04-15 - 08:17:29
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Biochimica clinica

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E' stato un week-end interamente dedicato alla leishmaniosi: incredibile a dirsi, nonostante si parli di una infezione straconosciuta ormai nel mondo veterinario, al congresso SCIVAC di Ferrara erano presente ben 600 iscritti.

Si è discusso a 360° di leishmaniosi: dagli aspetti clinici alla diagnostica di laboratorio, dalla terapia al monitoraggio, fino alla fondamentale profilassi.

Non potevamo mancare quindi con il nostro stand e il nostro team di consulenti e di commerciali. 

In questa occasione è stata presentata la nostra offerta di screening iniziale (sierologia + elettroforesi) ad un prezzo molto concorrenziale (contatatte il nostro team commerciale per i dettagli), con la possibilità di scegliere tra la classica IFI e la più recente ELISA quantitativa. Si ricorda che quest'ultima ha superato, in termini di efficienza diagnostica, la vecchia immunofluiorescenza, concetto assodato e ribadito più volte nel corso dell'evento.

Il Team di MYLAV



  • Creato il: 2019-04-08 - 08:07:47
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Eventi

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 11/04/2019 - 13:23:28
    Fare un riassunto è impossibile, però sono comunque state confermate le indicazioni delle linee guida, a quelle bisogna attenersi, senza doversi inventare nulla di nuovo. Il monitoraggio è sempre basato…
  • immagine di CLINICHE VETERINARIE PINEROLESI MONVISO S.R.L.
    CLINICHE VETERINARIE PINEROLESI MONVISO S.R.L.  veterinario  ha scritto: 11/04/2019 - 11:21:23
    Peccato non esserci stati. Novità sul monitoraggio della terapia?
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Questo week-end a Milano si e tenuto un interessantissimo seminario di gastroenterologia targato SCIVAC/SIMIV, al quale hanno partecipato circa 200 colleghi e diversi relatori italiani con un ospite d'eccezione, Jan S. Sucholdolsky, una vera autorità mondiale nel settore della ricerca. Si è parlato di gastroenterologia a 360°: aspetti clinici, diagnostica per immagini e di laboratorio, opzioni terapeutiche ed alimentazione.

Al seminario ha partecipato anche un noto gastroenterologo umano, il dr. Antonio Gasbarrini del policlinico Gemelli di Rima, che ha incantato la platea con due interventi sulla importanza del microbioma umano nella eziopatogenesi di numerose patologie di natura immuno-mediata, metabolica, neoplastica e neuro/psichiatrica. Sebbene sia una acquisizione scientifica molto recente, il dr. Gasbarrini ha mostrano quanto siano ormai numerose e robuste le evidenze su come le alterazioni del microbioma intestinale possano influire sullo sviluppo di numerose patologie umane. Non è quindi improbabile che anche negli animali la ricerca condurrà nella stessa direzione negli anni a venire.

Vi allego un abstract dell'intervento del sottoscritto, relativo alla diagnostica di laboratorio delle patologie gastro-enteriche, che potete liberamente scaricare e leggere.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2019-03-31 - 20:34:43
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Eventi

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I test di screening immunologico prevaccinale, valutano la presenza di anticorpi IgG circolanti contro le principali malattie infettive virali canine e feline, stimandone la concentrazione. Si basa su una metodica ELISA, che prevede il legame di anticorpi sierici del paziente ad antigeni purificati: tale legame viene identificato con anticorpi ant IgG canini o felini legati ad un enzima che svulipperà una reazione colorimetrica di intensità direttamente proporzionale al titolo anticorpale del paziente. Sebbene i vaccini siano in grado di stimolare sia l’immunità cellulo mediata che l’immunità umorale, solo quest’ultima si può quindi stimare tramite questo tipo di esami di laboratorio.

Alcuni colleghi ci hanno chiesto informazioni relativamente alla loro attendibilità in caso di pregresso trattamento con corticosteroidi. I titoli risulteranno falsamente diminuiti? Ci possono essere riduzioni del titolo a seguito della terapia precedentemente somministrata?

I corticosteroidi inibiscono la sintesi di numerose citochine pro infiammatorie (IL-1, IL-2, IL-3, IL-4, IL-5, IL-6, IL-8, TNF α, INFγ). Determinano inoltre riduzione dei linfociti T circolanti, inibizione delle linfochine e di conseguenza della risposta linfocitaria allo stimolo antigenico, inibizione dell’adesione cellulare e della chemiotassi di neutrofili e monociti. (Agnes E. Coutinho, 2011) Viene inibita soprattutto la risposta immunitaria aspecifica rispetto a quella specifica. Infatti terapie con glucocorticoidi a dosi antinfiammatorie non interferiscono con la produzione anticorpale. (Prontuario Terapeutico Veterinario, 2014)

In base a diversi studi è emerso che anche dosi immunosoppressive di glucocorticoidi non sembrano determinare una riduzione della produzione anticorpale, a patto che la terapia sia successiva all’immunizzazione primaria. Si è visto infatti che pazienti trattati con terapia immunosoppressiva successivamente alla vaccinazione, non hanno subito una riduzione rilevante di produzione anticorpale e una volta entrati in contatto con virus di campo, sono riusciti a contrastare il virus, nonostante le terapie immunosoppressive ricevute. (Greene, 2012)

La situazione cambia se la terapia cortisonica viene somministrata durante la prima serie vaccinale: in questo caso viene raccomandata la rivaccinazione (preferibilmente almeno 2 settimane dalla sospensione della terapia), poiché può esserci una riduzione della stimolazione linfocitaria se la terapia è stata somministrata precedentemente alla prima vaccinazione. (Greene, 2012; WSAVA, 2015)

Chiara Lisi & Walter Bertazzolo, staff di MYLAV

BIBLIOGRAFIA

Agnes E. Coutinho, K. E. (2011). The anti-inflammatory and immunosuppressive effects of glucocorticoids, recent developments and mechanistic insights.

Greene, C. E. (2012). Infectious disease of the dog and cat. 

Prontuario Terapeutico Veterinario . (2014).

WSAVA. (2015). Guidelines for the vaccination of dogs and cats.

 

 



  • Creato il: 2019-03-23 - 08:56:57
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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QUALI INFORMAZIONI CI PUO’ FORNIRE LA CHIMICA URINARIA

Di Walter Bertazzolo & Francesco Dondi

La chimica urinaria fornisce una serie di “numeri” relativi a concentrazioni di numerosi analiti urinari, che per molti di noi possono assumere un significato oscuro (vedi screenshot a lato).

Con questo post cercheremo di chiarire il significato di questi analiti e di come poterli sfruttare nella pratica clinica. In particolare ci concentreremo sulla valutazione dell’escrezione degli elettroliti, mentre dedicheremo altri articoli agli altri analiti.

La quantità di analiti che viene escreta con le urine è il risultato della filtrazione glomerulare e del successivo riassorbimento di acqua e soluti nei tubuli renali e sono influenzati della quantità assunta con la dieta, dalla capacità di riassorbimento tubulare e dall’azione di ormoni regolatori (es. vasopressina, aldosterone, renina, ecc.). I reni modificano l’escrezione di acqua e soluti in base ai fabbisogni fisiologici, in modo da mantenere una omeostasi adatta alla vita.

Sebbene il metodo migliore per valutare l’escrezione di un qualsiasi soluto sarebbe la raccolta delle urine nelle 24h, a causa dei limiti pratici di questa procedura in ambito veterinario, sono stati sviluppati dei metodi alternativi (anche da campioni a spot e random) che possono comunque fornire una stima della perdita quotidiana di soluti per via urinaria. La chimica urinaria degli elettroliti fornisce sia i valori assoluti di concentrazione, sia le cosiddette Frazioni di Escrezione (Fe) di ogni soluto. Queste ultime sono un calcolo matematico semplice, che serve per confrontare l’escrezione di ogni singolo soluto con l’escrezione della creatinina. Dato che quest'ultima una volta filtrata dal glomerulo, non viene praticamente riassorbita o secreta in quantità significative a livello tubulare, rappresenta un buon termine di paragone. La Fe di un ipotetico soluto X, è il risultato del seguente calcolo:

FeX =[X urina] / [X plasma) x [Crea plasma] / [Crea urina]

Il dato finale viene può essere moltiplicato per 100 e quindi venir espresso in percentuale invece che come frazione di 1. È importante ricordare che questo calcolo, e quindi queste analisi di laboratorio, devono essere eseguiti da campioni di sangue e urine prelevate contestualmente nel paziente.

In questo modo, la Fe indica la frazione del soluto X che dopo essere stata filtrata dal glomerulo, viene escreta nelle urine. Se la Fe è <1 (o in termini percentuali <100%), significa che quel soluto ha un riassorbimento netto rispetto alla creatinina. Se invece la Fe è >1 (o maggiore di 100% in termini percentuali), significa che vi è una escrezione netta rispetto alla creatinina, e quindi che quel soluto viene anche secreto a livello tubulare . Più è bassa la Fe di un soluto, più significa che il rene sta preservando quel soluto dalla perdita urinaria.

In linea teorica, la chimica urinaria potrebbe essere utilizzata per aiutarci a comprendere le ragioni di numerose alterazioni elettrolitiche che incontriamo nella pratica quotidiana. Solo a titolo di esempio: se ho un paziente con ipopotassiemia causata da una perdita gastro-enterica, la risposta renale fisiologica dovrebbe essere quella di un recupero massivo di potassio; la chimica urinaria dovrebbe essere quindi caratterizzata da una bassa Fe di potassio. Viceversa se abbiamo un paziente con iperpotassiemia da cause non renali (es.: iatrogena), i reni dovrebbero rispondere eliminando molto più potassio e quindi la Fe di potassio in quell’animale dovrebbe essere aumentata.

Dobbiamo sottolineare però che il valore di Fe ha una significativa variabilità inter-individuale anche in condizioni normali, in quanto dipende da numerose condizioni fisiologiche, tra cui quantità di acqua assunta, dieta, distanza dal pasto, ecc. Pertanto, ottenere dei valori di riferimento delle Fe che abbiano un valore affidabile in senso assoluto è alquanto aleatorio

Le Fe sono utilizzate di routine in ambito di ricerca tossicologico/farmacologico per valutare possibili effetti nefropatici acuti post-esposizione ad un tossico o ad un farmaco. Purtroppo le stesse condizioni controllate e standardizzate che si possono realizzare in ricerca, sono ben lontane da quelle in cui vivono i nostri pazienti. Pertanto per anni, l’utilizzo prettamente clinico delle Fe degli elettroliti, è stato limitato. D’altra parte, studi recenti hanno mostrato che probabilmente la variabilità di questi risultati potrebbe essere minore di quello che pensiamo o abbiamo sempre pensato, soprattutto nel cane, e conseguentemente la chimica urinaria potrebbe trovare una possibile applicazione clinica in determinati setting. 

Innanzitutto, sulla base delle conoscenze attuali, dobbiamo sottolineare che i valori di Fe hanno scarsa utilità clinica nella malattia renale cronica (anche se sono state valutate in alcuni studi sul metabolismo calcio e fosforo), nei casi in cui sia presente un diabete insipido o l’animale abbia subito trattamenti farmacologici e fluidoterapia.

Un recente studio ha mostrato l’utilità della misurazione degli elettroliti urinari in casi di sospetto morbo di Addison. In un animale in shock ipovolemico e disidratato, con tendenza all’iponatremia (es. per problemi primari gastroenterici), la risposta fisiologica attesa è una attivazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone con tendenza al risparmio renale di aldosterone e quindi riassorbimento idrico conseguente. Ciò condurrà ad una natriuresi molto ridotta (FeNa molto bassa). In caso di assenza di aldosterone (come per l’appunto nell’Addison), l’escrezione renale di sodio risulterà invece abnormalmente elevata e inappropriata (vedi figura a lato). Questo risultato deve spingerci a confermare il sospetto clinico mediante il test di stimolazione con ACTH.

In un altro recente studio sono stati confrontate le Fe degli elettroliti in cani con danno renale acuto (AKI) responsivo alla fluidoterapia intensiva (e quindi reversibile) con quelli con forme più gravi di AKI associato a danno renale intrinseco e con prognosi più sfavorevole. I cani con forma responsiva alla fluidoterapia mostravano valori di Fe degli elettroliti molto più bassi, indicando indirettamente una funzione di riassorbimento tubulare mantenuta, rispetto ai cani con AKI da danno renale intrinseco. Lo stesso studio ha indicato come la Fe di molti elettroliti potesse avere un ruolo prognostico in questi pazienti.

Anche se la letteratura al riguardo è scarsa, la chimica urinaria potrebbe essere utile, infine, nella diagnosi e nella caratterizzazione di altre tubulopatie primarie o secondarie del cane e del gatto (es.: sindrome di Fanconi, acidosi tubulari renali), che tuttavia sono estremamente rare nella pratica quotidiana.

Ulteriori studi futuri potrebbero mostrare nuove applicazioni cliniche delle Fe degli elettroliti, vi terremo aggiornati!

Per chi volesse approfondire gli argomenti trattati, vi invitiamo a consultare la seguente bibliografia.

Bibliografia

Lefebvre HP et al. Fractional excetion tests: a critical review of methods ad applications in domestic animals. Vet Clin Pathol 2008.

Lennon EM et al. Urine sodium concentrations are predictive of hypoadrenocorticismin hyponatraemic dogs: a retrospective study. J Small Anim Pract 2018

Troia R et al. Fractional excretion of electrolytes in volume responsive and intrinsic acute kidney injury in dogs: diagnostic and prognostic implications. JVIM 2018

Waldrop JE. Urinary electrolytes, solutes, and osmolality. Vet Clin North Am Small Anim 2008



  • Creato il: 2019-03-14 - 17:42:18
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Biochimica clinica

Commenti: 4
  • immagine di Federico Fracassi
    Federico Fracassi  ha scritto: 10/04/2019 - 15:33:11
    Ciao, purtroppo al momento non ci sono studi sull'utilizzo dell'escrezione frazionata degli elettroliti nel monitoraggio della terapia del Morbo di Addson. E' un argomento che all'Università di Bologna…
  • immagine di Roberta Zichi
    Roberta Zichi  veterinario  ha scritto: 09/04/2019 - 19:52:07
    Grazie, molto interessante. La chimica urinaria puo' essere utile nel monitoraggio di un paziente con addison (per eventuali modifiche della terapia)?
  • immagine di Dr.sa Francesca Costa
    Dr.sa Francesca Costa  veterinario  ha scritto: 19/03/2019 - 09:41:45
    grazie, veramente utile l'approfondimento
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LA PROTEINURIA NEL PAZIENTE NEFROPATICO CRONICO

Marco Giraldi, Med. Vet., staff del laboratorio MYLAV

La proteinuria di origine renale è un’importante condizione patologica associata alla nefropatia cronica. È uno dei parametri cardine sui quali si basa la diagnosi e la stadiazione della nefropatia, sia nel cane che nel gatto, come raccomandato dalle linee guida della società internazionale IRIS, recentemente riassunte nel nostro blog dal Dott. Dondi.

(vedi http://www.mylav.net/blogc/view/219).

Perché è così importante valutare la proteinuria sia nell’iniziale approccio diagnostico dei soggetti nefropatici, sia durante il monitoraggio della patologia renale cronica?

In primo luogo, la proteinuria può essere il primo segno di danno renale, già nelle fasi precedenti all’iperazotemia. Ciò è particolarmente vero nei pazienti canini affetti da glomerulopatia, i quali presentano aumento del rapporto proteine urinarie / creatinina urinaria (PU/CU) oltre il valore di 0.5 nel 95% dei casi. Tutte le principali forme di glomerulopatia, quali l’amiloidosi renale, le glomerulopatie immunomediate associate a malattie infettive (per esempio la leishmaniosi), le glomerulopatie autoimmuni e le glomerulopatie su base genetica, hanno in comune la perdita di selettività della membrana glomerulare che si traduce nel passaggio nell’ultrafiltrato, e poi nelle urine, di una maggiore quantità di proteine e di proteine di maggior dimensioni (ovvero di peso molecolare superiore a quello dell’albumina), evento che definisce questo tipo di nefropatia come “proteino-disperdente”.

La proteinuria inoltre ha significato prognostico sia nel cane che nel gatto nefropatico? 

il rischio di sviluppare crisi uremiche è 3 volte maggiore nei pazienti canini con PU/CU superiore a 1.0 rispetto ai soggetti con PU/CU minore d 1.0. Anche nel gatto, la probabilità di andare incontro a morte per malattia renale è 4 volte maggiore nei pazienti proteinurici (PU/CU >0.4) rispetto ai non proteinurici (PU/CU <0.2) e l’aspettativa di vita supera di poco l’anno nei pazienti con proteinuria persistente.

Infine, la proteinuria è uno dei target del piano terapeutico dei pazienti nefropatici, trattatabile attraverso l’utilizzo di diete cosiddette “renali”, di inibitori del sistema renina-angiotensina-aldosterone e, se supportato dall’esame istologico, di immunosoppressori.

Come va indagata inizialmente?

Il primo test di screening utile a indagare la proteinuria, come noto, è il dipstick urinario mentre la misurazione del rapporto PU/CU permette una più accurata quantificazione della proteinuria. Utilizzando il disptick, è necessario ricordare che valori di +1 (corrispondente a circa 30 mg/dL di proteine) possono essere considerati normali se ottenuti in urine con peso specifico elevato. Si veda la tabella sottostante, tratta ed adattata dallo studio di Zatelli et al (AJVR 2010), come linea guida utile per stabilire quando è davvero necessario eseguire il PU/CU nel cane, in base ai valori di concentrazione urinaria.

Nel gatto purtroppo il dipstick è meno affidabile nella determinazione della proteinuria, per cui nei casi dubbi è sempre meglio affidarsi alla valutazione del rapporto PU/CU. E' inoltre importante fare attenzione ai falsi positivi ottenuti da urine venute in contatto con detergenti o con materiale fecale: questo è un evento che si può verificare quando le urine vengono raccolte da superfici precedentemente contaminate. 

L’interpretazione della proteinuria nel paziente nefropatico cronico, sia utilizzando il dipstick che il rapporto PU/CU, dovrebbe sempre essere associata ad un contestuale esame completo delle urine con valutazione del sedimento (ed eventuale urinocoltura). Ciò è necessario perché le infiammazioni e le infezioni urinarie, le nefrolitiasi e le neoplasie del tratto urinario sono considerate causa di proteinuria post-renale e possono esitare talvolta in un aumento significativo del rapporto PU/CU. Pertanto, solo se queste patologie delle vie urinarie vengono escluse con gli opportuni esami clinici e di laboratorio, la proteinuria acquista valore diagnostico e prognostico della nefropatia cronica.

Nella prossima puntata dedicata all’argomento vedremo quali sono gli aspetti utili ad interpretare correttamente il rapporto PU/CU nel paziente nefropatico cronico. A presto, rimanete collegati.

Marco Giraldi & Walter Bertazzolo

Bibliografia

- Aresu L, Martini V, Benali SL, et al. European Veterinary Renal Pathology Service: A Survey Over a 7-Year Period (2008-2015). J Vet Intern Med. 2017; 27(Suppl 1): S67–10.

- IRIS Canine GN Study Group Diagnosis Subgroup, Littman MP, Daminet S, Grauer GF, et al. Consensus Recommendations for the Diagnostic Investigation of Dogs with Suspected Glomerular Disease. J Vet Intern Med. 2013; 27:S19-S26.

- IRIS Canine GN Study Group Standard Therapy Subgroup, Brown S, Elliott J, Francey T, et al. Consensus Recommendations for Standard Therapy of Glomerular Disease in Dogs. J Vet Intern Med. 2013; 27:S27-S43.

- Jacob F, Polzin DJ, Osborne CA, et al. Evaluation of the association between initial proteinuria and morbidity rate or death in dogs with naturally occurring chronic renal failure. J Am Vet Med Assoc. 2005; 226:393-400.

- Lees GE, Brown SA, Elliott J, et al. Assessment and management of proteinuria in dogs and cats: 2004 ACVIM Forum Consensus Statement (small animal). J Vet Intern Med. 2005; 19:377-385.

- Lemberger SIK, Deeg CA, Hauck SM, et al. Comparison of urine protein profiles in cats without urinary tract disease and cats with idiopathic cystitis, bacterial urinary tract infection, or urolithiasis. Am J Vet Res. 2011: 1407-1415.

- Siska WD, Meyer DJ, Schultze AE, Brandoff C. Identification of contaminant interferences which cause positive urine reagent test strip reactions in a cage setting for the laboratory-housed nonhuman primate, Beagle dog, and Sprague-Dawley rat. Vet Clin Pathol. 2017;46:85-90.

- Syme HM, Markwell PJ, Pfeiffer D, et al. Survival of cats with naturally occurring chronic renal failure is related to severity of proteinuria. J Vet Intern Med 2006; 20: 528-535.

- Vientós-Plotts AI, Behrend EN, Welles EG, et al. Effect of blood contamination on results of dipstick evaluation and urine protein-to-urine creatinine ratio for urine samples from dogs and cats. Am J Vet Res. 2018; 79: 525-531.

- Zatelli A, Paltrinieri S, Nizi F, Roura X, Zini E. Evaluation of a urine dipstick test for confirmation or exclusion of proteinuria in dogs. Am J Vet Res. 2010; 71:235-240.



  • Creato il: 2019-03-05 - 08:29:46
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Biochimica clinica

Commenti: 3
  • immagine di Francesco Dondi
    Francesco Dondi  veterinario  ha scritto: 07/03/2019 - 17:23:32
    Ciao, condivido quanto scritto da Marco e Walter, e i risultati del lavoro citato, per quanto riguarda un approccio di screening della proteinuria nel cane. Nefrologicamente parlando, tuttavia, nel contesto…
  • immagine di Marco Giraldi
    Marco Giraldi  veterinario  ha scritto: 06/03/2019 - 23:24:16
    Caro collega, nel gatto un lavoro accurato come quello pubblicato per il cane ad oggi non esiste. Monitorare nel tempo la proteinuria nei pazienti nefropatici è sicuramente la scelta migliore. Per questo…
  • immagine di CLINICHE VETERINARIE PINEROLESI MONVISO S.R.L.
    CLINICHE VETERINARIE PINEROLESI MONVISO S.R.L.  veterinario  ha scritto: 06/03/2019 - 11:16:00
    Quindi si trova conferma in questo articolo che non esista per il gatto una tabella da seguire come per il cane, ma piuttosto si debba affidarsi alla regolarità di campionamento (no contaminazione)e…
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Ci capita spesso di ricevere richieste di consulenza allorché l'elettroforesi mostri tracciati allarmanti come quello indicato nell'immagine a lato. Si tratta di picchi molto accentuati e stretti in regione alfa-1, immediatamente dopo il picco delle albumine.

Solitamente non è  nulla di preoccupante: si tratta semplicemente di un campione lipemico. Con lo strumento a nostra disposizione, le lipoproteine in caso di siero lipemico, migrano tutte insieme in quella regione determinando picchi che sono proporzionali all'intensità della lipemia, e quindi anche alla concentrazione di trigliceridi.

Per cui basta risottoporre un campione di siero non lipemico e ripetere l'elettroforesi, oppure più semplicemente, immaginare di "tagliare" quel picco e considerare il tracciato come se non esistesse.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2019-02-26 - 07:53:19
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Biochimica clinica

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Cari colleghi, parleremo oggi delle metodiche di corretto campionamento per eseguire un esame colturale da liquido sinoviale e vi daremo alcuni importanti aggiornamenti per eseguire l’emocoltura, di cui abbiamo già pubblicato un post in passato. 

Per eseguire l’esame colturale da liquido sinoviale:

  • Rasare e disinfettare la cute prima di procedere all’artrocentesi.
  • Se disponibile, inserire il liquido in una provetta per emocoltura che fungerà così sia da terreno di trasporto che da terreno di arricchimento.
  • In alternativa inviare il liquido raccolto direttamente nella siringa utilizzata per il prelievo o in una provetta vuota sterile. Imbibire la punta del tampone con un po’ di liquido ed inviare solo quello potrebbe non essere sufficiente.
  • Per l'analisi del liquido sinoviale, è fondamentale avere anche un riscontro citologico. In questo caso parte del prelievo va inserito ANCHE in una provetta di K3EDTA, adatta per la citologia ma NON per il colturale. In alternativa potreste preparare direttamente gli strisci da liquido sinoviale e inviare per la citologia i soli vetrini.
  • Se possibile è utile anche inviare una biopsia della sinovia in modo da aumentare la probabilità di isolamento batterico. Ricordiamo che i campioni tissutali solidi vanno in provetta vuota contenente fisiologica sterile.

 

Vi sottoponiamo ora importanti aggiornamenti in merito alle metodiche di corretto campionamento per quanto riguarda l’emocoltura:

Quando è il caso di ricorrere ad un’emocoltura?

In tutti i casi in cui si sospetta nel paziente una setticemia, un’endocardite batterica o una meningite batterica, nei casi di febbre di origine sconosciuta, in corso di poliartrite, discospondilite, polmonite, pleurite e peritonite.

Come si esegue un’emocoltura?

  • Eseguire almeno DUE prelievi a distanza di tre ore l’uno dall’altro (o TRE a distanza di due ore l’uno dall’altro) rigorosamente PRIMA di qualsiasi terapia antibiotica (sono necessari almeno due prelievi poiché bisogna riuscire a prelevare il sangue quando i batteri sono in attiva replicazione; un solo prelievo potrebbe non evidenziare la replicazione batterica e dare un risultato falso negativo).

  • Il prelievo da emocoltura va eseguito rasando e disinfettando chirurgicamente l’accesso venoso. Ciascun prelievo deve essere di almeno 2,5-5 ml di sangue per il gatto e 5-10 ml di sangue per il cane (da valutare in base al peso e alla taglia dell’animale).

  • Ciascun prelievo va inserito in una bottiglia per emocoltura (vedi foto a fianco), quindi le bottiglie da inviare devono essere almeno due.

  • Ricordarsi sempre di cambiare l’ago ed utilizzarne uno nuovo per l’inoculo.

  • Per evitare possibili contaminazioni, è buona pratica apporre del cotone idrofilo imbevuto di alcool sul tappo di plastica del flacone ed assicurarlo con del cerotto.

Marta Medardo, Responsabile del settore di Microbiologia di MYLAV



  • Creato il: 2019-02-18 - 22:37:10
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: MICROBIOLOGIA

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  • immagine di CLINICA VETERINARIA CAMAGNA SAS
    CLINICA VETERINARIA CAMAGNA SAS   veterinario  ha scritto: 20/02/2019 - 12:32:51
    Chiarissimo, grazie mille,allora mi procurerò la bottiglia per aereo e ana perchè mi sembra più pratico. Non abbiamo mai fatto un emocoltura ma non si sa mai meglio essere pronti. Grazie per la risposta
  • immagine di Marta Medardo
    Marta Medardo  veterinario  ha scritto: 20/02/2019 - 11:01:20
    Cara Alessandra, il modello di bottiglie da emocoltura che possiedi va utilizzato in coppia per singolo prelievo. Mi spiego: la bottiglia Bi-state è adatta agli aerobi o anaerobi facoltativi, e la dicitura…
  • immagine di CLINICA VETERINARIA CAMAGNA SAS
    CLINICA VETERINARIA CAMAGNA SAS   veterinario  ha scritto: 20/02/2019 - 10:25:08
    Buongiorno, in clinica ho due tipi differenti di bottiglie per emocoltura. Su di una dal liquido color ambra ho la scritta "Anaerobic Blood Culture", su l'altra con liquido giallo oro "Bi-state Blood…
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Cari colleghi, abbiamo il piacere di presentare l’ultima fatica editoriale di Luigi Venco, uno dei consulenti del nostro team, esperto in parassitologia clinica e diplomato al College Europeo di settore (European Parasitology Veterinary College). È infatti appena uscito il testo “Parassitologia clinica del cane e del gatto”, una novità editoriale assoluta nel settore. 

In questa breve intervista con Luigi Venco ne sveliamo i contenuti.

WB - Nel panorama editoriale questo libro rappresenta una novità perché inerente  una branca, probabilmente sottovalutata, della medicina interna: la Parassitologia clinica. Puoi dirci come è nata l’idea?

LV – L’idea è nata anche alla luce delle consulenze richieste e dall’esperienza condivisa con il coautore Prof Donato Traversa, È abbastanza comune la percezione di separazione tra Parassitologia e Clinica, come facenti parte di due mondi diversi. Da un lato il clinico, che percepisce e interpreta ogni segno per giungere a una diagnosi corretta e mettere in atto la migliore terapia, ma non abituato a immergersi nel mondo dei parassiti, in cui il nesso causa-effetto passa attraverso l’interazione con l’ospite. Dall’altro il parassitologo, che conosce a fondo gli aspetti morfologici, biologici ed epidemiologici dei parassiti, ma spesso è portato a osservarli senza un diretto contatto con il paziente. Basandoci sui due diversi percorsi che ci hanno portato alla passione per la Parassitologia, abbiamo cercato di fondere questi due mondi, avvalendoci anche della preziosa collaborazione di diversi colleghi del mondo universitario e di liberi professionisti di fama riconosciuta per il settore di loro competenza.

WB - A chi è indirizzato questo testo?

LV - Questo volume, agile e di facile consultazione, può essere molto utile nell’attività clinica quotidiana. Il lettore viene guidato alla diagnosi e alla terapia partendo da brevi e necessarie informazioni parassitologiche, attraverso la clinica e la diagnostica strumentale. Anche lo studente che debba seguire il corso universitario di Parassitologia e Malattie Parassitarie, troverà in questo testo un valido aiuto, che gli permetterà di concepire la parassitologia non come una scienza astratta, ma come una realtà tangibile della nostra professione clinica. 

WB - Cosa lo differenzia rispetto all'offerta attuale?

LV - Nel panorama nazionale non esiste un testo così completo, sia in termini di numero di patologie trattate, sia nei dettagli che includono, che tratti sia i risvolti parassitologici ed epidemiologici puri, che quelli relativi alla pratica clinica. Vengono infatti affrontati diversi aspetti pratici, quali le indagini ematologiche, i test diagnostici e la diagnostica strumentale indispensabili per raggiungere una diagnosi di patologia parassitaria. La ricca e dettagliata iconografia lo rendono anche un testo di rapida e facile consultazione anche per coloro che hanno poco tempo a disposizione per aggiornarsi. Inoltre, visto che gli introidi verranno donati per una buona causa (Animal Asia Foundation), comprandolo contribuiremo a lottare contro alcune pratiche riprovevoli e retrograde ancora in uso in alcune parti del nostro pianeta e che hanno come vittime proprio gli animali.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2019-02-11 - 19:31:32
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Eventi

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La gestione clinica delle infezioni del tratto urinario può essere tutt'altro che semplice. Molte di queste infezioni sono in realtà complicate da altri fattori predisponenti che possono renderle difficili da trattare. La conseguenza sono i comuni insuccessi terapeutici, frustranti per clinico e proprietario, oltre che pericolosi per il paziente.

Il nostro consulente per la nefrologia/urologia, Francesco Dondi, ha preparato un interessante documento che vi aiuterà nella gestione di queste patologie del cane e del gatto.

Potete scaricare liberamente il PDF allegato, buona lettura.

Lo staff di Mylav



  • Creato il: 2019-02-05 - 08:32:18
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: MICROBIOLOGIA

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E’ risaputo che la misurazione della creatinina sierica ha dei limiti oggettivi nella valutazione della funzionalità renale. In particolare la sua concentrazione ematica inizia ad aumentare solo quando la maggior parte dei nefroni risultano danneggiati e la velocità di filtrazione glomerulare (GFR) è significativamente diminuita.

Nell’uomo la concentrazione sierica della creatinina viene routinariamente utilizzata per stimare la GFR attraverso delle formule matematiche più o meno complesse, che includono, oltre al valore di creatininemia, anche una serie di dati morfometrici (ovvero dipendenti da misure corporee quali la stima della massa muscolare, età, sesso, ecc.).

Queste formule determinano una “GFR stimata” che si approssima sufficientemente a quella reale. Negli animali tuttavia simili formule matematiche non sono attualmente disponibili.

Un recente studio, pubblicato sul prestigioso Journal of Veterinary Internal Medicine (Finch et al, 2018), ha tentato di sviluppare una formula matematica utilizzabile nel gatto, basata sul reciproco della creatinina (il cosidetto “indice di malattia renale”) e su una serie di misure morfometriche atte a stimare la massa muscolare. Il valore stimato della GFR è stato confrontato con il reale valore di GFR misurato mediante clearance dello ioexolo (vedi immagine a fianco in alto).

Purtroppo la formula così ottenuta non ha dato risultati incoraggianti e la correlazione tra GFR reale e stimata è risultata insoddisfacente. Inoltre la stima della GFR calcolata non ha mostrato nessun vantaggio rispetto all’indice di malattia renale (vedi immagine a fianco, indicante la correlazione tra GFR reale e reciproco della creatinina). 

Attualmente possiamo quindi dire che nel gatto non è possibile stimare accuratamente la GFR, mediante formule matematiche che si basino sulla concentrazione della creatinina sierica e su dati morfometrici, come invece avviene nell’uomo.

 Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2019-01-27 - 21:35:32
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Biochimica clinica

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 21/03/2019 - 14:59:46
    Cara Cristina, trattandosi del reciproco della creatinina, più è alto e meglio è, per cui sono patologici valori inferiori a 0,5, come giustamente hai scritto tu. ciao
  • immagine di Cristina Carta
    Cristina Carta  ha scritto: 21/03/2019 - 11:29:17
    Buondì, posso chiedere come va interpretato l'indice di malattia renale riportato nei referti di chimica clinica del laboratorio?il range è >0,5...Devo considerarlo patologico e quindi indice di malattia…
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Nella precedente puntata abbiamo iniziato a descrivere la valutazione delle piastrine che viene effettuata nei nostri emogrammi. Abbiamo quindi già discusso la conta totale e la stima piastrinica. Vediamo cosa ci possono dire invece quegli acronimi dall'oscuro significato che compaiono immediatamente sotto la voce PLT (numero totale di piastrine). Va premesso che per questi indici piastrinici non esistono molti dati pubblicati in letteratura nelle specie di interesse veterinario.

MPV (Mean Platelet Volume) è il volume medio delle piastrine misurato direttamente dallo strumento. Va sottolineato che la maggior parte degli analizzatori di ematologia non può misurare accuratamente tale indice, per intrinsechi limiti tecnici. L'ADVIA 2120 che utilizziamo nel nostro laboratorio riesce invece a determinare l'MPV in maniera accettabile. Questo perché con la sua tecnologia riesce a misurare anche le piastrine voluminose, che con altre contaglobuli verrebbero invece confuse con gli eritrociti. Da punto di vista clinico, l'MPV non è particolarmente utile, ci dice semplicemente quanto sono mediamente grandi le piastrine di quel paziente. Però serve per calcolare un valore più importante, il PCT (piastrinocrito), che viene determinato moltiplicando il numero di di piastrine per il loro volume medio (PLT x MPV). Il PCT rappresenta per le piastrine quello che l'HCT è per gli eritrociti, per cui è un indicatore della massa piastrinica circolante. Il PCT può essere utile specialmente in quei cani che hanno una piastrinopenia con macropiastrine, fisiologica (es. i cavalier King Charles spaniels) o patologica. Un valore di PCT normale esclude quindi una piastrinoipenia reale, anche se la conta piastrinica risultasse bassa. Impariamo a darci sempre un occhiata nei casi dubbi.

L'MPC è il "Mean Platelet Component Concentration": questo indica il contenuto medio (granularità) delle piastrine. Sebbene ci siano pochi dati in letteratura veterinaria, si è osservata una riduzione dell'MPC in corso di attivazione piastrinica (degranulazione), per esempio in corso di grave infiammazione/sepsi nel cavallo o nell'anemia emolitica immuno-mediata del cane.

L'indice "MPM" misura la Mean Platelet Dry Mass, ovvero la massa secca occupata dalle piastrine. Su questo dato purtroppo non ci sono grosse informazioni bibliografiche.

I valori indicati con la "W" stanno ad indicare l'ampiezza (Width) dei singoli indici, ovvero quanto sono difformi tra loro le piastrine per volume (PDW), contenuto in granuli (PCDW) e massa secca (PMDW).

Infine il termine Large PLT indica la quantità di piastrine con volume superiore ad una determinata soglia (ovvero quante sono le piastrine troppo grandi per quella specie).

Nella prossima puntata ci concentreremo sulla valutazione dei reticolociti e quindi sulla capacità rigenerativa del paziente in esame.

Walter Bertazzolo

 



  • Creato il: 2019-01-21 - 09:53:18
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Nell’approccio diagnostico al paziente neoplastico, la ricerca di cellule metastatiche nei linfonodi drenanti la neoplasia è un passo fondamentale per una corretta stadiazione, utile a sua volta per ottimizzare la terapia ed emettere una prognosi. L’esame citologico è un strumento di indagine ottimale per questo scopo, data la ridotta invasività e la maggior velocità di esecuzione e processazione del campione. Ma qual è la sensibilità e la specificità dell’esame citologico nell’identificare le cellule metastatiche nei linfonodi? Qual è il significato dei campioni non diagnostici? Che importanza ha campionare più di un linfonodo durante il processo di stadiazione? Un recente studio dei colleghi dell’università di Edimburgo (Fournier et al. Veterinary Clinical Pathology 2018;47:489-500) ha cercato di dare risposta a queste domande, prendendo come oggetto di studio i tumori solidi del cane. Su un campione retrospettivo di 187 soggetti (di cui 32% con metastasi linfonodale), la sensibilità e la specificità dell’esame citologico, utilizzando  come gold standard l’istopatologia, sono risultati essere rispettivamente 81% e 91%. Le false positività e negatività dell’esame citologico non sembrano dipendere né dalla dimensione del linfonodo campionato, né dal tempo intercorso tra il campionamento citologico e quello istopatologico (intervallo di tempo comunque non superiore a un mese). Gli autori hanno quindi suddiviso ed analizzato i casi secondo diverse categorie di neoplasia: per i carcinomi la sensibilità è stata massima (100%), dimostrando che l’esame citologico raramente è causa di falsi negativi in questo tipo di neoplasie. Melanomi e mastocitomi hanno mostrato invece un numero maggiore di falsi negativi (sensibilità rispettivamente di 63% e 75%). Secondo gli autori, ciò è spiegato dalla difficoltà del patologo nel differenziare, nelle prime fasi dell’invasione metastatica, le cellule neoplastiche dalle cellule presenti fisiologicamente nel linfonodo. In particolare, per i melanomi, è spesso problematico distinguere i normali melanofagi (macrofagi contenenti melanina) dai melanociti neoplastici; analogamente, i mastociti normalmente e occasionalmente presenti nei linfonodi sono indistinguibili dalla maggior parte dei mastociti neoplastici.

La raccolta di un campione non diagnostico (25% dei casi esaminati) è risultato essere associata, prevedibilmente, a linfonodi non aumentati o lievemente aumentati di volume. Ciò è particolarmente vero per i linfonodi sottolombari, di per se difficili da campionare. E' importante sottolineare come la prevalenza di metastasi in caso di linfonodi di normali dimensioni può arrivare fino al 40% in alcune neoplasie (ad esempio nel melanoma): è quindi consigliabile eseguire comunque l’exeresi chirurgica e l’esame istopatologico in questi casi, e non basarsi solo sull’esame citologico che ha più probabilità di condurre a risultati falsamente negativi o inconclusivi.

È stato inoltre visto che il 24% dei cani esaminati presentava metastasi in più di un linfonodo al momento della diagnosi. Ciò è stato descritto soprattutto per le neoplasie che colpiscono cranio, regione cervicale, perineo e scroto: in questi casi è frequente la presenza di cellule metastatiche anche nel linfonodo controlaterale alla sede delle neoplasia. In base questi risultati gli autori suggeriscono quindi di non limitarsi a campionare un singolo linfonodo durante il processo di stadiazione, ma di ampliare l’area di indagine.

Marco Giraldi, Ugo Bonfanti & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2019-01-14 - 09:21:41
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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L’esame colturale per la ricerca di dermatofiti si esegue per confermare l’ipotesi diagnostica di dermatofitosi e per ottenere la tipizzazione del dermatofita. La tipizzazione del dermatofita permette di ipotizzare l’origine dell’infezione: in caso di isolamento di Microsporum canis la fonte è rappresentata molto probabilmente da un gatto, di Microsporum gypseum dal terreno mentre di una specie di Trichophyton mentagrophytes complex da un roditore selvatico.

La tipizzazione ci permette inoltre di valutare il rischio di trasmissione ad uomo o animali del dermatofita, che è molto elevato nelle infezioni da Microsporum canis, mentre è quasi nullo in quelle sostenute da Microsporum gypseum.

Per poter eseguire un corretto esame colturale per dermatofiti, è necessario rispettare alcuni passaggi che includono: la scelta dei peli, la metodica di campionamento e il corretto invio del materiale al laboratorio. Vediamoli nel dettaglio.

 

1) Scelta dei peli da campionare: la prima scelta è rappresentata da peli positivi alla lampada di Wood, che è una fonte luminosa che presenta la caratteristica di emettere radiazioni ultraviolette ad onda lunga comprese tra i 320 ed i 400 nm attraverso un filtro di nichel o di cobalto. I peli infestati da Microsporum canis emettono una caratteristica fluorescenza color verde-mela dovuta alla produzione di un metabolita del triptofano, la pteridina, prodotto solo da questo dermatofita (vedi foto 1). 

 

 

Foto 1: fluorescenza positiva dei peli in un gatto con dermatofitosi da M. canis.

 

Sia Microsporum gypseum che Trichophyton mentagrophytes complex non generano fluorescenza, per cui un risultato negativo con questo test non permette di escludere una dermatofitosi. In assenza di positività alla lampada di Wood, è sempre consigliabile, qualora presenti, campionare i peli o i loro frammenti al centro o all’interno della lesione alopecica (vedi foto 2).

 

Foto 2: Alopecia, eritema e scaglie sul margine superiore della palpebra in un gatto con dermatofitosi

 
I dermatofiti infatti determinano la rottura del pelo per cui i peli fratturati, riconoscibili in quanto più corti o, se fratturati nel punto di emergenza dall’ostio follicolare come piccoli puntini neri, saranno probabilmente più diagnostici rispetto a quelli localizzati alla periferia della lesione (foto 3).
Questi ultimi vanno prelevati solo se la lesione sospetta è completamente alopecica.

 

2) Metodica di campionamento: il prelievo va eseguito cercando di rimuovere il pelo dal follicolo pilifero, rispettando la direzione di crescita del fusto; questo accorgimento è essenziale per ridurre la possibilità di fratturare il fusto, lasciando nel lume follicolare la maggior parte del pelo infetto. La raccolta può essere eseguita con l’ausilio di pinze tipo mosquito, sulle cui branche sono stati applicati due piccoli tubicini di gomma per evitare traumatismi al pelo, oppure direttamente con le dita indossando dei guanti. In presenza di peli molto lunghi è indicato tagliare con un paio di forbici la punta del pelo. Il prelievo di piccolissimi frammenti di pelo che emergono dall’ostio del follicolo in lesioni alopeciche può essere eseguito mediante raschiato cutaneo superficiale utilizzando una lama di bisturi sterile rimuovendo delicatamente il materiale presente sulla superficie cutanea.

Foto 3: alopecia in un cane con dermatofitosi. Si noti la presenza di frammenti di pelo infetti e fratturati riconoscibili come puntini neri.

 

3) Invio materiale al laboratorio: i peli vanno inseriti in una busta di carta da lettera per permettere all’operatore di raccoglierli con facilità per la semina in coltura. Va evitato il materiale in plastica, in quanto rende difficile la raccolta dei peli che tendono ad aderire alla superficie di plastica del contenitore. Non è necessario inviare grandi quantitativi di pelo: meglio pochi peli ben selezionati seguendo le norme precedentemente descritte.

 

 

Federico Leone, consulente di Dermatologia MYLAV

 



  • Creato il: 2019-01-06 - 18:03:49
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: MICROBIOLOGIA

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Per un capodanno sereno meno botti e più buona compagnia e, soprattutto, se andiamo in vacanza, facciamo una....SCELTA OCULATA!

 

 

 

 

 

 

BUON 2019 A TUTTI!!!



  • Creato il: 2018-12-31 - 20:55:06
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Festività e auguri

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immagine Buon Natale 2018

Caro Mylavblognauta,

anche quest’anno i nostri migliori auguri vogliono essere “Auguri Solidali” ma in questo Natale, così come promesso lo scorso anno, abbiamo voluto….fare di più!!

 

Non vi nascondo che è stata per me una grande soddisfazione leggere la mail inviata da Valerio Neri, Direttore Generale Italia di Save The Children dal titolo Maximilla ce l’ha fatta e questo perché, essere parte ormai da anni di un progetto di solidarietà mondiale, riempie tutti gli “spazi lavorativi”.

 

Tuttavia, come detto, quest’anno abbiamo voluto fare di più e, come deciso dalla maggioranza delle persone del mio team, nella nostra assemblea plenaria di fine anno, abbiamo pensato di affiancare il nostro nome anche ad un altro progetto di rilevante solidarietà: MISSION RABIES.

 

Nato come un’idea solidale di WVS (Worldwide Veterinary service) oggi Mission Rabies punta non solo a prevenire, grazie alle vaccinazioni di massa, la Rabbia nei cani ma anche, come diretta conseguenza, quella dei tanti bambini che la contraggono ogni giorno.

 

Caro Mylavblognauta nel rinnovarti i miei pieni auguri di un Natale “migliore”  ti chiedo di cliccare qui per ricevere il tuo regalo e ti lascio con una promessa: il prossimo anno SARAI TU, proprio tu a scegliere il progetto solidale da farci sostenere e diventare, quindi, PARTE ATTIVA di un movimento di rinnovato impegno globale!

 

Buon Natale 2018

Guglielmo Giordano

Amministratore Mylav

 

 

 



  • Creato il: 2018-12-02 - 09:48:59
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Festività e auguri

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Virus vaccinali e di campo nel cane: possiamo distinguerli?

Nella pratica clinica può accadere di ricevere in visita un cane, specie cucciolo, con sintomi clinici sovrapponibili ad una malattia virale per la quale era stato vaccinato alcuni giorni prima. Nel caso della parvovirosi è abbastanza frequente che cuccioli vaccinati di recente tornino in visita con sintomi di gastroenterite emorragica, mentre più sporadicamente si osserva la comparsa di una forma neurologica dopo la vaccinazione per cimurro.

Pur nella consapevolezza che i vaccini utilizzati nel cane sono sicuri, per cui non si osserva, in genere, una reversione di virulenza dei ceppi vaccinali, si pone comunque un problema diagnostico, in quanto i vaccini per la profilassi delle principali malattie ad eziologia virale del cane (parvovirosi, cimurro ed epatite infettiva) sono allestiti con ceppi vivi attenuati, in grado di replicare nell’organismo dopo l’inoculazione, di causare viremia e di essere escreti per un periodo di tempo variabile a seconda del ceppo vaccinale. Nel caso della parvovirosi, per esempio, l’escrezione con le feci del virus vaccinale, determinata mediante real-time PCR (PCR quantitativa), può avvenire in maniera continuativa anche per 3 settimane dopo la vaccinazione, mentre per il cimurro, pur non esistendo studi approfonditi, si ritiene che l’escrezione del virus vaccinale sia saltuaria e di minore durata. Per quanto riguarda, invece, l’epatite infettiva del cane, il problema non si pone, in quanto la vaccinazione è effettuata con un ceppo di adenovirus del cane tipo 2, l’agente della laringotracheite infettiva del cane, oggi considerato uno dei tanti responsabili della malattia infettiva respiratoria del cane (la vecchia tosse dei canili).

In presenza di segni clinici comparsi nei giorni successivi alla vaccinazione e di positività diagnostica per parvovirus o virus del cimurro, si rende pertanto necessaria una discriminazione tra virus vaccinale e virus di campo, per comprendere se la positività sia dovuta alla presenza nel campione clinico del virus contenuto nel vaccino oppure del virus patogeno.

Questa discriminazione, in passato impossibile o per lo meno molto laboriosa, è oggi resa possibile dalle nuove tecniche di biologia molecolare, che, sfruttando le differenze genetiche esistenti tra questi virus, utilizza oligonucleotidi (primer e sonde) specifici per i virus vaccinali e per quelli di campo.

L’identificazione del ceppo è effettuata per il parvovirus del cane mediante alcuni test real-time PCR con sonde "minor groove binder" (MGB) marcate con diversi fluorofori ed in grado di rilevare anche mutazioni singole nel genoma virale. Nel caso del cimurro, invece, è utilizzata una metodica di seminested PCR sul gene della emoagglutinina, la quale produce amplificati di dimensione diversa a seconda del genotipo di appartenenza del ceppo, tenendo presente che i vaccini attualmente in commercio sono allestiti con stipiti del lineaggio America-1 (non più circolante nella popolazione canina).

Le matrici utilizzabili per l'esecuzione di questi test sono:

Parvovirosi: feci (senza particolari accorgimenti per il trasporto e conservazione)

Cimurro: in fase acuta/sub-acuta le marici utilizzabili sono il sangue, le urine o i tamponi da apparato respiratorio o oculari. In fase cronica e con coinvolgimento neurologico, si possono usare le urine o il liquor cefalorachidiano.

Nicola Decaro, DVM, PhD, Dipl. ECVM, Professore Ordinario di Malattie Infettive degli Animali, consulente MYLAV

Dipartimento di Medicina Veterinaria, Università degli Studi di Bari

Approfondimenti bibliografici

Decaro N, Buonavoglia C. Canine parvovirus - a review of epidemiological and diagnostic aspects, with emphasis on type 2c. Vet Microbiol. 2012 Feb 24;155(1):1-12.

Decaro N, Desario C, Elia G, Campolo M, Lorusso A, Mari V, Martella V, Buonavoglia C. Occurrence of severe gastroenteritis in pups after canine parvovirus vaccine administration: a clinical and laboratory diagnostic dilemma.  Vaccine. 2007 Jan 26;25(7):1161-6.

Martella V, Elia G, Buonavoglia C. Canine distemper virus. Vet Clin North Am Small Anim Pract. 2008 Jul;38(4):787-97, vii-viii.

Martella V, Elia G, Lucente MS, Decaro N, Lorusso E, Banyai K, Blixenkrone-Møller M, Lan NT, Yamaguchi R, Cirone F, Carmichael LE, Buonavoglia C. Genotyping canine distemper virus (CDV) by a hemi-nested multiplex PCR provides a rapid approach for investigation of CDV outbreaks. Vet Microbiol. 2007 May 16;122(1-2):32-42.

Foto W. Bertazzolo: corpi inclusi intra-citoplasmatici eosinofili del cimurro nei leucociti.



  • Creato il: 2018-11-30 - 19:14:18
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Nuova possibilità nella definizione degli allergeni in caso di Dermatite atopica del cane e del gatto

La dermatite atopica (DA) è una malattia dermatologica cronica pruriginosa, su base ereditaria, che colpisce numerose specie animali tra cui cane, gatto e cavallo. Le lesioni cliniche sono variabili secondo la specie interessata e hanno come comune denominatore il sintomo prurito.

La DA è innanzitutto una diagnosi clinica, che si formula dopo l'esclusione di tutte le altre malattie che possono manifestarsi con sintomatologia pruriginosa: dermatiti da ectoparassiti quali la rogna sarcoptica e infestazioni/allergia alla saliva della pulce e, soprattutto, vista la similitudine clinica con la DA, le reazioni avverse al cibo (intolleranza/allergia).

Una volta ottenuta la diagnosi clinica, le possibilità terapeutiche prevedono una terapia farmacologica o un'immunoterapia allergene-specifica ("vaccino"). La scelta degli allergeni da inserire nel "vaccino" si basa sul risultato dei test allergometrici.

Quali sono i test allergometrici proposti dal nostro laboratorio?

Da anni il test proposto dal nostro laboratorio per la ricerca delle IgE allergene-specifiche è il test Elisa (macELisa) prodotto dai laboratori Greer (monoclonal antibody cocktail-based enzyme-linked immunoassorbent assay). E' un test composto da un cocktail di anticorpi monoclonali.

Il test ha un'elevata specificità e sensibilità, tant'è che è utilizzato dalla maggior parte dei laboratori. In un recente studio comparativo effettuato in 10 laboratori europei e americani, tale test ha dimostrato una concordanza dei risultati che supera il 95%. Tale concordanza era riferita non solo agli esami eseguiti sullo stesso campione da parte di diversi operatori che lavorano nello stesso laboratorio, ma anche sullo stesso campione lavorato in laboratori diversi. Tale risultato testimonia come il test macElisa della Greer sia un affidabile e concordante tra i vari laboratori.

Qual è la novità del 2019?

Nel listino 2019 è stato inserito un test allergometrico che sfrutta una metodica diversa. Tale test non è in realtà nuovo, essendo già commercializzato da diversi anni. Il test, ALLERCEPT TM  Definitive Allergen Panels, è sempre un test ELISA, che ricerca un dominio biotinilato ricombinante extracellulare, in natura presente sul mastocita, che ha un'alta affinità per la proteina recettore Fc-epsilon della catena alfa dell'anticorpo allergene-specifico. In uno studio che comparava i risultati di questo test con il macELISA, è stata evidenziata una concordanza media tra i due test di circa il 92 %.

In base alle vostre specifiche preferenze potrete quindi scegliere tra i due metodi ora disponibili in listino.

Francesco Albanese, consulente per la Dermatologia di MYLAV.

Bibliografia:

Lee KW, Blankenship KD, McCurry ZM, et al Performance characteristics of a monoclonal antibody cocktail-based ELISA for detection of allergen-specific IgE in dogs and comparison with a high affinity IgE receptor-based ELISA. Vet Dermatol. 2009 Jun;20(3):157-64. doi: 10.1111/j.1365-3164.2009.00740.x. Epub 2009 Apr 3.



  • Creato il: 2018-11-30 - 19:12:59
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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A partire da Gennaio 2019 il laboratorio MYLAV sarà in grado di eseguire un pannello esteso per valutare le mutazioni del gene c-Kit, che include nuove possibili sedi di mutazione. Abbiamo chiesto ai nostri consulenti Laura Marconato e Luca Aresu, di spiegarci come sfruttare questo test in oncologia.

Quando richiedere l’esame mutazionale?

L’esame mutazionale del gene c-Kit, nel cane con mastocitoma a localizzazione dermica o sottocutanea, può essere richiesto sia per avere un parametro prognostico (che va ad unirsi al grado istologico e allo stadio clinico), sia per guidarci nella scelta della terapia medica, laddove questa sia indicata.

KIT è un recettore tirosin-chinasico? c-Kit allora cos'é?

I recettori tirosin-chinasici, tra cui KIT, sono una famiglia di proteine recettoriali che si attivano dopo legame con un fattore di crescita, e sono in grado di regolare la crescita, la differenziazione e la morte cellulare. Per c-Kit si intende il gene che codifica per la proteina KIT. 

Cosa succede se il relativo gene c-Kit è mutato?

Se c-Kit è mutato, il recettore KIT non necessita del fattore di crescita per attivarsi, ma rimane costantemente in tale forma con conseguente crescita cellulare incontrollata. Nel cane, il gene c-Kit gioca un ruolo eziopatogenetico importante nel mastocitoma, e la mutazione in uno o più esoni comporta la presenza di un segnale aberrante con crescita incontrollata dei mastociti.

La prima mutazione ad essere stata identificata è la duplicazione interna a tandem (ITD) che interessa il dominio iuxta-membranario di KIT (codificato dall’esone 11), la quale determina un’attivazione costitutiva del recettore in assenza di ligando. I MCT dermici presentano nel 9-30% dei casi una ITD, soprattutto se di alto grado e con tendenza a metastatizzare. Tuttavia, è ampiamente documentata in letteratura la presenza di mutazioni anche in mastocitomi di basso grado istologico. Più recentemente sono state identificate mutazioni puntiformi attivanti e ITD in corrispondenza del dominio extracellulare a livello di esoni 8 e 9. Altri esoni, tra cui 14 e 17, sono invece raramente mutati.

Sebbene la letteratura non riporti la presenza di mutazioni ITD sull’esone 11 nei mastocitomi sottocutanei, da dati preliminari si evince invece che è presente una ITD sull’esone 8.

L’esame mutazionale può darci indicazioni prognostiche?

La presenza di mutazioni (soprattutto ITD) a carico di alcuni esoni di c-Kit è stata associata ad una prognosi peggiore, da intendersi come maggior rischio di recidiva locale e di morte. Sebbene la presenza di mutazioni a carico di c-Kit si associ significativamente al pattern immunoistochimico III KIT, molti mastocitomi possono mostrare espressione aberrante della proteina KIT (pattern III), senza però che vi sia la mutazione.

Come si utilizza l’esame mutazionale per la scelta terapeutica?

L’evidenza che le mutazioni di c-Kit giochino un ruolo importante nell’eziopatogenesi del mastocitoma canino, pone le basi per l’utilizzo a scopo terapeutico degli inibitori tirosin-chinasici. Masitinib è un inibitore tirosin-chinasico che in uno studio prospettico, randomizzato, controllato da placebo (trial clinico di fase 3) migliorava il tempo alla progressione in cani con mastocitoma recidivante o non operabile di grado 2 o 3 di Patnaik, soprattutto se utilizzato come farmaco di prima linea. Il farmaco è in grado di inibire anche altri recettori (PDGF e FGFR3).

Secondo le direttive EMA (European Medicines Agency-Europa): Masitinib treatment should only be used in dogs with non-resectable mast cell tumours, which express the mutated c-kit tyrosine kinase receptor. The presence of a mutated tyrosine kinase c-kit receptor must be confirmed prior to treatment.

Pertanto l’utilizzo di Masitinib è indicato solo se la mutazione ITD è confermata.

Toceranib è un inibitore tirosin-chinasico multitarget (KIT, VEGFR2, PDGFRb) che ha mostrato efficacia (tasso di risposta 37.2%) in regime adiuvante nei confronti di MCT di grado 2 e 3 di Patnaik recidivanti. I cani in cui era presente una mutazione rispondevano meglio, generalmente entro 3 mesi dall’inizio della terapia. In particolare, nei mutati versus wild type (non mutati), il tasso di risposta era di 69% vs 37%. Inizialmente, toceranib è stato somministrato al dosaggio di 3.25 mg/kg a giorni alterni. Più recentemente è stato documentato che un dosaggio pari a 2.4 mg/kg è parimente efficace, ma con minore tossicità sistemica.

Secondo le direttive EMA (European Medicines Agency-Europa): Toceranib induces cell cycle arrest and subsequent apoptosis in tumour cell lines expressing activating mutations in the split kinase RTK, c-Kit. Dogs carrying wild-type c-kit and dogs carrying mutated c-kit responded significantly better to treatment as compared to placebo.

Pertanto, Toceranib può dare risposte oggettive anche in cani con mastocitomi wild-type, interagendo con recettori diversi da KIT. Putroppo, oggi non è possibile prevedere a priori se il cane con mastocitoma wild-type risponderà o meno alla terapia con Toceranib.

Infine, non è certo il ruolo di questi farmaci (sia Masitinib sia Toceranib) nel regime adiuvante (malattia microscopica); in un unico studio retrospettivo, masitinib determinava una sopravvivenza inferiore rispetto alla chemioterapia tradizionale in cani con mastocitoma ridotto chirurgicamente.

Laura Marconato & Luca Aresu, consulenti MYLAV

 



  • Creato il: 2018-11-30 - 19:11:32
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: ONCOLOGIA

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Cari colleghi, oggi parliamo di un’altra novità che verrà introdotta nel 2019 nel settore della Microbiologia, ovvero la ricerca delle sostanze inibenti.

In cosa consiste questo test e cosa sono le sostanze inibenti? La ricerca delle sostanze inibenti consiste in un saggio su piastra che serve a verificare se il campione in esame presenta un potere antibatterico residuo (ovvero se presenta residui di sostanze dotate di attività antibiotica).

A cosa serve? Questo esame, eseguito da solo o in concomitanza con l’esame colturale, serve a capire se il risultato dell’esame microbiologico può essere eventualmente falsato dalla presenza di tali residui. In particolare di fronte ad un esito di un colturale negativo, questo test permette di discriminare gli eventuali falsi negativi dovuti all’inibizione della crescita da parte di residui antibatterici contenuti nel campione.

Su quali campioni è possibile eseguire questo test? Questo test è eseguibile solo su campioni liquidi (urine, latte etc)

Marta Medardo, responsabile del settore di Microbiologia del laboratorio MYLAV



  • Creato il: 2018-11-30 - 19:11:00
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: MICROBIOLOGIA

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Dal prossimo gennaio 2019, il nostro laboratorio potrà offrire un ulteriore servizio di istopatologia: lo studio dei margini perimetrali di escissione chirurgica. Cerchiamo di spiegarvi di cosa si tratta con questo Blog e con le immagini nel PDF allegato.

Cosa si valuta in generale quando si analizzano i margini di escissione?

Attraverso la valutazione istologica dei margini di escissione chirurgica, il patologo valuta la distanza della neoplasia rispetto al limite dell’exeresi chirurgica, ovvero la possibilità di una residua presenza di tessuto patologico nel paziente. Sulla base di tale informazione, quando un tumore si estende fino al margine chirurgico, nella sezione istologica, viene descritto come neoplasia che infiltra i limiti chirurgici dell’exeresi (gergalmente chiamato margine “sporco”). L’infiltrazione del margine può essere ulteriormente interpretata come a distribuzione massiva (infiltrazione diffusa) o con aggregati-propaggini di cellule neoplastiche (infiltrazione focale).

Al contrario, i margini di escissione chirurgica vengono considerati esigui quando la neoplasia non infiltra il margine, ma si localizza in prossimità dello stesso, a meno di 2 mm dal margine della sezione istologica. Infine, i margini vengono considerati liberi, quando le celle neoplastiche si trovano ad una distanza ≥ 2 mm dal margine nella sezione istologica.

Perché si valutano margini di escissione e qual è l’importanza clinica nei diversi tumori?

I margini si valutano al fine di predire il rischio di recidiva locale in seguito all’infiltrazione tumorale del tessuto residuo sull’animale. Alcuni tumori, nello specifico quelli caratterizzati da un comportamento biologico aggressivo e con un elevato grado istologico, quali sarcomi dei tessuti molli e mastocitoma del cane, sarcoma da inoculo e carcinomi mammari felini, sono neoplasie che necessitano di una ampia escissione chirurgica, e per cui l’infiltrazione dei margini implica un rischio di recidiva locale elevato.

Come orientare i margini?

Al fine di stabilire l’orientamento del campione chirurgico per la successiva indagine istologica dei margini, è consigliabile apporre dei punti di sutura che siano indicativi della localizzazione anatomica del campione rispetto all’animale. I punti di sutura possono essere apposti indicando le proiezioni anatomiche craniale, caudale, dorsale e ventrale (Fig.1 e 2 del file allegato). In tal modo, l’eventuale presenza di un margine specifico (es. il margine craniale) infiltrato dalla neoplasia sarà più facilmente rivalutabile per una successiva revisione chirurgica.

Perché colorare il margine con inchiostro di china?

Perché l’inchiostro di china apposto subito dopo l’asportazione chirurgica sulla superficie prossimale del tessuto escisso, rappresentato ad esempio in una neoplasia cutanea dalla porzione di sottocute e/o fascia muscolare, diventa una reale linea di demarcazione visibile sulla sezione istologica (vedi ad esempio l'immagine istologica sopra). Il rischio della valutazione di margini non chinati è legato al fatto che il reale limite del campione non venga raggiunto con il taglio di una singola sezione istologica comprendente il nodulo. Inchiostri di china di colori diversi possono essere utilizzati ugualmente per l’orientamento dei margini. In questo caso ogni margine (craniale, caudale, dorsale e ventrale) sarà colorato con un colore diverso.

Quale tecnica di marginazione selezionare?

Il campionamento dei margini in patologia veterinaria può essere ottenuto con due metodiche o con una combinazione delle stesse:

  • Tecnica del cross-sectioning
  • Marginazione perimetrale

La tecnica del cross-sectioning, si esegue sezionando il campione lungo il suo asse corto, e successivamente le due metà ottenute lungo il loro asse lungo (Fig.1). Questa metodica consente di ottenere massimo 4 sezioni istologiche, e pur rimanendo una tecnica low-cost, consente solo una valutazione limitata della superficie totale dei margini chirurgici.

La marginazione perimetrale, invece, anche nota come tecnica di tangential-sectioning, fornisce una più completa valutazione dei margini di escissione chirurgica (Fig.2). Si esegue effettuando sezioni continue lungo tutto il perimetro limite del campione. Utilizzando questa tecnica, se sono presenti cellule neoplastiche nelle sezioni istologhe i margini saranno considerati infiltrati. Ovviamente queste procedure vengono effetuate in laboratorio dal personale del settore di patologia a partire dalle biopsie chirurgiche ricevute.

Luisa Vera Muscatello & Luca Aresu, del team dei patologi MYLAV.

Bibliografia

  • Biller et al., 2016 AAHA Oncology Guidelines for Dogs and Cats. JAAHA 2016 Jul-Aug;52(4):181-204.
  • Stromberg and Meuten. Trimming Tumors for Diagnosis and Prognosis, chapter 2 in: Tumors in Domestic Animals, 5th editon, 2017, Wiley Blackwell, Iowa USA.
  • Goldschmidt et al. Identification and assessment of tumor margins. In: Surgical Pathology of Tumors of Domestic Animals Volume 1 – Epithelial Tumors of the Skin, edited by M. Kiupel, 2018, Davis Thompson Foundation, Illinois, USA.


  • Creato il: 2018-11-30 - 19:08:19
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: PATOLOGIA

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Nel 2019 avremo la possibilità di offrirvi un'importante novità nella valutazione immuno-istochimica dei melanomi del cane: la ricerca dell'espressione del CSPG4.

Il Condroitin Solfato Proteoglicano-4 (CSPG4), noto anche come antigene melanoma-associato ad alto peso molecolare (HMW-MAA), è espresso a livello di membrana dalle cellule di melanoma umano e canino (1,2). CSPG4 svolge un ruolo chiave nella progressione maligna e metastatizzazione del melanoma (2), oltre a costituire un nuovo potenziale marcatore immunoistochimico per il melanoma nel cane. Nell’uomo e nel cane, CSPG4 è un ideale bersaglio immunoterapeutico (tumor-associated antigen) (2). Utilizzando come vaccino a DNA la proteina CSPG4 umana (human Chondroitin Sulfate Proteoglycan-4 - hCSPG4) alcuni autori (3,4) hanno dimostrato come, nei cani con melanoma orale in stadio II e III trattati chirurgicamente, l’elettrovaccinazione prolunghi significativamente i tempi di sopravvivenza, stimolando la produzione di anticorpi specifici rispetto a cani con melanoma CSPG4 positivo operati ma non vaccinati (sopravvivenza mediana di 684 giorni nei vaccinati rispetto ai 200 giorni nei non vaccinati). L’utilizzo del plasmide chimera uomo-cane (HuDo-CSPG4) ha permesso di ottenere risultati analoghi (dati non ancora pubblicati). Come termine di paragone, i cani con melanoma orale trattati solo con chirurgia possono beneficiare di una sopravvivenza mediana di circa 330 giorni, con solo il 29-30% dei cani vivo a 1 anno (5).

Al fine di un possibile trattamento con vaccino, è necessario effettuare uno screening immuno-istochimico al fine di verificare l'espressione o meno di CSPG4: i candidati ideali per il trattamento adjuvante saranni i cani con melanoma positivo per tale marker mentre gli altri non avranno un beneficio, e la terapia vaccinale sarà pertanto da evitare.

Buon lavoro a tutti, lo staff dei Patologi MYLAV

Bibliografia:

  • Mayayo SL, Prestigio S, Maniscalco L, La Rosa G, Aricò A, De Maria R, Cavallo F, Ferrone S, Buracco P, Iussich S. Chondroitin sulfate proteoglycan-4: a biomarker and a potential immunotherapeutic target for canine malignant melanoma. Vet J. 190(2):e26-30, 2011.
  • Rolih V, Barutello G, Iussich S, De Maria R, Quaglino E, Buracco P, Cavallo F, Riccardo F. CSPG4: a prototype oncoantigen for translational immunotherapy studies. J Transl Med. 2017 Jul 1;15(1):151
  • Riccardo F, Iussich S, Maniscalco L, Lorda Mayayo S, La Rosa G, Arigoni M, De Maria R, Gattino F, Lanzardo S, Lardone E, Martano M, Morello E, Prestigio S, Fiore A, Quaglino E, Zabarino S, Ferrone S, Buracco P, Cavallo F. CSPG4-specific immunity and survival prolongation in dogs with oral malignant melanoma immunized with human CSPG4 DNA. Clin Cancer Res. 20(14):3753-62, 2014.
  • Piras LA, Riccardo F, Iussich S, Maniscalco L, Gattino F, Martano M, Morello E, Lorda Mayayo S, Rolih V, Garavaglia F, De Maria R, Lardone E, Collivignarelli F, Mignacca D, Giacobino D, Ferrone S, Cavallo F, Buracco P. Prolongation of survival of dogs with oral malignant melanoma treated by en bloc surgical resection and adjuvant CSPG4-antigen electrovaccination. Vet Comp Oncol. 15(3):996-1013, 2017.
  • Boston SE, Lu X, Culp WT, Montinaro V, Romanelli G, Dudley RM, Liptak JM, Mestrinho LA, Buracco P. Efficacy of systemic adjuvant therapies administered to dogs after excision of oral malignant melanoma: 151 cases (2001-2012) J Am Vet Med Assoc. 245(4):401-7, 2014.


  • Creato il: 2018-11-30 - 19:05:47
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: ONCOLOGIA

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A partire dal 1° gennaio del 2019 avremo a disposizione per voi una serie di nuove indagini diagnostiche in vari settori (microbiologia, oncologia, patologia, dermatologia, ecc). Con questo blog iniziamo una serie di aggiornamenti ravvicinati, programmati per le prossime 2 settimane, che vi anticiperanno queste novità.

Vi parleremo oggi dello screening biomolecolare per stafilococchi meticillino resistenti. 

Cos’è la meticillino-resistenza? Per meticillino-resistenza si intende la resistenza nei confronti degli antibiotici beta-lattamici (quindi penicilline, cefalosporine e carbapenemi), caratteristica di alcuni ceppi di Staphylococcus spp. Storicamente questi meccanismi di resistenza furono studiati per lo Staphylococcus aureus (da cui l'acronicmo "methicillin-resistant Staphylococcus aureus", MRSA), ma oggi sappiamo che il fenomeno riguarda anche Staphylococcus pseudintermedius (methicillin-resistant Staphylococcus pseudintermedius, MRSP) e Staphylococcus intermedius (methicillin-resistant Staphylococcus intermedius, MRSI).

Perchè è così importante? Questi particolari batteri hanno un’elevata velocità di diffusione ed altrettanto velocemente sviluppano multiresistenze nei confronti delle altre classi di antibiotici. Sono inoltre un problema grave e sempre più emergente in ambito veterinario, per quanto riguarda le infezioni nosocomiali.

Quali sono i fattori di rischio? Immunodepressione, operazioni chirurgiche, ricovero in reparti di terapia intensiva, contatto con pazienti infetti o medici portatori sani di un ceppo meticillino-resistente, permanenza in ambito ospedaliero per più di 48 ore, presenza di cateteri o di altri dispositivi medici transcutanei.

A livello microbiologico il gold standard tra i test fenotipici per predire questo fenomeno è lo screening di sensibilità nei confronti dell’antibiotico cefoxitina (per tutti gli Staphylococcus spp. tranne Staphylococcus pseudintermedius. Per quest’ultimo è più attendibile lo screening di sensibilità nei confronti dell’oxacillina).

Come posso confermare di essere di fronte ad un ceppo di MRSA/MRSP/MRSI? L’identificazione mediante tecniche biomolecolari (real-time PCR) del gene mecA, ovvero il principale gene responsabile del fenomeno della meticillino-resistenza. E’ per questo motivo che il nostro laboratorio offrirà questo particolare screening sia per pazienti con un’infezione in atto (dunque a partire dall’isolamento nell’esame colturale), sia per pazienti sani potenzialmente portatori del batterio multiresistente (in questo caso è necessario un tampone nasale SENZA terreno di trasporto).

A presto per le altre novità!

Marta Medardo, responsabile del servizio di Microbiologia del laboratorio MYLAV.

Foto: esempio di Staphylococcus spp. meticillino resistente su MRSA brilliance agar



  • Creato il: 2018-11-30 - 19:02:13
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: MICROBIOLOGIA

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Gentili Colleghi citologi, ecco per voi un nuovo quesito citologico.

Si tratta di tre immagini provenienti da massa intestinale che coinvolge la valvola ileocecocolica e che causa subocclusione intestinale, in un gatto, femmina di 1 anno.

Il gatto in questione aveva anche un tracciato elettroforetico peculiare, mostrato qui a lato.

Cosa identificate nelle immagini citologiche allegate? Quali ipotesi diagnostiche, e quali possibili indagini collaterali da proporre?

Buon lavoro e a presto per la soluzione, Giuseppe Menga & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-11-26 - 14:41:50
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 30/11/2018 - 13:35:14
    Ecco la soluzione al quiz: il quadro citologico mostra una buona cellularità dei campioni, ed un fondo proteinaceo. Si identifica inoltre una flogosi mista, neutrofilico - macrofagica, asettica, con…
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Incominceremo oggi ad analizzare la parte del nostro emogramma relativa alle piastrine. So che il termine "stima piastrinica adeguata" e "stima piastrinica inadeguata" genera ancora un po' di confusione in molti colleghi. Vediamo di spiagare come interpretare numeri e commento:

 

Come potete notare nell'immagine sopra, estratta da un nostro emogramma, la prima cosa che dobbiamo valutare è il numero di piastrine a sinistra. Questo è il risultato della conta automatica dello strumento. Tuttavia in alcune situazioni (non così rare per la verità), per effetto della tendenza alla spontanea aggregazione piastrinica, questa conta automatica può risultare errata o meglio inaccurata. Da ciò l'importanza di valutare al microscopio uno striscio ematico preparato a fresco, nel quale fare la cosiddetta "stima piastrinica". In parole povere, l'operatore valuterà la quantità di aggregati e di piastrine al fine di stabilire "ad occhio", se il numero presente nello striscio è inferiore al normale (stima INADEGUATA), è normale (stima ADEGUATA) o se addirittura è superiore al fisiologico (stima AUMENTATA). In questa maniera abbiamo la possibilità di fare una doppia valutazione della concentrazione piastrinica: la conta automatica sarà sicuramente più accurata e quindi più affidabile qualora non ci siano fenomeni di aggregazione piastrinica, mentre la valutazione al microscopio, sicuramente più grossolana, potrà però essere sfruttata per confermare il dato strumentale oppure per smentirlo (in caso di aggregazione piastrinica). L'esempio classico è l'emogramma con una conta piastrinica bassa ma con una stima adeguata per la presenza di numerosi aggregati: questo paziente NON è da considerarsi trombocitopenico.

Lo strumento utilizzato nel nostro laboratorio (ADVIA 2120) risente molto meno invece della presenza di macropiastrine, che possono venir contate scorrettamente con la maggior parte delle altre contaglobuli, con le quali vengono facilmente scambiate per eritrociti. Anche in questo caso però la valutazione della stima piastrinica ci può venire in aiuto per confermare o smentire una eventuale trombocitopenia emersa nella conta automatica.

Nella prossima puntata cercherò di spiegarvi (cosa non semplicissima) il significato degli indici piastrinici misurati dall'ADVIA 2120.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-11-19 - 16:09:35
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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PERCHE’ DOBBIAMO SEMPRE ESEGUIRE ALMENO DUE PROIEZIONI DEL TORACE E DELL’ADDOME PER AVERE UNO STUDIO RADIOGRAFICO DIAGNOSTICO?

Dr Giliola Spattini, PhD, ECVDI Diplomate, Consulente MYLAV

La radiologia è la modalità di diagnostica per immagini più a disposizione e più utilizzata in medicina veterinaria. Tuttavia non è la più semplice, sia per l’esecuzione, sia per l’interpretazione. A volte si tende ad effettuare un'unica proiezione toracica e addominale incorrendo, così, in cattve interpretazioni diagnostiche. Questo breve post cerca di spiegare perché questo è sbagliato e perché ciò può generare disastri!!!

Il mio consiglio è quello di prospettare al nostro cliente, proprietario di animale, un costo per lo “studio radiografico” e non per singola esposizione, e spiegare chiaramente il motivo per cui sarà necessario effettuare più proiezioni radiografiche. Sarà più costoso eseguire uno studio radiografico, ma i risultati diagnostici saranno abissalmente diversi.

Detto ciò passiamo al lato pratico. Vi chiedo di analizzare ed emettere le diagnosi differenziali per la radiografia toracica che segue. S vi è capitato di cercare di interpretare uno studio radiografico in singola proiezione, prego, divertitevi con questo caso. Come anamnesi posso dirvi che è un controllo per una patologia cronica. Alla semplice domanda (che in realtà semplice non è!): questo è un torace normale? Che cosa rispondereste? 

E se pensate che il torace non sia normale, che cosa c’è di anomalo? Difficile? Certo, praticamente impossibile interpretare questa radiografia. Infatti si deve ricordare che quando il paziente viene posizionato in decubito laterale, il polmone declive tende a collassare per la forza di gravità per cui contenendo molta meno aria, perde il normale contrasto e in pratica non si vede. Per cui in una proiezione laterale si identificano in genere dal 40 al 50% circa delle strutture toraciche che sarebbero normalmente identificabili con almeno due proiezioni. E non solo. 

Se aggiungo la proiezione sagittale, appare evidente che questo paziente ha solo i lobi polmonari destri, in quanto i sinistri sono stati asportati chirurgicamente a causa di una gravissima patologia pleurica che purtroppo risultò essere un mesotelioma. Avreste immaginato una simile situazione dalla laterale?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non convinti? Ok, altro esempio. Vi allego l’immagine del torace di una meticcia Labrador di 9 anni che tossisce. E’ stata eseguita solo una proiezione, con la paziente sedata. Sembrerebbe un decubito laterale destro, ma in realtà è un decubito sinistro, solo che a causa della sedazione e del fatto che la paziente è rimasta per 20 minuti sdraiata sul lato destro, i lobi destri sono completamente atelettasici. Per questo motivo la curva diaframmatica destra è dislocata cranialmente e i polmoni che risultano poveri di aria, risultano molto radio-opachi. Per quale motivo Sugar tossisce? Passato un mese la paziente continua a tossire ed ha perso quasi sette chili nonostante l’appetito sia quasi conservato. Che fare? Si ripete l’esame radiografico, questa volta con la paziente non sedata. 

Come? Non credete che sia la stessa paziente? Controllate l’artrosi nelle spalle e nei gomiti e controllate le alterazioni delle giunzioni costo-condrali e l’ottava sternebra: non ci possono essere dubbi che sia la stessa paziente. L’aver perso 7 kg cambia completamente la radiopacità del polmone e anche il fatto che ora il polmone è completamente areato aiuta molto. Notate niente? Forse un mal definito aumento di pattern interstiziale a livello dei campi dorso-caudali? Che cosa faresti adesso? Che ne dite delle altre due proiezioni?

Ci sono dei dubbi ora sul perché questa paziente tossisce?

Avremmo potuto diagnosticare facilmente il problema della paziente un mese fa se solo avessimo fatto almeno un’altra proiezione (sempre la sagittale).

Spero che questi esempi (ma potrei postarvene decine sia del torace che dell’addome), vi abbiano convinti ad abbandonare la malpractice della singola proiezione e spero che vi spieghino come mai se mi mandate su MYLAV una singola proiezione, mi rifiuterò di dire che un torace è normale sapendo che ci potrebbe essere una massa fino a tre centimetri di diametro nel polmone controlaterale (come in quest'ultimo caso) e mi rifiuterò di effettuare un’operazione di diagnostica per immaginazione. Io faccio diagnostica per immagini!!!

Un abbraccio a tutti i coraggiosi che fanno il nostro mestiere, il più difficile, quello che richiede sacrifici che altre categorie non riescono a immaginare, ma quello che riesce ad entusiasmarci ogni giorno, nonostante tutto!

Giliola Spattini, ECVDI Diplomate



  • Creato il: 2018-11-11 - 23:14:42
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: DIAGNOSTICA PER IMMAGINI

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Lo scorso week-end oltre 800 colleghi hanno affollato il centro congressi di Arezzo per partecipare al consueto appuntamento autunnale di SCIVAC, incentrato quest'anno sulla nefrologia.

Relatori nazionali ed internazionali si sono avvicendati sul palco per dissertare di genetica, diagnostica di laboratorio, gestione clinica ed imaging diagnostico ed interventistico delle malattie renali ed urologiche.

Non potevamo quindi mancare con il nostro staff, il nostro stand ed alcuni dei nostri consulenti in qualità di relatori.

Il team dei patologi ha inoltre presentato una comunicazione scientifica relativa all'uso della biopsia renale: è stato chiaramente dimostrato come un approccio sistematico, che preveda l'utilizzo di tecniche microscopiche addizionali quali l'istochimica, l'immunofluorescenza e la microscopia elettronica, siano necessari per un corretto inquadramento della patologia renale. E' stata infine sottolineata l'importanza dell'impiego di patologi esperti in nefropatologia, per evitare errori di classificazione istopatologica che porterebbero ad una gestione clinica e terapeutica scorretta.

Per chi volesse approfondire la materia, vi alleghiamo un riassunto dello studio presentato dai nostri patologi.

Buona lettura, lo staff di MyLav.

 



  • Creato il: 2018-11-03 - 09:41:38
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Eventi

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Cari colleghi internisti, in occasione del congresso Nazionale SCIVAC di Arezzo, dedicato alla nefrologia, abbiamo chiesto al nostro consulente di settore, Francesco Dondi, di redigere un documento che riporti le attuali linee guida IRIS per la stadiazione e gestione terapeutica della patologia renale cronica del cane e del gatto.

Il documento in formato PDF è liberamente scaricabile in allegato e contiene le indicazioni più aggiornate e, quando possibile, basate sull'evidenza scientifica disponibile in letteratura.

Buona lettura e buon congresso a tutti! 

Walter Bertazzolo & Francesco Dondi



  • Creato il: 2018-09-27 - 13:18:37
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Eventi

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Cari colleghi, vi parleremo oggi delle metodiche di corretto campionamento per eseguire un esame microbiologico del lavaggio broncoalveolare (BAL).

Partiamo da una premessa fondamentale: il BAL è uno tra i campioni più soggetti alla contaminazione ambientale, sia per l’anatomia dell’apparato respiratorio (che è costantemente a contatto con l’ambiente esterno), sia per metodica di esecuzione (il liquido del lavaggio viene immesso all’interno dell’endoscopio, che inevitabilmente viene a contatto con la mucosa orale, e viene poi riaspirato).

Per questo motivo potrebbe essere utile far pervenire al laboratorio anche un lavaggio con fisiologica sterile dell’endoscopio, ottenuto prima dell’esecuzione del BAL (identificandolo come PRE lavaggio sulla provetta, in modo da poterlo distinguere). Dalla semina e dal confronto di entrambi i campioni, è così possibile escludere gli eventuali contaminanti ambientali presenti nel canale di servizio dell'endoscopio.

Un altro problema rilevante è la contaminazione legata alla traslocazione di germi del cavo orale, introdotti dall’endoscopio stesso durante il transito nelle vie aeree.

Un accogimento fondamentale per ottenere dei risultati significativi, è l’esecuzione dell’esame citologico unitamente all’esame microbiologico del BAL. La conferma o meno di un’infezione batterica mediante la citologia, è di sicuro aiuto nell’interpretazione dei risultati. Questo esame aiuta inoltre a non sovrastimare un risultato positivo all’esame microbiologico.

In che modo trasportare i campioni ? E’ sufficiente utilizzare una provetta vuota sterile, da circa 5 mL per ciascun campione. Immettere il BAL all’interno di un tampone non è scorretto: il campione è comunque processabile, anche se in questo modo il volume di liquido inviato sarà inferiore e quindi è più facile incorrere in un falso negativo.

Ecco di seguito alcuni dei principali patogeni isolati nei BAL di cane e gatto:

  • Streptococcus spp.
  • Pasteurella multocida
  • Enterobatteriacee (in primis Escherichia coli)
  • Bordetella bronchiseptica
  • Staphylococcus spp
  • Pseudomonas aeruginosa

Marta Medardo, responsabil del settore di Microbiologia del Laboratorio LaVallonea



  • Creato il: 2018-09-27 - 13:17:25
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: MICROBIOLOGIA

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Cari citoaffezionati, ecco a coi un nuovo caso da risolvere: questa volta si tratta di uno striscio ematico, di un cane pastore tedesco, femmina, adulta. Il paziente presentava un emogramma con lieve anemia normocitica- normocromica e piastrinopenia. I leucociti risultavano pari a 51.000/uL e allo striscio ematico mostravano l'aspetto che potete osservare nella figura a fianco (vedi anche allegato, per maggiore ingrandimento).

Cosa potete sospettare? Quali altri indagini proporreste al proprietario?

Tra qualche giorno vi daremo la soluzione al caso clinico.

Giuseppe Menga & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-09-27 - 13:16:39
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 10/10/2018 - 15:11:23
    In effetti la popolazione leucocitaria è rappresentata esclusivamente da elementi di medie dimensioni e con evidente aspetto immaturo/blastico. Un esame del midollo osseo e la stadiazione clinica sono…
  • immagine di flavia invernizzi
    flavia invernizzi  veterinario  ha scritto: 08/10/2018 - 19:31:30
    Proporrei immunofenotipo ematologico.. anche se non so se questo e' l'esame piu indicato per confermare un sospetto di leucemia.
  • immagine di flavia invernizzi
    flavia invernizzi  veterinario  ha scritto: 08/10/2018 - 19:29:06
    Ciao. Sembrerebbe una leucemia.. forse linfoide. Ma non saprei dire altro.
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Cari colleghi, eccoci ad una nuova puntata relativa ai nostri emogrammi. Come anticipato nella puntata n° 6, vi avrei parlato oggi del significato del termine LUC, che compare nella formula leucocitaria. Il termine LUC significa "Large Unstainded Cells". Gli strumenti per ematologia della serie ADVIA utilizzano due diversi metodi per il riconoscimento delle varie popolazioni leucocitarie. Uno di questi utilizza la tecnologia laser per distinguere le cellule in base al loro contenuto in mieloperossidasi e in base alle loro dimensioni. Nel grafico a lato si vede come le cellule di un normale campione canino si separano: l'asse X corrisponde al contenuto in mieloperossidasi, mentre l'asse Y alle dimensioni cellulari.

In posizione 1 si raggruppano le cellule più piccole e senza mieloperossidasi (linfociti), in 2 i monociti, in 3 i neutrofili ed in 4 gli eosinofili. In posizione 6 ci sono gli aggregati piastrinici. La posizione 5 corrisponde a cellule di ampie dimensioni, ma prive di mieloperossidasi (LUC). Un aumento consistente delle cellule in questa area è conseuente alla presenza in circolo di elementi di ampie dimensioni, di possibile derivazione linfoide (es. in un linfoma leucemico) o di blasti (es. in corso di alcune leucemie). Pertanto un aumento della quota del LUC deve essere sempre preso come un segnale di allarme, che deve indurci a cercare cellule "anomale" nello striscio ematico.



  • Creato il: 2018-09-27 - 13:15:49
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Tranquilli, non è una nuova edizione di Art Attack!

Vogliamo solo mostrarvi come preparare con pochi soldi ed in poco tempo un citoconcentratore per liquor cefalorachidiano (LCR) nella vostra struttura. Non tutti possono infatti permettersi una costosa citocentrifuga e, come giù spiegato nel post precedente, la citologia da LCR non può essere preparata come per gli altri fluidi biologici.

La bassa concentrazione proteica del LCR rende le cellule in esso sospese molto, molto fragili e "non possono essere toccate". Bisogna lasciarle sedimentare sul vetrino ed asciugare, poi si possono fissare al'aria e colorare come qualsiasi altro campione citologico.

Nei due brevi video seguenti vi mostriamo come procedere: in pochi minuti avrete un buon campione di LCR da analizzare.

Buon lavoro, Walter Bertazzolo

 

 



  • Creato il: 2018-09-23 - 20:09:16
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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L’esame del liquor cefalorachidiano (LCR) necessita di alcuni accorgimenti tecnici che devono essere rigorosamente seguiti dal clinico che esegue il campionamento. Se la procedura di preparazione dei campioni viene eseguita in maniera inappropriata, i risultati saranno sicuramente inconclusivi e quindi parecchio frustranti sia per il medico curante che per il proprietario. Vediamo quindi oggi come ci si dovrebbe comportare allorché si decida di eseguire un esame del LCR.

L’aspetto principale che bisogna sempre tener bene a mente, è che il LCR è un liquido a bassa concentrazione proteica (in condizioni normali essa è oltre 100 volte più bassa rispetto a quella plasmatica). Di conseguenza le cellule presenti nel LCR sono estremamente labili e fragili (tendono ovvero a lisarsi rapidamente e con molta facilità). Saranno quindi necessarie alcune particolari precauzioni per analizzarle.

1) Determinazione della concentrazione proteica. Può essere eseguita anche su campione conservato in frigo/freezer e non necessità di precauzioni particolari. Non può però essere determinata mediante rifrattometro e nemmeno mediante la chimica clinica normalmente impiegata per la determinazione delle proteine sieriche/plasmatiche. Si devono usare kit diagnostici molto più sensibili (quelli ad esempio per la determinazione delle proteine urinarie), in quanto come già detto la concentrazione proteica del LCR è molto bassa.

2) Determinazione della conta cellulare: questa informazione è estremamente importante da un punto di vista clinico, e purtroppo deve necessariamente essere eseguita dal clinico. Non può quindi essere demandata al laboratorio, in quanto il numero di cellule tende a decrescere col passare delle ore. Più la concentrazione proteica è elevata nel LCR (per esempio a causa di infiammazione), più questo effetto è ridotto. E’ possibile ridurre quindi il decremento della conta cellulare aggiungendo colloidi o siero autologo in quantità ben definita (es. 50uL di siero + 200 uL di LCR). Tuttavia il metodo più accurato per stabilire la reale concentrazione cellulare è quello di effettuare la conta entro 1 ora dal prelievo. La conta dovrà essere eseguita necessariamente con emocitometro (es. una camera di Burker), metodo che richiede un po’ di esperienza ed esercitazione pratica.

3) Analisi citologica della componente cellulare: per stabilire che tipo di cellule sono presenti nel campione è necessario allestire un preparato citologico. Questo è lo step che spesso viene eseguito scorrettamente da parte dei clinici. Il preparato va fatto il più in fretta possibile dopo il prelievo (possibilmente entro pochi minuti) proprio per evitare il deterioramento cellulare e quindi non può essere effettuato dal laboratorio. Altra osservazione molto importante, lo striscio su vetrino non può essere eseguito come un normale striscio da altra tipologia di liquido biologico (per esempio un versamento): le cellule risulterebbero tutte lisate e non riconoscibili. E’ assolutamente necessario il ricorso ad una citoconcentrazione mediante citocentrifuga (disponibile sono in centri specializzati) o ricorrendo a citoconcentratori manuali più o meno artigianali (vedi foto sopra a sinistra). Nella prossima puntata vi spiegherò come costruire un banalissimo citoconcentratore a costo prossimo a zero.

4) In alcuni casi può essere necessario richiedere la ricerca di agenti eziologici (es. virus del cimurro, batteri, ecc.) per cui può essere utile conservare una parte del campione per eventuali indagini microbiologiche o molecolari (es. PCR).

Alla prossima puntata, Walter Bertazzolo

 

 



  • Creato il: 2018-09-17 - 15:45:38
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Cari colleghi, vi diamo alcuni consigli relativi alle metodiche di corretto campionamento per eseguire un esame microbiologico da lesioni cutanee nel cane e nel gatto.

Ferite/lesioni cutanee: rasare e disinfettare sempre adeguatamente la zona da campionare. Procedere al prelievo mediante tampone con terreno di trasporto, avendo la massima accortezza di toccare solo le aree lesionate; si evitera’ cosi’ di campionare anche la flora commensale normalmente presente sulla cute. Se la lesione consta di cisti/pustole/vescicole, utilizzare una siringa per prelevare sterilmente il liquido all’interno. In caso di curettage chirurgico, prelevare una porzione di tessuto al limite tra la lesione ed il tessuto sano.

Ascessi: se possibile inviare una porzione bioptica della parete, altrimenti eseguire un tampone profondo che raggiunga la parete interna dell’ascesso. E’ lì che i batteri sono vivi ed in attiva replicazione. Viceversa il pus da solo potrebbe risultare negativo poiché contenente solo batteri morti o inibiti.

 

Come per qualsiasi altro esame microbiologico, il prelievo deve essere fatto prima dell’inizio della terapia antibiotica. In caso questo non sia possibile, è importante segnalare al laboratorio che principio attivo state usando e da quanto tempo avete iniziato la terapia.

 

 

 

 

Di seguito un elenco dei batteri patogeni piu’ frequentemente isolati nella cute del cane e del gatto:

  • Staphylococcus pseudintermedius
  • Staphylococcus aureus
  • Staphylococcus spp. coagulasi negativi (CNS)
  • Staphylococcus schleiferi
  • Enterobatteri (soprattutto E.coli, Proteus spp.)
  • Pseudomonas aeruginosa
  • Streptococcus/ Enterococcus spp.
  • Actinomyces spp./ Nocardia spp.
  • Clostridium spp. (soprattutto C. perfringens)

Buon campionamento a tutti! 

Marta Medardo

 

 



  • Creato il: 2018-09-08 - 18:21:40
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: MICROBIOLOGIA

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  • immagine di Marta Medardo
    Marta Medardo  veterinario  ha scritto: 15/10/2018 - 13:27:02
    Cara Elena, per prelievi da cute integra (dunque in caso di pustole, cisti etc) è indicata la disinfezione con alcol etilico o isopropilico al 70%. In caso di ferite o lesioni aperte invece è opportuno…
  • immagine di Elena
    Elena  veterinario  ha scritto: 13/10/2018 - 15:25:53
    Buongiorno dott.ssa Medardo, che disinfettante è preferibile utilizzare prima del campionamento? La ringrazio per i suoi consigli
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Il diabete mellito è una comune disendocrinia felina, seconda solo all’ipertiroidismo in termini di prevalenza. La diagnosi è solitamente semplice ed è basata sui classici segni clinici di dimagrimento, polifagia, poliuria/polidipsia, iperglicemia persistente e glicosuria. Non così semplice può invece essere la gestione terapeutica, in particolare allorché il gatto diabetico presenti una patologia concomitante.

Negli ultimi anni è emerso che l’acromegalia, in particolare nei gatti anziani di sesso maschile, rappresenta una patologia endocrina tutt’altro che rara. Questa condizione è frequentemente associata al diabete mellito (dal 10% al 40% dei casi in alcuni studi) e può determinare una notevole insulino-resistenza. Spesso la diagnosi di acromegalia viene proprio effettuata dopo aver osservato una progressiva perdita di efficacia della terapia insulinica in un gatto diabetico in terapia.

Per tale ragione è importante escludere l’acromegalia nei gatti con diabete mellito, sia in prima presentazione, che successivamente durante la terapia insulinica.

Il test diagnostico per la diagnosi di acromegalia è l’IGF-1 (Insulin-like Growth Factor-1) sierico: valori >1000 ng/mL sono estremamente suggestivi della malattia. La misurazione di GH (Growth Hormone) ha invece una ridotta utilità diagnostica.

Va sottolineato che non tutti i gatti acromegalici, al momento della diagnosi di diabete mellito, presentano già una concentrazione di IGF-1 >1000 ng/mL. Infatti, per la sintesi di IGF-1 è necessaria l’insulina, pertanto circa 1/3 dei gatti acromegalici diabeteci raggiunge valori di IGF-1 >1000 ng/mL solo dopo 4 settimane di terapia insulinica. E' importante quindi misurare l’IGF-1 in prima presentazione (in particolare nei gatti maschi anziani diabetici): in caso di valore <1000 ng/mL, è necessario ripetere la misurazione dopo almeno 4 settimane di terapia insulinica.

Walter Bertazzolo & Federico Fracassi

 



  • Creato il: 2018-09-03 - 08:50:23
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: HormoneBlog

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  • immagine di beatrice ruzzene
    beatrice ruzzene  ha scritto: 22/01/2019 - 12:59:43
    Grazie delle info, ho una micia diabetica che sembra insulina resistente e ora in corso esami per verifica acromegalia.
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Come promesso nel Blog precedente vi riportiamo un aggiornamento relativo alla problematica della cistinuria nel gatto (anche se molte di queste informazioni sono traslabili anche al cane, in cui è sicuramente più frequente). 

Introduzione e patogenesi: la cistinuria è un problema considerato estremamente raro nel gatto. La cistinuria in realtà deve essere inquadrata in un disturbo tubulare renale molto più complesso. In questi pazienti infatti, i tubuli renali sono spesso disfunzionali e non sono in grado di riassorbire numerosi amminoacidi (amminoaciduria). In casi più rari sono presenti disfunzioni tubulari più complesse, ma spesso asintomatiche. Tra gli amminoacidi che vengono persi nel lume tubulate, la cistina rappresenta quello meno solubile e di conseguenza, se sono presenti alcune condizioni (pH urinario acido, urine molto concentrate), può precipitare a formare i caratteristici cristalli (vedi foto a lato e blog precedente) e conseguentemente a formare calcoli. Bisogna considerare, tuttavia, che i pazienti che vediamo con urolitiasi da cistina o cristalluria di cistina, rappresentano solo la punta di un iceberg, poiché in molti casi l’escrezione di questo amminoacido è sì patologica, ma non conduce a nessun rilievo clinico o clinicopatologico rilevabile.

Si pensa che il problema nel gatto sia legato ad un difetto genetico non ancora chiaramente identificato, mentre nel cane sono presenti numerosi studi in merito che hanno identificato un numero sempre crescente di razze potenzialmente predisposte o che più frequentemente presentano il problema genetico. Nel gatto, uno studio che riporta 11 casi di cistinuria ha ritrovato il problema prevalentemente in gatti siamesi (6/11), comune europeo (3/11) e altre razze (2/11). A differenza del cane, in cui il problema è nella quasi totalità dei casi ritrovabile nel maschio (98% dei casi), nel gatto la maggioranza dei pazienti è invece di sesso femminile (9/11 femmine nello studio precedente, di cui 7 sterilizzate).

In maggiore dettaglio, la cisteina deriva dal metabolismo della metionina che viene trasformata in cisteina; la cisteina è fortemente solubile, ma viene ossidata a cistina prima dell’escrezione renale. L’amminoacido, quindi, è eliminato quasi totalmente sotto forma di cistina che risulta decisamente poco solubile nell’ambiente urinario (questo concetto deve essere ricordato per comprendere poi l’approccio terapeutico; grazie all’uso di alcuni farmaci, infatti, questo processo può essere convertito per portare alla formazione di cisteina da cistina riducendo o evitandone la cristallizzazione). Come citato in precedenza, inoltre, la solubilità si riduce ulteriormente quando siamo in presenza di un pH urinario acido, urine molto concentrate ed eccessiva concentrazione di cistina.

Epidemiologia: nel gatto, la frequenza di urolitiasi di cistina, dai pochi dati presenti in letteratura, è quantificabile allo 0,3-0,6% di tutti i calcoli ritrovati nel gatto. Morfologicamente, quando presenti, i calcoli si presentano di solito rotondeggianti, di colore giallastro e con superficie liscia o leggermente rugosa (ricordiamo che non è possibile l’identificazione dei calcoli dalla sola analisi morfologica!). I gatti di solito presentano piccoli uroliti a localizzazione quasi esclusivamente vescicale e che possono poi dislocarsi a livello uretrale (nel cane gli uroliti di cistina possono localizzarsi anche a livello renale con dislocazione ureterale, e, siccome colpiscono quasi esclusivamente i maschi, sono di solito causa di ostruzione uretrale dopo dislocazione dalla vescica)

Diagnosi: come citato sopra il gatto può presentare o meno segni clinici riferibili all’urolitiasi o i calcoli possono essere evidenziati con diagnostica per immagini (ecografia addominale). La radio-opacità dei calcoli di cistina è considerata moderata-scarsa, ovvero questi calcoli possono non essere radiologicamente visibili. 

L’esame urine mette in evidenza di solito:

  • PS elevato (>1035-1040)
  • pH acido (<6.5)
  • cristalluria di cistina (patognomonica; attenzione perché l’assenza di cristalluria non consnete di escludere la cistinuria)
  • eventuale presenza di sedimento infiammatorio
  • eventuali segni di infiammazione del tratto urinario (frequente complicazione soprattutto nel cane)
  • possibile quantificazione della cistinuria tramite metodiche specifiche di chimica urinaria (scarsamente disponibile)

La funzionalità renale di questi animali è normale, nonostante il difetto tubulare, salvo quando non siano presenti segni di danno renale acuto post-renale (ostruzione del tratto urinario).

La diagnosi definitiva si ottiene con l’analisi del calcolo (idealmente analisi quantitativa con spettroscopia infrarossa) o con la visualizzazione dei caratteristici cristalli all'esame del sedimento urinario (meglio se in combinazione).

Trattamento e prevenzione: non esiste un trattamento eziologico specifico per la cistinuria, ma la terapia è mirata a ridurre l’escrezione di cistina e ad aumentarne la solubilità. Tale trattamento dovrà essere continuato per tutta la vita del paziente. Il clinico deve ricordare che gli uroliti di cistina possono essere dissolti con terapia medica. La terapia prevede:

  • aumento della diuresi
  • utilizzo di una dieta con restrizione proteica e a basso contenuto di metionina e di sodio
  • alcalinizzazione urinaria (tramite dieta e/o farmaci/integratori; es.: Citrato di potassio) per aumentare la solubilizzazione della cistina
  • utilizzo di farmaci (es.: Tiopronina o D-penicillamina) in grado di aumentare la solubilità della cistina o favorire una maggiore escrezione di cisteina (maggiormente solubile) (es.: Acido ascorbico)
  • controllo delle infezioni del tratto urinario
  • castrazione (indicata nel cane in cui la malattia è presente quasi esclusivamente in soggetti di sesso maschile)

Tramite questa terapia i target da raggiungere sono i seguenti:

  • PS urinario < 1025-1030 (gatto); <1020 cane
  • pH urinario ≥ 7,5
  • assenza di cristalluria di cistina o di altre tipologie (es.: struvite)
  • assenza di sedimento attivo/infezione del tratto urinario (necessario esame batteriologico)
  • scomparsa/riduzione dimensioni dei calcoli di cistina
  • riduzione della concentrazione di urea sierica (come indicatore dell’uso di una dieta ipoproteica associata ad induzione della diuresi)

Francesco Dondi e Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-08-27 - 12:57:28
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Cari colleghi, riprendiamo questa settimana con un CitoQuiz un po' inusuale: innanzi tutto non si tratta di un normale campione citologico ma di un sedimento urinario di un gatto siamese femmina di 7 anni.

In secondo luogo si tratta di un rilievo molto inusuale.

Fate la vostra diagnosi osservando attentamente le immagini in allegato. Nei prossimi giorni, oltre a darvi la diagnosi definitiva, implementeremo l'argomento con del materiale informativo.

Walter Bertazzolo, Giuseppe Menga e Francesco Dondi.



  • Creato il: 2018-08-19 - 20:47:49
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 14/10/2018 - 20:36:39
    Scusatemi, il commento precedente non è di Ugo Bonfanti, ma del sottoscritto.
  • immagine di Ugo Bonfanti
    Ugo Bonfanti  veterinario  ha scritto: 13/10/2018 - 17:08:03
    Ciao Giovanna. I cristalli di cistina, in condizioni fisiologiche, non sono mai presenti nelle urine. La loro forma è decisamente tipica. Come ho già detto in un precedente commento, la loro formazione…
  • immagine di giovanna
    giovanna  ha scritto: 12/10/2018 - 17:08:13
    Mi rivolgo al commento del Dr.Giuseppe Menga su i cristalli di cistina:quindi se si trovano è sempre sintomo di cistinuria non c è mai possibilità di errore o somiglianza con altri cristalli?oppure…
  • seguono altri commenti
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immagine FERRAGOSTO 2018..con i nostri amici animali

Caro Mylavblognauta,

nell’augurarti delle rigeneranti ferie di ferragosto, ho voluto toccare un problema molto avvertito in questo periodo dell’anno e che, in quanto garante del benessere e della protezione dei nostri animali domestici, tocca la nostra categoria in particolare!!

Non ti nascondo di essere caduto nella trappola di ricercare sulla rete immagini violente e di rottura per contribuire alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica ma poi, riflettendoci un po’, ho ritenuto fosse meglio pubblicare una vignetta umoristica che, pur richiamando il problema, mettesse in risalto la “non problematica reale” della questione.

Spesso, purtroppo, questo momento di ferie ferragostiane, viene vissuto come un ostacolo insormontabile da parte del proprietario di animali domestici che, non trovando una soluzione accettabile alla gestione del suo pet e non volendo, giustamente, rinunciare alle ferie, decide di non “caricarsi” un animale in casa oppure, peggio ancora, di abbandonarlo come un sacco inanimato.

In realtà esistono sempre più strutture che consentono l’accesso ai nostri animali e sempre più amministrazioni comunali attrezzano spazi e destinano spiagge all’accesso dei cani…tutto sta a saperle trovare!

Caro Mylavblognauta, nel rinnovarti i miei migliori auguri di serene vacanze estive, ti chiedo di condividere questo post sui tuoi sociale per contribuire, anche noi, alla creazione di una più matura coscienza sociale…ne gioveremo tutti quanti!!

Buon Ferragosto 2018!



  • Creato il: 2018-08-14 - 10:38:56
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Festività e auguri

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Il nostro consulente in oncologia chirurgica, prof. Paolo Buracco, ha redatto un approfondito documento relativo al melanoma del cane. Per chi volesse approndire l’argomento, in allegato è disponibile un PDF liberamente scaricabile, che approfondisce diversi aspetti diagnostici e terapeutici relativi a questa importante neoplasia. Diamo qui soltanto alcuni spunti interessanti.

Caro Paolo, perché il melanoma orale nel cane è così clinicamente rilevante?

PB: Il melanoma maligno (MM) è il più frequente tra i tumori orali del cane (30-40% delle neoplasie della bocca). Il MM orale è localmente molto aggressivo, con crescita rapida e coinvolgimento dell’osso sottostante (mandibola o mascella) nel 57% dei casi. Il tasso metastatico è elevato (oltre 80%).

Quali sono le presentazioni cliniche più comuni?

PB: il MM può presentarsi in numerose forme (sessile per lo più, talora peduncolata) ed essere variamente pigmentato. I segni clinici possono essere molto variabili, dalle forme asintomatiche, a quelle caratterizzate da perdita dei denti, modificazione del profilo facciale, scialorrea/anoressia, esoftalmo, epistassi, ecc..

Quali sono gli step diagnostici fondamentali?

PB: innanzitutto le biopsie (citologiche ed istologiche) con eventuale immuno-istochimica; quindi la stadiazione clinica completa con diagnostica per immagini e campionamento dei linfonodi regionali. L’esame istologico è indispensabile anche per la valutazione dei margini di escissione chirurgica, e per fornire al clinico parametri utili per formulare una prognosi.

Trattandosi di una neoplasia molto aggressiva, abbiamo a disposizione armi terapeutiche efficaci?

Le opzioni terapeutiche hanno lo scopo del controllo locale della neoplasia (chirurgia e/o radioterapia), e il controllo della malattia metastatica con presidi adiuvanti quali chemioterapia e terapia immunologica. Quest’ultima modalità, sebbene ancora in fase di studio e sperimentazione, ha mostrato, quando applicabile, risultati incoraggianti con tempi di sopravvivenza superiori alla combinazione di chirurgia e radioterapia.

Buona lettura e buon approfondimento.

Paolo Buracco & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-08-06 - 12:45:18
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Generica

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Il monitoraggio terapeutico dei cani e dei gatti affetti da epilessia idiopatica e sottoposti a trattamenti con farmaci antiepilettici (es. fenobarbitale e bromuro, quest’ultimo solo nella specie canina) è parte integrante del controllo periodico che questi pazienti devono affrontare.

Il clinico, una volta iniziata la terapia, deve periodicamente verificare la concentrazione ematica di questi principi attivi. Come ben sapete, il laboratorio riporta i range terapeutici che, tuttavia, dovrebbero essere consideraticome puramente indicativi. La terapia dovrebbe venir "aggiustata" tenendo conto sia della concentrazione ematica del farmaco utilizzato, che della risposta clinica. Non è possibile decidere se mantenere, ridurre o incrementare il dosaggio di un farmaco sulla base della sola concentrazione ematica. Infatti, questo dato deve essere letto in congiunzione con altri parametri, quali il controllo delle crisi e gli eventuali effetti collaterali presenti.

Facciamo degli esempi pratici: un paziente potrebbe infatti avere un apparente dosaggio insufficiente (concentrazione di principio attivo inferiore ai limiti indicati come riferimento), ma se la sintomatologia è ben controllata, non è necessario aumentare la dose di somministrazione. Al contrario, potrebbe verificarsi una situazione in cui la sintomatologia è ben controllata e la concentrazione di principio attivo appare troppo elevata; in questo caso potrebbe essere invece consigliabile diminuire la dose di somministrazione al fine di ridurre possibili effetti collaterali e/o prevenire una tossicità epatica.

Allo stesso modo, la decisione sull’uso combinato di due farmaci deve essere il frutto di considerazioni che tengano conto delle condizioni cliniche del paziente, del controllo delle crisi e degli effetti collaterali presenti. In questi casi, può essere utile affidarsi all’esperienza di uno specialista.

Per qualsiasi necessità il nostro team di esperti neurologi (dr. Baroni e Gernone, prof. Gandini) può consigliarvi qualora nutriate dei dubbi circa l'efficacia del trattamento in atto.

A titolo esemplificativo, vi allego un algoritmo (vedi immagine allegata sotto) creato dal prof. Gandini per Dechra che fornisce le linee guida per la gestione terapeutica con un fenobarbitale ad uso veterinario.

Lo staff di MyLav 



  • Creato il: 2018-07-29 - 22:35:58
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Molti di noi avranno avuto modo di imbattersi in pazienti canini con versamento pericardico, solitamente di aspetto emorragico. Mentre la diagnosi clinica è relativamente semplice, essendo basata sui rilievi dell’esame fisico, sulla diagnostica per immagini e sulla raccolta ed esame del versamento, non altrettanto si può dire sulla definizione della causa sottostante. La maggior parte dei versamenti pericardici del cane è infatti secondaria a neoplasie (es. chemodectomi della base cardiaca, emangiosarcoma dell’auricola, mesoteliomi pericardici, ecc.) o a processi infiammatori ad eziologia sconosciuta (pericarditi idiopatiche). Da un lato le neoplasie non sono semplici da identificare, in quanto richiedono una biopsia chirurgica o un esame citologico mirato; dall’altro l’esame citologico del versamento mostra regolarmente rilievi aspecifici non particolarmente utili a definirne l’eziologia sottostante: presenza di non rari macrofagi/emosiderofagi e cellule mesoteliai su fondo ematico (vedi foto a fianco).

 

Come per l’uomo, anche nel cane sono stati presi in considerazione gli agenti infettivi, quali possibili responsabili delle infiammazioni croniche delle pericarditi idiopatiche. Non ci sono studi tuttavia che hanno dimostrato una consistente associazione tra infezioni virali o batteriche e la pericardite idiopatica, se non sporadici case report.

Un recente studio ha cercato di valutare l’associazione tra il versamento pericardico e la presenza di possibili agenti patogeni trasmessi da vettore (vector borne pathogens - VBP). Su 68 cani con effusione pericardica, 16 (23,5%) presentavano una positività a PCR su sangue e/o versamento per uno dei seguenti agenti infettivi: Leishmania, Babesia canis o B. gibsoni, Hepatozoon canis, Anaplasma platys. La frequenza della positività era significativamente superiore tra i cani con versamento rispetto al gruppo di controllo, ma non c’erano invece differenze significative tra i cani con versamento associato a neoplasia e versamento idiopatico. Gli autori pertanto sottolineano il possibile ruolo patogeno/predisponente di alcuni VBP nel determinare vasculite, angiogenesi, infiltrazione con parassiti (es. amastigoti di Leishmania) e cellule infiammatorie, miocardite e disfunzione cardiaca.

Sebbene i risultati del presente sudio siano da considerarsi solo prelieminari visto il ridotto numero di casi arruolati, alcuni VBP dovrebbero venir considerati tra le possibili cause scatenanti o comunque potenzialmente predisponenti. I cani con versamento pericardico dovrebbero quindi essere attentamente indagati non solo per la ricerca di neoplasie cardiache/pericardiche e della base cardiaca, ma anche per sottostanti possibili infezioni croniche e sub-cliniche.

  

Tratto da: Tabar et al. (2018) PCR evaluation of selected vector-borne pathogens in dogs with pericardial effusion. Journal of Small Animal Practice; 59: 248-252



  • Creato il: 2018-07-23 - 08:01:45
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Continuiamo ad approfondire i dati riportati nei nostri emogrammi: parliamo oggi della formula leucocitaria. Come potete notare nella figura a lato, nel nostro emogramma compaiono sia la % delle singole popolazioni leucocitarie che la loro concentrazione assoluta. Sarà forse banale sottolinearlo, ma ancora oggi molti colleghi interpretano scorrettamente questi dati. Cerchiamo quindi di fare chiarezza.

Le % non hanno alcun significato clinico e servono solo per il calcolo delle concentrazioni delle singole popolazioni di neutrofili, linfociti, monociti, ecc. Al fine dell'interpretazione clinica è importante valutare solo i valori delle concentrazioni dei vari leucociti per uL. Un paziente potrebbe infatti avere una % di neutrofili apparentemente elevata (es. 80%), ma se il numero totale di leucociti è 10.000/uL, la conseguente concentrazione di neutrofili diverrebbe 10.000 x 0.80 = 8000/uL. Tale valore è assolutamente normale, pertanto questo paziente non presenterebbe in realtà neutrofilia. Viceversa potremmo avere un paziente con una % di neutrofili del 70% ma con WBC totali pari a 25.000/uL, la concentrazione di neutrofili risulterebbe pari a 25.000 x 0.7 = 17.500/uL, ovvero un valore superiore al normale (neutrofilia).

Noterete anche che tra i leucociti compare un acronimo dal significato apparentemente  "oscuro": LUC. Di cosa si tratta? ne parleremo nella prossima puntata.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-07-16 - 08:15:47
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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La colorazione di Gram (dal batteriologo danese Hans Christian Gram che l'ha inventata) è uno strumento utilizzato per la classificazione batterica e basato sulla colorazione che questi microrganismi assumono al microscopio dopo uno specifico trattamento.

La differenza di colore tra i batteri deriva dalla costituzione della loro parete: in particolare, i Gram positivi hanno una parete batterica ricca di peptidoglicano; al contrario i Gram negativi hanno una parete batterica contenente solo il 20% circa di peptidoglicano. Inoltre i Gram positivi presentano una membrana esterna ricca di fosfolipidi.

La tecnica prevede una colorazione differenziale che sfrutta l’utilizzo di due coloranti principali, il cristalvioletto e la safranina, e due soluzioni, quella di lugol e quella decolorante:

1) il cristalvioletto colora indistintamente tutte le cellule e permette ai batteri Gram positivi di colorarsi di viola/blu

2) la soluzione di Lugol ha funzione mordenzante che ha affinità con il cristalvioletto, creando un complesso più stabile nei Gram positivi e che eviterà la successiva decolorazione degli stessi

3) il decolorante attacca le strutture lipopolisaccaridiche della membrana esterna, che si trova solo nei batteri Gram negativi, permettendo al colorante di fuoriuscire dal sottile strato di peptidoglicano

4) la safranina è il colorante di contrasto che permette ai Gram negativi di assumere una colorazione rossa

La colorazione sfrutta dunque la capacità/ incapacità dei batteri di trattenere o meno il complesso cristalvioletto - lugol. Vengono definiti gram-positivi i batteri che trattengono il colorante primario (cristalvioletto), resistono alla decolorazione con una miscela di alcol e acetone e risultano colorati in blu/viola. Vengono definiti gram-negativi quelli che vengono decolorati, perdono il colore primario e si presentano di colore rosa in seguito alla colorazione di contrasto (safranina).

Tale colorazione viene consigliata dai patologici qualora si sospetti un’infezione batterica: la presenza di una popolazione univoca di batteri Gram-negativi, Gram-positivi o mista, può orientare il clinico verso una terapia antibiotica più mirata, in attesa di un eventuale esame microbiologico. Nella foto a fianco un esempio di essudato settico pleurico in un gatto, in cui tra numerosi batteri Gram-negativi rossi, si notano strutture filamentose Gram-positive blu riferibili a Nocardia/Actinomyces.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-07-09 - 07:27:23
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Cari colleghi, la FIP è senz'altro una delle patologie feline più comuni, intriganti e difficili da gestire, a causa delle numerose sfaccettature cliniche e della difficoltà diagnostica. Abbiamo chiesto al nostro esperto di settore, il Prof. Nicola Decaro, di rispondere ad alcune delle domande che più frequentemente ci vengono poste da voi colleghi:

1) Gli esami ematobiochimici di base sono ancora utili per emettere una diagnosi di sospetto? E’ cambiato qualcosa negli ultimi anni?

In corso di FIP si osservano alcune alterazioni del quadro ematobiochimico, che non sono chiaramente indicative della malattia, ma sono utili per emettere una diagnosi di sospetto o, per lo meno, per considerare questa patologia in sede di diagnosi differenziale. L’80% dei gatti con FIP mostra una lieve anemia, mentre, per quanto riguarda i globuli bianchi, possono essere presenti quadri di leucopenia (numero di leucociti < 2 × 109/L) oppure di leucocitosi, con linfopenia e neutrofilia. Alcuni soggetti possono presentare un lieve aumento degli enzimi epatici e, soprattutto, della bilirubinemia, mentre il grave quadro infiammatorio porta all’aumento notevole delle proteine di fase acuta, quali la sieroamiloide A (SAA). Un’altra proteina che in corso di FIP registra un considerevole aumento è la glicoproteina acida alfa1, ma attualmente non esistono in commercio, almeno in Italia, test per la routinaria determinazione di questa proteina. Tuttavia, l’elemento che maggiormente può fornire un’indicazione diagnostica è rappresentato dal protidogramma, il quale è quasi sempre caratterizzato da ipergammaglobulinemia (89% dei casi), spesso accompagnato da ipoalbuminemia (64,5%) e marcata alterazione del rapporto albumine/globuline (<0,8 nell’84,7%).

2) La sierologia è davvero così inutile? Possiamo comunque trarre qualche vantaggio dalla titolazione anticorpale?

Dal punto di vista antigenico e quindi immunologico, il coronavirus responsabile delle forme enteriche (FECV) e quello associato alla comparsa della peritonite infettiva felina (FIPV) sono del tutto indistinguibili, motivo per il quale non esiste un test sierologico in grado di ricercare specificatamente gli anticorpi per FIPV. Infatti, la presenza nel siero di anticorpi per coronavirus felino può essere anche dovuta ad un’infezione enterica, spesso pregressa, che non ha alcuna implicazione per lo stato di salute dell’animale. La ricerca degli anticorpi nel siero può, tuttavia, avere un senso se associata ad una titolazione degli stessi, in quanto FIPV, causando un’infezione sistemica, determina una iperproduzione di anticorpi (responsabile della stessa ipergammaglobulinemia osservabile nel protidogramma) rispetto ad una banale infezione sostenuta da FECV, che resta confinata al tratto gastroenterico. Titoli anticorpali superiori a 1:800/1:1600 sono altamente indicativi di FIP, ma vanno considerati sempre con cautela. In un’epoca in cui non esisteva la biologia molecolare, per cui la sierologia era comunemente utilizzata per la diagnosi di FIP, Niels Pedersen, uno dei massimi esperti mondiali della patologia, soleva dire: “Muoiono più gatti a causa dei test diagnostici che della malattia vera e propria”, con ciò intendendo che la sbagliata interpretazione della sierologia porta alla inevitabile eutanasia dei gatti a causa dell’esito invariabilmente fatale della FIP.

3) È utile la valutazione sierologica su versamento in caso di sospetta FIP? Quale la sensibilità e la specificità di questa tecnica diagnostica applicata su questa matrice?

Come per la sierologia, la presenza di anticorpi per coronavirus felino nel versamento pleurico o peritoneale, non esprime una diagnosi di certezza per FIP. Tuttavia, il rilevo di elevati titoli anticorpali (>1:800/1:1600) nei versamenti cavitari è da considerarsi altamente indicativo di FIP. Infatti, i versamenti in cavità toracica, pleurica e addominale si caratterizzano come essudati (contenuto proteico superiore a 35 g/L) e gran parte del contenuto proteico è costituito proprio da gammaglobuline (gli anticorpi). Anche in questo caso, tuttavia, i risultati della titolazione anticorpale devono essere accuratamente interpretati alla luce della sintomatologia clinica e degli esami ematobiochimici, in particolare del protidogramma. Inoltre, sono frequenti anche i falsi negativi, cioè campioni di versamento prelavati da gatti con FIP accertata, ma con bassi titoli anticorpali per coronavirus o addirittura con anticorpi totalmente assenti. Questa situazione, che è osservabile fino al 10% dei gatti affetti da FIP, è stata attribuita alla formazione di immunocomplessi (complessi antigene-anticorpo) a seguito del sequestro degli anticorpi da parte del virus presente nei versamenti. Pertanto, la ricerca degli anticorpi per coronavirus per la diagnosi di FIP è caratterizzata in generale da basse sensibilità e specificità, ma quest’ultima migliora in maniera significativa se fissiamo come cut-off un titolo anticorpale >1:800. Un ulteriore limite è rappresentato dal fatto che questa metodica non può essere utilizzata in corso di FIP secca o non effusiva, a causa dell’assenza di versamenti cavitari.

4) Quali PCR possono essere impiegate in corso di sospetta FIP e su quali matrici? Quale la PCR più indicata per cercare di ottenere una diagnosi precisa?

Nonostante negli ultimi decenni la biologia molecolare abbia dato un enorme impulso alla diagnosi della maggior parte delle malattie infettive dell’uomo e degli animali, non esiste, allo stato attuale, un test molecolare in grado di discriminare tra virus enterico (FECV) e peritonitico (FIPV) con assoluta certezza. Solo ultimamente sono stati identificati, nel genoma di FIPV, alcuni marker genetici (mutazioni puntiformi) che potrebbero essere sfruttati in futuro per la messa a punto di test PCR maggiormente affidabili. Al momento, pertanto, la diagnosi molecolare di FIP fa riferimento esclusivamente alla diversa distribuzione che i due virus, FECV e FIPV, hanno nei diversi tessuti: FECV resta, in genere, confinato alla mucosa intestinale, mentre FIPV diffonde in tutto l’organismo all’interno dei monociti/macrofagi. Pertanto, la presenza dell’RNA del coronavirus felino negli organi interni (post-mortem) e nei versamenti cavitari o nei prelievi bioptici (intra-vitam) può essere considerata come altamente indicativa di FIP, soprattutto se, anziché una PCR tradizionale, si utilizza la real-time PCR, la quale, essendo un test anche quantitativo, fornisce una stima del titolo virale presente nel campione. Assolutamente da evitare è la ricerca dell’RNA virale nel sangue, sia perché la viremia in corso di FIP è incostante (rischio di falsi negativi), sia perché anche il virus enterico può causare una viremia transitoria (rischio di falsi positivi).

5) Ha senso la PCR su versamento in corso di FIP effusiva? Se sì, quale PCR?

La PCR su versamento è molto utilizzata oggi per la diagnosi di FIP effusiva, poiché la matrice è facilmente prelevabile ed il test è ormai disponibile in molti laboratori. La real-time PCR possiede performance superiori rispetto alla PCR tradizionale, perché è più sensibile e fornisce anche una titolazione dell’RNA virale presente nelle effusioni. Anche questa metodica, tuttavia, può presentare problemi di specificità e sensibilità, legati alla possibile (ma rara) presenza dell’RNA di FECV per diffusione passiva dal sangue durante la fugace fase viremica (rischio di falsi positivi) ed alla presenza nella matrice di sostanze che inibiscono la reazione di PCR (rischio di falsi negativi). Se si ha a disposizione un campione di versamento, le maggiori chance per avere una diagnosi di FIP si ottengono combinando la titolazione degli anticorpi mediante test sierologico e la ricerca dell’RNA virale mediante PCR o real-time PCR.

6) Potrebbe aver senso l’immunocitochimica sui versamenti? Quali i pro ed i contro?

L’immunocitochimica sui versamenti è considerata un test di elezione per la diagnosi di FIP, in quanto tale metodica, grazie all’utilizzo di anticorpi marcati, mette in evidenza la presenza degli antigeni virali all’interno dei macrofagi infetti, escludendo pertanto un eventuale (anche se raro) trasporto passivo del virus enterico dal sangue, che potrebbe essere rilevato in PCR. La specificità del test è quindi molto elevata, ma si possono verificare falsi negativi (problemi di sensibilità) dovuti alla presenza di un basso numero di cellule nell’effusione (effusioni paucicellulari) o da una bassa qualità del campione analizzato (es. cellule non conservate nel campione).

7) Quali accorgimenti dovrebbero essere messi in atto prima di introdurre un nuovo gatto in un ambiente domestico?

La FIP non è una malattia direttamente contagiosa: FIPV non si trasmette dai gatti malati a quelli sani, probabilmente perché, una volta che il virus enterico si è trasformato in virus altamente patogeno, quest’ultimo non replica o, al massimo, replica a bassissimo titolo nella mucosa intestinale per cui l’escrezione fecale è nulla o quasi. A circolare tra i gatti è FECV che può essere responsabile di infezioni persistenti e ricorrenti, le quali sono alla base dell’insorgenza di ceppi FIPV. Pertanto, per evitare la comparsa della FIP bisognerebbe introdurre in ambiente domestico solo gatti negativi per coronavirus (FECV) nelle feci. L’obiettivo finale dovrebbe essere la costituzione di colonie feline coronavirus free. Tale situazione non è però facilmente realizzabile, considerata l’elevata circolazione del virus nella popolazione felina, legata alla frequenza di infezioni persistenti e ricorrenti.

8) Ha senso ed è utile la PCR per coronavirus sulle feci?

La PCR per coronavirus sulle feci dei gatti non deve essere utilizzata per la diagnosi di FIP sia perché non esistono test in grado di differenziare FECV da FIPV sia perché l’escrezione di FIPV nelle feci è incostante e comunque a titoli molto bassi che potrebbero non essere rilevabili neppure in PCR. La PCR sulle feci ha senso solo se utilizzata per accertare la negatività per coronavirus di gatti che devono essere introdotti in ambiente indenne. Un altro impiego utile della PCR e, soprattutto, della real-time PCR si realizza nell’attuazione di piani di risanamento delle colonie feline per FECV, i quali consistono nell’identificazione degli high shedders, cioè dei soggetti che eliminano elevate quantità di virus mediante le feci, perpetuando in tal modo la persistenza dell’infezione nella colonia. Tali soggetti dovrebbero essere allontanati dagli allevamenti e dalle colonie mediante affidamento in adozione. Come già detto, però, la creazione di colonie feline coronavirus free è abbastanza complicata perché, a causa dell’escrezione intermittente del virus, alcuni soggetti infetti potrebbero risultare negativi ad uno o più test PCR consecutivi.

9) Alla fine, la diagnosi definitiva è ancora istopatologica ed immunoistochimica?

Nonostante i progressi della biologia molecolare ed il recente sviluppo di tecniche diagnostiche innovative per la possibile discriminazione tra FIPV e FECV, la diagnosi di FIP, specie della forma secca, presenta ancora punti di debolezza. Ancora oggi, i test gold standard per questa patologia sono rappresentati dagli esami istopatologici ed immunoistochimichi, che devono essere effettuati su prelievi bioptici (intra-vitam) o su frammenti tissutali (post-mortem). Questi esami permettono di apprezzare il grave quadro istopatologico associato a FIP, con presenza di infiammazione fibrinosa e lesioni di tipo piogranulomatoso negli organi interni (vedi foto in alto, reni con piogranulomi multipli). Con l’immunoistochimica, è infine possibile accertare la presenza degli antigeni virali all’interno dei macrofagi tissutali.

 



  • Creato il: 2018-07-02 - 10:39:04
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Generica

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  • immagine di Francesco Mira
    Francesco Mira  veterinario  ha scritto: 11/07/2018 - 15:06:09
    Lo stato dell'arte da parte di uno dei più importanti luminari. Ottimo contributo
  • immagine di AMBULATORIO VETERINARIO DOTT. MATTEO VINCENTI
    AMBULATORIO VETERINARIO DOTT. MATTEO VINCENTI   veterinario  ha scritto: 06/07/2018 - 10:21:43
    grazie per questo servizio che offrite valido strumento di aggiornamento scientifico
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Cari colleghi, quella di oggi è la prima puntatai di una serie di appuntamenti in cui parleremo di microbiologia. Questo settore della diagnostica di laboratorio è spesso trascurato dai veterinari che non ne conoscono le varie sfaccettature. Per tale ragione abbiamo voluto iniziare a dedicargli una sezione specifica e periodica del nostro blog. Abbiamo quindi chiesto alla nostra responsabile del settore di Microbiologia, la dr.sa Marta Medardo, di introdurci l'argomento e di inziare a parlarci del campionamento, che rappresenta il primo step nella diagnostica microbiologica.

Marta, perchè in generale è importante il corretto campionamento da parte del clinico?

MM: La microbiologia diagnostica è una scienza interpretativa. Un corretto campionamento associato ad una serie di informazioni anamnestiche dettagliate consentono al veterinario microbiologo di ottenere un risultato attendibile, escludendo così la presenza di contaminanti e concentrandosi sulla ricerca e sull'isolamento del microrganismo patogeno, qualora presente.

Le modalità di campionamento sono uguali in generale o cambiano in base alla sede anatomica?

MM: Ciascun sito sospetto d`infezione ha le sue regole di campionamento e per approfondirle in maniera opportuna ne parleremo in diverse “puntate”.

Possiamo però dare alcune regole di base necessarie per ottenere un campionamento adeguato, indipendentemente dal sito di infezione?

MM: certamente, ecco alcune regole generali:

  • Se il prelievo viene eseguito mediante tampone, usare SEMPRE un tampone con terreno di trasporto (Amies, Stuart, Cary-Blair, terreni con carbone, sono tutti terreni validi).

  • Se il campione è un pezzo tridimensionale piccolo può essere inserito in un tampone con terreno di trasporto, altrimenti può essere messo all’interno di una bottiglia da emocoltura oppure ancora inserito in un contenitore sterile (tipo contenitore sterile per urine) con aggiunta di fisiologica sterile.

  • MAI utilizzare provette contenenti K3EDTA, perché ha proprietà antisettiche.

  • I campioni per la microbiologia vanno conservati a temperatura ambiente. Temono il caldo (rischio di proliferazione batterica dei contaminanti) e non vanno mai congelati.

  • Non temete di “negativizzare” il vostro esame con la semplice disinfezione del sito da campionare. Pulire e disinfettare la zona da campionare e` invece obbligatorio e fondamentale per abbassare la carica batterica contaminante.

  • E` molto importante eseguire il campionamento microbiologico prima di iniziare qualsiasi trattamento antibiotico. Se cio’ non fosse possibile, segnalare prontamente al laboratorio le tempistiche della terapia in atto e le molecole utilizzate.

  • Descrivere sempre adeguatamente il tipo di campione prelevato (non basta scrivere tampone!) ed il sospetto clinico. Il veterinario microbiologo si orientera’ molto di piu’ se indirizzato da informazioni dettagliate.

  • Se il paziente ha gia’ eseguito un esame colturale in passato con precedente isolamento, segnalarlo al laboratorio, di modo che sia possibile valutare con una procedura piu` mirata eventuali recidive.

  • Segnalare se il paziente presenta particolari condizioni in essere (terapia immunosoppressiva in corso, interventi chirurgici, traumi, ecc) poiche’ l’isolamento di taluni batteri, di norma considerati ambientali o contaminanti, possono svolgere un ruolo patogeno in particolari condizioni.

    Grazie Marta, allora a presto con la prossima puntata di Microbiologia.



  • Creato il: 2018-06-25 - 07:52:38
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: MICROBIOLOGIA

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L'immuno-fluorescenza indiretta (IFI) è storicamente considerato come il test di screeening d'elezione per la leishmaniosi canina. Negli ultimi anni si sono tuttavia sempre più diffusi test basati sulla tecnologia ELISA, sia su dispositivi "rapidi" ad uso ambulatoriale che mediante kit che permettono la valutazione anche di un titolo quantitativo. Diversi studi hanno rilevato come le due metodiche sierologiche IFI ed ELISA presentino efficienza diagnostica (sensibilità e specificità) paragonabile. Tuttavia le tecniche ELISA hanno indubbiamente dei notevoli vantaggi pratici rispetto a quelle IFI, che potremmo riassumere nei successivi punti:

1) Facilità di esecuzione: sicuramente i test rapidi e l’ELISA quantitativa realizzata mediante analizzatori da laboratorio sono molto meno indaginosi dell’IFI, che richiede purtroppo una consistente fase manuale (diluizioni, lettura al microscopio da parte di un operatore addestrato, ecc.). Inoltre il titolo ELISA misurato attraverso lettori ottici specifici fornisce un titolo praticamente quantitativo lineare, mentre il titolo IFI è semiquantitativo.

2) Ripetibilità: l’IFI è poco ripetibile, a causa della possibile variabilità di composizione dei kit e della possibile differenza di interpretazione dell’operatore. In tal senso, è risaputo che si devono considerare come clinicamente rilevanti solo variazioni di almeno 4 multipli di titolo per poter essere significative tra un test ed un altro (es. una variazione da 1:80 a 1:640 è significativa, mentre una da 1:80 a 1:160 o 1:320 è da considerarsi sovrapponibile, proprio per la notevole imprecisione del metodo).

3) Cross reattività con altre infezioni da vettore: sia ELISA che IFI possono condurre a falsi positivi in pazienti infetti con Ehrlichia canis, Trypanosoma cruzi e altre sottospecie di Leishmania. Fortunatamente, ad eccezione di E.canis, questi parassiti non sono segnalati in Italia. In ogni caso, anche in termini di specificità analitica non ci sono differenze importanti tra i due metodi sierologici. Lo stesso dicasi in caso di animali vaccinati con i recenti prodotti immunizzanti anti-Leishmania: anche per questi pazienti è normale aspettarsi un test positivo sia mediante IFI che mediante ELISA.

4) Valutazione semiquantitativa: fino a qualche hanno fa, il grande vantaggio dell’IFI rispetto all’ELISA, era legato alla misurazione del titolo, non possibile con i test rapidi ambulatoriali, che possono solo dare un risultato negativo o positivo. Da alcuni anni si sono invece diffusi nuovi kit ELISA quantitativi che con appositi lettori da laboratorio possono fornire un titolo che ha validità sovrapponibile all’IFI. Questi strumenti hanno quindi anche permesso di superare la “soggettività” della lettura dell’IFI, che è ovviamente operatore dipendente. Da qualche anno anche il laboratorio LaVallonea può fornire un titolo ELISA quantitativo paragonabile al titolo IFI.

5) Efficienza diagnostica: in alcuni recenti studi l’ELISA quantitativa si è dimostrata paragonabile se non superiore all’IFI in termini di accuratezza diagnostica complessiva (de Castro-Ferreira et al 2007; Rodriguez-Cortes et al 2010/2013; Solano-Gallego et al 2014). Inoltre la siero-conversione rivelata mediante ELISA quantitativa è più precoce rispetto a IFI in corso di infezione indotta e monitorata in ambito sperimentale (Rodriguez-Cortes et al 2010).

 

Siamo quindi così certi che l’IFI sia tutt’oggi il metodo di elezione negli screening sierologici per Leishmania? Io non ne sono più così sicuro. E voi? Ecco perché d’ora in avanti consiglierò l’ELISA in luogo dell’IFI.

Walter Bertazzolo

 

Bibliografia:

de Castro-Ferreira et al (2007) Comparison of serological assaysfor the diagnosis of canine visceral leishmaniasis in animal presenting different clinical manifestation. Vet Parasitol 146: 235-341

Rodriguez-Cortes et al (2010) Leishmania infection: laboratory diagnosing in the abscence of a “gold-standard”. Am. J. Trop. Med. Hyg. 82: 251-256.

Rodriguez-Cortes et al (2013) Performance of commercially available serological diagnostic tests to detect Leishmania infantum infection on experimentally infected dogs. Vet Parasitol 191: 363-366

Solano-Gallego et al (2014) Serological diagnosis of canine leishmaniasis: comparison of three commercially available ELISA tests (LeishScan, ID Screen and Leishmania 96), a rapid test (Speed Leish K) and an in-house IFAT. Parasite & Vectors 7: 111.

Paltrinieri et al (2016) Laboratory methods for diagnosing and monitoring canine leishmaniasis



  • Creato il: 2018-06-16 - 12:37:24
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 3
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 17/06/2019 - 08:57:09
    Cara Paola, dare un giudizio è impossibile senza aver potuto seguire direttamente il caso clinico. Siamo spiacenti per come è andata nel suo caso, purtroppo quando è presente insufficienza renale,…
  • immagine di Paola
    Paola  ha scritto: 15/06/2019 - 16:19:52
    Buongiorno, nel marzo2019 ho adottato Kira, pastore tedesco di 5 anni, tramite canile; il test leishmania fatto in febbraio 2018 tramite metodo IFI era negativo, stà di fatto che in 2 mesi la mia cagnolina…
  • immagine di Guglielmo Giordano
    Guglielmo Giordano  veterinario  ha scritto: 18/06/2018 - 17:54:51
    Grazie Walter per l'aggiornamento, come sapete nel nostro laboratorio abbiamo a disposizione, e proponiamo, entrambi i test sierologici tuttavia fino ad ora, per rispondere alla necessità di muoverci…
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Nel precedente appuntamento alla scoperta dell'emogramma MyLav, vi abbiamo parlato degli nRBC e di come la loro presenza possa alterare la conta dei leucociti. Essendo cellule nucleate, questi eritrociti immaturi vengono infatti contati dagli analizzatori di ematologia tra i globuli bianchi, ed in particolare vengono solitamente confusi coi linfociti dagli strumenti di misura (anche se sono laser).

Continuando a scorrere l'emogramma noterete che alla voce WBC (ovvero leucociti, "White Blood Cells"), viene riportato sia WBC che WBCcorr: il primo corrisponde al numero di cellule nucleate totali nel campione, il secondo solo ai veri e propri leucociti, al netto della eventuale presenza di nRBC. Se non ci sono nRBC nel campione, il numero di WBC e WBCcorr risulterà ovviamente sovrapponibile. Ma se nello striscio ematico si osservano quantità rilevanti di nRBC, lo strumento misurerà una quantità di WBC più alta della realtà, e quindi la conta leucocitaria deve essere corretta. Facciamo alcuni esempi: immaginiamo che la contaglobuli abbia contato 20.000/uL WBC totali, ecco cosa succede in tre differenti scenari:

1) Non ci sono nRBC nello striscio: allora il numero reale di WBC è 20.000/uL, quindi i WBCcorr risulteranno per l'appunto 20.000/uL

2) Ci sono 10% di nRBC sul totale delle cellule nucleate: allora il numero totale di WBCcorr sarà = 20.000 - (20.000 x 10/100) ovvero 18.000/uL

3) Ci sono moltissimi nRBC, per esempio il 50% delle cellule nucleate (come nella foto a fianco): allora il numero di WBCcorr sarà 20.000 - (20.000 x 50/100) ovvero 10.000/uL

Da questi esempi si capisce come il numero di leucociti reali in un campione può essere fortemente influenzato dalla presenza di globuli rossi immaturi nucleati, e questo dato va tenuto ben presente nella interpretazione del leucogramma. Ovviamente tutte le conte delle frazioni leucocitarie (neutrofili, linfociti, monociti, eosinofili e basofili) verrà fatta a partie dalla conta WBCcorr e non su quella totale, proprio per evitare errori di interpretazione clinica. Ma di questo ne parleremo nella prossima puntata.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-06-11 - 07:17:10
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Al recente congresso nazionale SCIVAC di Rimini il Prof. Federico Fracassi, nostro consulente in endocrinologia e medicina interna, ha tenuto una lezione di aggiornamento sull’ipertiroidismo felino, sottolineando sia le conoscenze ormai consolidate, sia quelle più recentemente acquisite. Ecco di seguito i punti salienti della sua presentazione:

 

1) Eziopatogenesi: l’ipertiroidismo è emerso come problema clinico negli ultimi decenni, divenendo la più comune endocrinopatia felina. Ma quali sono le ragioni? La semplice aumentata capacità dei veterinari di rilevarlo non spiega da sola questa elevata incidenza. Sono stati individuati possibili fattori alimentari (diffusione di diete commerciali industriali in scatola,  presenza di isoflafoni, ecc.), mutazioni genetiche del gene che codifica per il recettore del TSH a livello di tireociti e possibili effetti legati a sostanze contaminanti ambientali poli-clorinate e poli-brominate presenti nell’ambiente domestico.

 

2) Presentazione clinica: sebbene nel corso dei decenni i sintomi clinici classici non siano cambiati (presenza di nodulo/i tiroidei, PU/PD, dimagrimento, polifagia, sviluppo di cardiopatie, ecc.), la diagnosi precoce ha modificato la frequenza con la quale tali sintomi si rilevano. Oggi, infatti, ogni volta che si valuta un gatto adulto/anziano, l’ipertiroidismo viene incluso nelle diagnosi differenziali; inoltre,  la diffusione dello screening ormonale mediante misurazione del T4 ha reso molto semplice l’effettuare una diagnosi rapida.

 

3) Diagnosi: il cardine della diagnosi resta la misurazione del T4 totale, che continua a mantenere il miglior compromesso tra sensibilità e specificità, anche se la scintigrafia rappresenterebbe il gold-standard diagnostico. Recentemente è stata indagata anche la misurazione del cTSH che nel gatto ipertiroideo pre-terapia risulta quasi sempre indosabile. Un valore di cTSH rilevabile deve mettere fortemente in dubbio la diagnosi di ipertiroidismo.

 

4) Terapia: la terapia d’elezione sarebbe quella mediante iodio radioattivo, ma l’elevato costo della procedura e la scarsità di strutture che lo possono effettuare in Europa, rende questa procedura poco praticabile in Italia. La terapia medica con prodotti anti-tiroidei (es. metimazolo/carbimazolo) resta quindi la procedura più diffusa e facile da proporre. La chirurgia può essere una opzione valida, soprattutto in caso di adenomi solitari, ma bisogna considerare i rischi chirurgici e soprattutto le complicanze relative alla possibile rimozione delle paratiroidi e allo sviluppo di ipoparatiroidismo e ipotiroidismo iatrogeno. Infine la dieta commerciale Y/D di Hill’s è un’altra opzione, ma deve essere somministrata in maniera assolutamente esclusiva e in base alle esperienze dell’autore è più difficile mantenere il controllo dell’ipertiroidismo. Il monitoraggio terapeutico si basa sulla misurazione del T4 totale, e recentemente è stata proposta anche la misurazione del cTSH, utile per svelare pericolose condizioni di ipotiroidismo iatrogeno.

 

 



  • Creato il: 2018-06-04 - 06:20:31
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: HormoneBlog

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Cari colleghi, nei mesi scorsi abbiamo introdotto il concetto di colorazioni speciali in citologia ed istologia; vediamo come sfruttarne alcune nella pratica: vi parleremo oggi dell’utilità delle colorazioni speciali periodic acid-Schiff (PAS) e Oil-red-O (ORO) in citologia epatica.

Queste colorazioni sono utilizzate dal patologo principalmente per valutare le alterazioni citoplasmatiche degli epatociti. Le più comuni alterazioni di interesse medico sono la degenerazione idropica, la lipidosi (o steatosi) e la glicogenosi.

La degenerazione idropica è la perdita da parte della cellula, della capacità di regolare l’entrata e l’uscita di acqua attraverso la membrana citoplasmatica, per effetto di ipossia, tossine, radicali liberi o agenti virali.

La lipidosi è l’esito della compromissione ad un qualche livello della via sintetica delle lipoproteine: la carenza di aminoacidi essenziali per la sintesi di apolipoproteine, l’eccessiva mobilitazione di grassi periferici, il blocco della beta-ossidazione degli acidi grassi a chetoni o una combinazione di questi sono i meccanismi responsabili della lipidosi; questa condizione è relativamente comune nel gatto e può essere primaria o secondaria ad altre patologie quali ad esempio il diabete mellito.

Le cause più frequenti di accumulo di glicogeno sono il diabete mellito e l’eccesso di glucocorticoidi (esogeni ed endogeni), mentre le glicogenosi su base genetica (tipo Ia e tipo III) sono più rare.

Identificare e differenziare tra loro queste alterazioni facilita il clinico nelle decisioni terapeutiche e nella scelta dell’ulteriore iter diagnostico da seguire.

Le classiche colorazioni utilizzate in citologia (colorazioni di tipo Romanowsky o di May-Grünwald-Giemsa) non permettono sempre un’agevole differenziazione di queste alterazioni (Figura 1)

Le colorazioni speciali sono quindi di grande aiuto per un’accurata valutazione del campione: la colorazione PAS permette di identificare il glicogeno citoplasmatico come accumuli di materiale di color rosso magenta intenso (Figura 2), mentre la colorazione con Oil-red-O colora i vacuoli lipidici di colore arancio (Figura 3).

Non sono necessari trattamenti specifici sui campioni una volta raccolti, pertanto il clinico che richieda l’esecuzione aggiuntiva di queste colorazioni dovrà semplicemente aver cura di inviare al patologo almeno sei campioni citologici di fegato di adeguata cellularità.

In allegato le tre immagini ad elevato ingrandimento.

Buon lavoro, Marco Giraldi, Ugo Bonfanti, Maria Massaro & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-05-28 - 07:29:12
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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La colorazione cito/istochimica OIL RED-O è utilizzata per evidenziare i lipidi, sostanze solubili in solventi non polari e dunque insolubili in acqua. Questo colorante fa parte della categoria dei lisocromi, un gruppo di sostanze liposolubili che hanno la capacità di sciogliersi nelle molecole lipidiche trasmettendo loro la propria colorazione. Al microscopio i lipidi risulteranno di colore rosso-arancione, mentre i nuclei saranno di colore blu, grazie alla controcolorazione con ematossilina.

La colorazione viene richiesta quando si sospetta la presenza di cellule contenenti lipidi. Per esempio in tumori mesenchimali di sospetta derivazione adipocitica (liposarcomi). Oppure può essere utile per confermare l’accumulo di lipidi all’interno di cellule durante processi degenerativi/dismetabolici, come nella lipidosi epatica.  La colorazione può essere eseguita su prelievi citologici essicati all’aria o su pezzi istologici. Questi ultimi però non possono essere fissati in formalina e devono essere trattati con appositi fissativi (fissativo di Baker) che evitino la dissoluzione dei lipidi, oppure su pezzi congelati e tagliati successivamente al criostato.

La foto allegata è riferita ad un campione citologico di liposarcoma in cui è stato confermato il contenuto lipidico delle cellule neoplastiche con l'Oil Red-O. Le gocciole di colore arancione rappresentano per l'appunto i lipidi marcati positivamente.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-05-20 - 17:28:22
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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La misurazione della citrullina sierica è stata proposta in passato quale possibile marker di funzione intestinale. Essendo nell'uomo sintetizzata esclusivamente a livello di enterociti, è stato ipotizzato che la sua concentrazione ematica fosse quindi correlata con la massa enterica funzionante. Nell’uomo numerosi studi sembrano confermare la sua utilità in gastroenterologia. In veterinaria tuttavia, un solo studio in passato ha confermato questi dati, ma era relativo a un gruppi di cani affetti da gastro-enterite acuta causata da parvovirosi.

La nostra consulente in medicina interna Magda Gerou-Ferriani, insieme ad altri autori, ha pubblicato recentemente un interessante studio su Journal of Veterinary Internal Medicine, relativo all’utilizzo della citrullina nella valutazione diagnostica e prognostica delle enteropatie croniche canine. I risultati sono stati molto sorprendenti, e anche scoraggianti: la concentrazione di citrullina sierica non differiva infatti tra i cani con enteropatia cronica e i controlli, e non differeniva nemmeno tra le diverse cause di enteropatia. Inoltre non vie era nessuna differenza correlabile con la gravità della patologia (score CIBDAI), alla presenza o meno di enteropatia proteino-disperdente, e nemmeno con la prognosi delle patologie valutate e la eventuale risposta terapeutica.

In conclusione, sostengono gli autori, non si è potuta rilevare nessuna differenza significativa tra i vari gruppi, rendendo questo analita praticamente inutile nelle forme croniche canine. Probabilmente in queste enteropatie del cane non si assiste ad una drastica riduzione della massa di enterociti come in alcune gravi patologie umane o nella parvovirosi canina. 

Per chi volesse leggere l'intero studio, in allegato potete scaricare l'articolo completo Open-Access.

Buona lettura, Walter Bertazzolo & Magda Gerou-Ferriani



  • Creato il: 2018-05-13 - 20:59:28
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Cari Cytofans, vi postiamo questo caso interessante per parlarvi di una condizione poco conosciuta, la “bactobilia”. Il campione di cui vi mostriamo le immagini (vedi foto allegate sotto), è un prelievo di bile da un cane per FNA eco-guidato. Come potete notare si osservano, su fondo diffusamente granulare eosinofilo proteinaceo, numerosi batteri dalla morfolologia bastoncellare, talora con evidente capsula incolore, associati ad occasionali neutrofili degenerati (non ben visibili nelle immagini). Questo quadro citologico è riferibile ad infezione batterica biliare (bactobilia).

La bactobilia è una complicanza possibile in corso di patologie epatiche, pancreatiche o gastrointestinali, causata dalla colonizzazione batterica ascendente della colecisti e del suo contenuto biliare. In letteratura scientifica esistono due recenti pubblicazioni, a carattere retrospettivo, che valutano l’incidenza di questa patologia nel cane e nel gatto, l’utilità diagnostica della citologia del contenuto biliare, e la concordanza con i risultati dell’esame batteriologico.

Gli agenti infettivi sono stati riscontrati in circa il 30% dei casi analizzati nel cane e in circa il 22% dei casi nel gatto, il che indica come questa condizione sia tutt’altro che rara.

Sussiste una buona concordanza diagnostica tra l’esame citologico (33% di positività) e l’esame batteriologico (21% di positività), soprattutto nei pazienti che non erano sottoposti a terapia antimicrobica nelle 24 h precedenti all’esame colturale.

Escherichia coli (14.8%) ed Enterococcus spp. (6.7%) sono stati i batteri più comunemente isolati dall’esame batteriologico. Alla luce di questi dati, sebbene siano necessari ulteriori studi per comprendere bene il significato clinico di questo rilievo, gli autori consigliano il contemporaneo utilizzo di entrambe le metodiche diagnostiche (citologia e microbiologia) nella valutazione delle patologie epatobiliari.

 

Per chi volesse approfondire l’argomento, vi invitiamo a leggere queste recenti pubblicazioni:

-J Vet Intern Med, 2016 Jan-Feb Cytological Findings of 140 Bile Sample from Dogs an Cats and Associated Clinical Pathological Data

- J Am Vet Assoc., 2017 May Agreement between microscopic examination and bacterial culture of bile samples for detection of bactobilia in dogs and cats with hepatobiliary disease.

Giuseppe Menga & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-05-05 - 09:58:24
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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Numerosi agenti infettivi (virali, batterici, protozoari e nematodi) vengono trasmessi tramite artropodi ematofagi. Alcuni di questi agenti sono in grado di causare malattie nell’uomo e negli animali.

Queste patologie sono generalmente note come “malattie trasmesse da vettore”.

Alcune di queste patologie hanno una morbidità e mortalità molto bassa (es. Rickettsie nel cane, micoplasmi nel gatto). Altre hanno una patogenicità e quindi morbidità e mortalità molto superiore (es. Piroplasmosi, ehrlichiosi e leishmaniosi).

Per altre ancora le conoscenze in veterinaria sono limitate (es. Borreliosi).

 

 

La ricerca di questi agenti eziologici mediante biologia molecolare presenta alcuni vantaggi rispetto agli screening sierologici:

1) L’infezione può essere svelata anche con quantità minime di campione

2) Il DNA degli agenti eziologici è molto stabile

3) L’infezione può essere svelata ancor prima della comparsa di segni clinici ed in fase acuta, mentre la sierologia risulterebbe negativa

4) Un risultato positivo indica che l’infezione è sicuramente in atto, mentre una positività alla sierologia potrebbe essere semplicemente legata ad una pregressa infezione ormai non più presente nell’organismo.

 

Per tutte queste ragioni la biologia molecolare dovrebbe accompagnare gli screening sierologici e in alcuni casi sostituirsi ad essi.

Vi alleghiamo una tabella riassuntiva di alcune patologie da vettore (in particolare da zecche) che potrebbe risultarvi utile nella pratica clinica.



  • Creato il: 2018-04-28 - 09:00:41
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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La colinesterasi misurata nel siero è un enzima più correttamente descritto come “pseudo-colinesterasi” o “butirril-colinesterasi”, per distinguerla dalla colinesterasi presente a livello di placca neuromuscolare, con la quale condivide la medesima capacità enzimatica. Viene prodotto a livello epatico, pancreatico ed intestinale. In medicina veterinaria è conosciuta più che altro per la possibilità di diagnosticare un avvelenamento da esteri fosforici e carbammati, a causa dei quali la sua attività sierica si riduce in maniera molto marcata. Tuttavia ci sono altre condizioni cliniche in cui questo enzima può dare informazioni cliniche utili.

1) Cause di diminuzione:

a) Avvelenamenti da carbammati e organo-fosforici: sono tossici in grado di bloccare l’attività enzimatica di colinesterasi e pseudo-colinesterasi

b) Gravi patologie enteriche con malassorbimento (es. Enteropatie proteino-disperdenti): in questo caso è l’epitelio intestinale che produce meno enzima

c) Insufficienza epatica grave: allo stesso modo in corso di gravi epatopatie non cirrotiche con insufficienza, l’enzima vi è una ridotta produzione epatica di enzima (es. Shunt, epatiti fulminanti)

 

2) Cause di aumento - Numerose cause possono indurre una iper-produzione o rilascio di colinesterasi:

a) Vari tipi di epatopatie: lipidosi, cirrosi, epatiti croniche con fibrosi, ecc.

b) Trattamenti farmacologici: cortisonici, barbiturici

c) Endocrinopatie: diabete mellito, iperadrenocorticismo e ipotiroidismo

d) Stati iperplipemici

e) Pancretite

f) Neoplasie (es. Linfoma con infiltrazione epatica)

 

Da nostre personali osservazioni non pubblicate, abiamo notato come spesso aumenti in corso di linfoma con infiltrazione epatica e in corso di ipertiroidismo felino. In quest’ultima disendocrinia, i livelli di colinesterasi tendono poi a rientrare nei limiti di normalità a seguito del trattamento.

Giuseppe Menga & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-04-23 - 09:33:48
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Biochimica clinica

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 23/07/2018 - 19:57:30
    Cara Serena sono: Gatto 1000-3000 Cane 3600-7600
  • immagine di Serena Guglielmetti
    Serena Guglielmetti  veterinario  ha scritto: 23/07/2018 - 18:26:36
    Salve, vorrei chiedervi quali sono i limiti di riferimento che utilizzate per la colinesterasi? grazie
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Proseguendo il nostro percorso alla scoperta dell’emogramma MyLav, oggi spiegherò il significato della sigla NRBC che segue immediatamente gli indici eritrocitari.

Questo acronicmo sta per “Nucleated Red Blod Cells” ed indica pertanto i precursori nucleati degli eritrocitici, che in condizioni normali non sono presenti nel sangue periferico, se non in % irrisorie.

In certe condizioni patologiche (es. Anemie fortemente rigenerative, diseritropoiesi) o para-fisiologiche (es. Ematopoiesi extra-midollare) il numero di NRBC nel sangue periferico può aumentare in maniera significativa. Il principale problema che ne risulta è che queste cellule vengono conteggiate dalle contaglobuli come se fossero dei leucociti, aumentando quindi il numero di WBC misurato in maniera artificiosa. Nessuna contaglobuli infatti, nemmeno le più sofisticate e costose, riesce a identificare in maniera accurata questi precursori, che per le loro caratteristiche morfologiche vengono di solito confusi con linfociti (vedi immagine a fianco). Nel nostro emogramma questi precursori vengono conteggiati come numero di NRBC ogni 100 WBC e devono essere determinati mediante valutazione dello striscio ematico al microscopio. Per cui se nello striscio si vedono ad esempio 10 NRBC ogni 100 leucociti contati, nell’emogramma coparirà NRBC/100 WBC: 10.

Da queste permesse nasce quindi la necessità di modificare il numero dei WBC in base alla quantità di NRBC presenti, determinando il cosidetto “WBC corretto”, che esprime la reale concentrazione di leucociti nel sangue. Ma di questo ci occuperemo nella prossima puntata. A presto.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-04-16 - 07:43:15
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Cari colleghi, dopo le linee guide della società Europea di Dirofilariosi e Angiostrongilosi (ESDA) relative alla filariosi cardiopolmonare canina e felina, vi parliamo oggi delle medesime indicazioni relative alla filariosi cutanea (da Dirofilaria repens, anche nota come Noctiella repens).

Questa parassitosi ha delle conseguenze cliniche molto più modeste rispetto alla forma cardiopolmonare, restando per lo più asintomatica o causando noduli sottocutanei. Tuttavia essa può condurre a problemi diagnostici differenziali con l’infezione da D. immitis, in particolare allorché si rilevino microfilarie circolanti. Inoltre la sua diffuzione sul nostro territorio è divenuta tale che non la si possa più considerare una infestazione rara nel cane, mentre lo è nel gatto.

L’infestazione viene individuata mediante:

1) Rilievo accidentale di microfilarie circolanti: una accurata valutazione microscopica permette la differenziazione con le larve da D. immitis.

2) Identificazione di noduli sottocutanei contenenti parasiti adulti (visibili all’esame ecografico) e/o larve (visibili all’esame citologico, vedi foto a fianco).

Ovviamente il test antigenico per D. immitis risulterà negativo nei pazienti infetti da D. repens, a meno che non abbiano una infestazione mista.

In allegato potete scaricare il documento completo redatto dalla ESDA relativo alla gestione clinica di questa infestazione. Buona lettura.

Walter Bertazzolo & Francesco Albanese



  • Creato il: 2018-04-08 - 20:10:17
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Cari colleghi, uno degli errori che vengono più comunemente effettuati da clinici è il campionamento dei linfonodi mandibolari. Per due motivi principali:

1) Spesso il clinico percepisce un apparente aumento di volume dei linfonodi di questa regione ma il materiale prelevato risulta invece essere epitelio ghiandolare salivare. Le due strutture anatomiche sono molto vicine e simili tra loro, per cui è facile scambiare una ghiandola salivare particolarmente ben palpabile per una linfadenomegalia localizzata.

2) Il secondo errore è estremamente comune allorché un paziente presenta linfadenomegalia generalizzata e l'unico linfonodo campionato dal clinico è proprio il mandibolare. Questi lnfonodi possono presentare infatti delle forme di linfadenomegalia reattiva molto intense o atipiche, in grado di mimare un linfoma all'esame citologico, creando pertanto dei seri problemi interpretativi.

Per cui in ogni caso di linfadenomegalia generalizzata, i linfonodi di questa regione andrebbero evitati o comunque prelevare campioni anche dagli altri linfonodi esplorabili.

E' ovvio che se l'unico linfonodo megalico dovesse essere proprio un mandibolare (come nel caso del linfoma T a basso grado delle foto a fianco), non possiamo esimerci dal campionarlo mediante ago-aspirazione.

Walter Bertazzolo

 

 



  • Creato il: 2018-04-02 - 19:59:42
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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  • immagine di Ilaria
    Ilaria   veterinario  ha scritto: 04/04/2018 - 14:41:16
    Grazie Walter! chiarissimo come sempre
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Cari Colleghi, vi parleremo oggi della colorazione cito/istochimica rosso Congo, richiesta dal patologo qualora sospetti un accumulo di sostanza amiloide.

L’amiloide è una proteina patologica che si deposita negli spazi interstiziali di vari tessuti. In realtà questa sostanza può avere una composizione ed una patogenesi molto differente, anche se l'aspetto microscopico è sovrapponibile. Nelle forme familiari (es. gatti Abissini e cani di razza Shar Pei) e in quelle associate ad alcuni processi infiammatori è causata da una mancata degradazione di un derivato dalla proteina di fase acuta amiloide sierica A (SAA). Nelle forme associate a neoplasie maligne linfoidi (es. mieloma, plasmacitoma) è invece derivata da un accumulo delle catene leggere di immunoglobuline patologiche.

Per poter identificare con certezza la sostanza amiloide in un campione citologico o istologico è necessario sottoporre i preparati alla colorazione con rosso Congo. Con le comuni colorazioni di routine la sostanza amiloide appare amorfa, fibrillare e di color rosa. Dopo trattamento con rosso Congo diventa invece rossa brillante. Il legame tra amiloide e Rosso Congo non è chiaro se sia dovuto ai componenti proteici o quelli polisaccaridici dell’amiloide stessa, o ambedue, tuttavia certa è la birifrangenza marcata che mostra tale sostanza dopo il legame con il Rosso Congo. Infatti mentre al microscopio ottico la colorazione Rosso Congo conferisce all’amiloide una colorazione rosso-rosa, al microscopio a luce polarizzata questa assumerà una caratteristica birifrangenza verde comune a tutte le forme di amiloidosi e dovuta alla capacità delle fibrille amiloidi di formare foglietti β incrociati.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-03-22 - 21:19:39
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Al recente VetExpo di Milano, un team di nostri esperti ha presentato il nuovo servizio di biopsia renale offerto da MyLav. L'internista (Francesco Dondi), il radiologo (Giliola Spattini) e i patologi (Luca Aresu e Silvia Benali) hanno mostrato quali sono le indicazioni, le procedure e le informazioni cliniche che possono derivare dalla biopsia renale. Se la procedura bioptica è correttamente eseguita, permette di ottenere dei campioni di qualità. E' possibile allora richiedere una serie di valutazioni approfondite sui campioni, inclusivi di colorazioni standard, colorazioni istochimiche, immunofluorescenza e microscopia elettronica. Con tutti questi accertamenti è possibile quindi fornire una diagnosi accurata della patologia renale in corso, con importanti risvolti prognostici e terapeutici.

I nostri esperti hanno redatto un documento PDF (in allegato) che riassume tutte le informazioni scientifiche presentate al VetExpo.

Buona lettura, e buone biopsie.



  • Creato il: 2018-03-14 - 21:09:21
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Di Gustavo Picci, consulente del Laboratorio LaVallonea per gli animali esotici.

Quali sono i siti per effettuare il prelievo ematico nel coniglio?

La vena safena laterale è il sito di accesso venoso più utilizzato nei conigli perché è un vaso di discrete dimensioni ed è facilmente individuabile.

Altri siti di prelievo, quali la vena e l’arteria auricolare, la giugulare, la vena cefalica e la puntura cardiaca, sono utilizzati in modo limitato. Il prelievo dai vasi auricolari potrebbe causare la necrosi ischemica della pinna auricolare. Dalla giugulare si possono prelevare campioni ematici abbondanti sebbene, a causa della difficoltà di contenzione dei pazienti, spesso sia necessaria la sedazione. L’identificazione di questo vaso potrebbe essere difficoltosa nelle femmine che presentano giogaia abbondante. La vena cefalica è utilizzata in modo limitato perché la conformazione anatomica dell’avambraccio rende difficile l’emostasi e la localizzazione del vaso. Infine, la vena femorale può essere utilizzata con la stessa manualità impiegata nei cani e nei gatti (paziente in decubito laterale).

Come si effettua il prelievo dalla vena safena?

Per prima cosa è preferibile eseguire la tricotomia della regione anatomica per evidenziare con facilità la vena. Successivamente un collaboratore immobilizza il coniglio coprendo con una mano la testa e gli occhi e con l’altra mano controlla il bacino e effettua una leggera extrarotazione dell’arto per ottenere la posizione di iperestenzione. L’aiutante esercita la compressione manuale della vena.

Quanto sangue possiamo prelevare?

Il volume ematico totale di un coniglio corrisponde a circa 55-65 ml/kg, il 6-10% può essere prelevato in sicurezza.

Cosa dobbiamo inviare al laboratorio per effettuare un profilo emato-biochimico completo?

Il laboratorio effettua la lettura del quadro ematico su campioni conservati in EDTA e relativo striscio, per il profilo biochimico e l’elettroforesi sono richiesti circa 0,5-1 ml di siero.

Per visualizzare la manualità della procedura vi invitiamo a visualizzare il seguente video:

 

 



  • Creato il: 2018-03-05 - 11:33:23
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: ANIMALI ESOTICI

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 09/03/2018 - 09:45:59
    PS: se leggi bene poi c'è scritto che di quel volume complessivo, fino al 10% (ovvero intorno ai 5 ml per Kg) si possono prelevare senza grossi rischi
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 09/03/2018 - 09:43:52
    Ciao Andrea, no è corretto, il volume di sangue complessivo nei mammiferi si aggira intorno al 6-8% del peso corporeo totale, per cui ci sta quel volume di sangue per Kg di animale. Quel numero non si…
  • immagine di andrea casadio tozzi
    andrea casadio tozzi  veterinario  ha scritto: 09/03/2018 - 09:38:18
    ciao walter....forse manca una virgola perché 55 ml/kg mi sembrano tantini....
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Cari colleghi, il caso clinico della scorsa settimana mi ha dato uno spunto per parlare di una patologia, o meglio un gruppo di patologie assai frequenti quanto trascurate e sottostimate: le poliartriti immuno-mediate.

Quante volte ci capitano cani con sintomatologia aspecifica, febbre persistente, riluttanza al movimento e non riusciamo a trovare il bandolo della matassa? Spesso sono soggetti giovani. Spesso hanno come uniche alterazioni di laboratorio un quadro infiammatorio aspecifico evidente agli esami ematobiochimici. Ebbene molti di questi pazienti sono affetti da poliartrite immuno-mediata, patologia sottostimata quanto comune.

Uno degli errori più comuni che vengono fatti dai clinici, è di escluderla per il semplice fatto che il paziente non zoppichi e non presenti gonfiore articolare. Questi due sintomi sono infatti spesso assenti nei cani con poliartrite. 

Ancora più complesso il discorso del gatto, in quanto i felini nascondono bene il dolore e spesso l'unica manifestazione di poliartrite è la febbre e/o la riluttanza al movimento.

La diagnosi di queste patologie è basata sull'esame citologico e microbiologico dei liquidi sinoviali di articolazioni multiple. La diagnosi è essenziale in quanto deve escludere innanzi tutto delle forme infettive batteriche (poco frequenti, che andrebbero quindi trattate con antibatterici) e deve essere seguita da una appropriata terapia immuno-soppressiva.

Un'altra cosa che viene spesso sottostimata dai clinici e che la poliartrite immuno-mediata colpisce anche i gatti, anche se con frequenza inferiore. Nei felini la poliartrite è spesso in forma erosiva (al contrario del cane), colpisce spesso i maschi e conduce nelle forme croniche trascurate a gravi alterazioni morfologiche e funzionali delle articolazioni colpite. 

L'esame del liquido sinoviale mostra una flogosi neutrofilica asettica (vedi esempio a fianco). Dato che non è possibile essere certi di quali articolazioni risulteranno affette, è importante ricercare queste alterazioni citologiche in tutte le articolazioni campionabili mediante artrocentesi.

Quindi ricordatevi sempre di considerare questa patologia nelle vostre diagnosi differenziali, soprattutto nei pazienti con febbre di origine sconosciuta, e ricordatevi: è molto più frequente di quel che si crede, per cui siate sempre propositivi nell'eseguire le artrocentesi diagnostiche nei casi sospetti. Allorché la diagnosi viene confermata dalla citologia e dalla negatività all'esame batteriologico, bisogna poi ricordarsi che la maggior parte di queste infiammazioni è idiopatica, la restante parte può essere secondaria a reazioni avverse a farmaci, a infezioni (soprattutto quelle trasmesse da vettore), a neoplasie o a enteropatie croniche. Quindi queste potenziali cause vanno indagate approfonditamente.

Walter Bertazzolo

 



  • Creato il: 2018-02-28 - 16:55:43
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Generica

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  • immagine di NADIA
    NADIA   ha scritto: 01/07/2019 - 09:06:35
    Gent.mi al mio cane un misto pitt di quasi 10 anni è stata diagnostica la poliartrite autoimmune, già in cura da un mese con prednicortone. La proteina C reattiva si è abbassata, ora misura 0,9, ma…
  • immagine di Guglielmo Giordano
    Guglielmo Giordano  veterinario  ha scritto: 14/01/2019 - 22:03:28
    Gentile Sonia, purtroppo questa patologia, così come tutte le forme croniche, è di difficile gestione e spesso vessante per chi si accinge a trattarla. Il modo migliore per combatterla è sicuramente…
  • immagine di Sonia
    Sonia   ha scritto: 12/01/2019 - 22:08:21
    Buonasera, Vorrei fare una domanda se possibile: La mia cagnolina pinscher che ha fine gennaio fa 5 anni, da gennaio 2017 ha avuto problemi alle articolazioni posteriori. Gli è stato diagnosticata la…
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Cari colleghi, vi postiamo questo interessante caso di un gatto femmina, europeo, di 6 anni, con riluttanza al movimento. Il gatto non mostrava alterazioni cliniche di rilievo ad eccezione per una dolorabilità al movimento dell'articolazione dell'anca e una lieve tumefazione a carico del carpo sinistro. Sulla base dei riscontri della radiografia dei carpi (in allegato l'immagine a grandezza maggiore):

1) quali alterazioni rilevate?

2) quali diagnosi differenziali considerate?

3) quale procedura diagnostica fareste?

Tra qualche giorno vi sveliamo l'enigma

Walter Bertazzolo, Luigi Venco e Giliola Spattini



  • Creato il: 2018-02-21 - 09:35:21
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Casi clinici

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 24/02/2018 - 14:27:43
    Cari colleghi, ecco le risposte all'enigma e l'interpretazione radiografica di Giliola: A livello del carpo destro c’è il sospetto di modico versamento articolare peri-carpico articolare. Buon allineamento…
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Di Federico Fracassi

Un gruppo di lavoro della Società Europea di Endocrinologia Veterinaria (ESVE) in collaborazione con Dechra® ha sviluppato un possibile nuovo metodo di monitoraggio terapeutico per i cani con Sindrome di Cushing in terapia con trilostano (Vetoryl®). Questo nuovo metodo prevede la misurazione del cortisolo sierico basale, misurato subito prima della somministrazione del trilostano del mattino (momento nel quale il trilostano del giorno precedente sta agendo al minimo).

Se si usa questo metodo di monitoraggio è essenziale che il dato laboratoristico venga integrato ad una attenta anamnesi e si esegua un accurato esame fisico, sia per rilevare la persistenza dei segni clinici da Sindome di Cushing ma soprattutto per rilevare segni da Morbo di Addison iatrogeno.

Il cortisolo pre-trilostano considerato ottimale dovrebbe essere compreso far 1.4 e 5 mcg/dl (questi range valgono esclusivamente se le misurazioni vengono effettuate con la metodica a chemiluminescenza, Immulite® )

In allegato l’algoritmo di monitoraggio proposto dal panel di esperti europei in endocrinologia, gentilmente concensso da Dechra®.

 



  • Creato il: 2018-02-13 - 17:21:44
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: HormoneBlog

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Cari colleghi, vi siete mai chiesti cosa significano quelle sigle con la "W" che immediatamente seguono gli indici eritrocitari nei nostri emocromi? Cercherò di spiegarlo con questo nuovo blog di aggiornamento ematologico.

La W sta per "width" ovvero ampiezza, e i tre acronimi indicano quindi la varibilità dei volumi eritrocitari (RDW), del contenuto (CHDW) e della concentrazione (HDW) intra-eritrocitarie di emoglobina.

Questi tre indicatori tendono quindi ad aumentare allorché ci sia difformità di volumi degli RBC e del loro contenuto emoglobinico. Ciò si può verificare tanto nelle forme di rigenerazione midollare (es. anemie rigenerative) che di diseritropoiesi (es. anemie carenziali, patologie midollari primarie, ecc.).

Per i veri appassionati, in allegato potete scaricare un PDF che riassume il significato di questi indici spiegato con termini un po' più tecnici.

Buona lettura, Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-02-05 - 11:29:22
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Di: Maria Carmela Pisu.

L'iperplasia prostatica benigna è una alterazione comune nei cani maschi interi adulti/anziani che può condurre a disturbi clinici altrettanto comuni (disuria, ematuria, dischezia, ecc.). La diagnosi di questa condizione è storicamente basata sui rilievi clinici, ecografici e sulla citologia ago-aspirativa (a fianco un esempio di iperplaia prostatica all'esame citologico).

Negli ultimi anni è stata evidenziata la possibilità di valutare le modificazioni prostatiche attaverso l’aumento sierico di una esterasi specifica prostatica canina (Canine Prostatic Specific Esterase, CPSE).

E’ stato quindi recentemente sviluppato un nuovo mezzo diagnostico: un test ELISA per valutare la CPSE.

L’esterasi specifica viene prodotta e rilasciata nel circolo ematico dalle cellule prostatiche e il suo aumento è indice di iperattività e quindi iperplasia ghiandolare (ma anche di altre alterazioni con aumento della densità cellulare).

In studi  recenti (Levy et al., Alonge et al) la diagnosi di iperplasia prostatica benigna (IPB) è stata effettuata tramite ecografia e i risultati comparati alla concentrazione sierica di CPSE. Le concentrazioni di CPSE erano significativamente superiori nei cani con IPB che in quelli senza evidenza ecografica di IPB.

La soglia ottimale del valore di CPSE che consente di discriminare tra cani sani e cani con IBP è risultata inizialmente di 70 mg/ml ed è stata recentemente abbassata a 50 ng/ml per includere i soggetti che hanno iniziali alterazioni ecografiche ma senza ancora alcun segno clinico.

Il dosaggio sierico di CPSE non può ad oggi sostituire lo studio ecografico della prostata per evidenziare le alterazioni sintomatiche, ma risulta un validissimo e rapido test di screening da effettuare sui cani oltre i 5 anni di età (4 anni per cani di razza gigante e riproduttori), al fine di evidenziare una iniziale o avanzata iperplasia prostatica e di valutare la necessità di indagini più approfondite e/o terapie in tempi precoci o precossimi.

Poichè numerosi studi dimstrano che nell’80% dei soggetti l’IBP ha la sua iniziale insorgenza  in un’età inferiore al 50% dell’aspettativa media di vita di un cane, l’utilizzo di un test ematico da poter inserire tra i test di sceening, consente di evitare la comparsa della sintomatologia correlata alla sindrome prostatica e salvaguardare la fertilità nei soggetti destinati alla riproduzione

Come per gli altri ormoni, anche il CPSE va dosato sul siero.

 

Bibliografia

 X Levy1, W Nizansky, A von Heimendahl and P Mimouni. Diagnosis of Common Prostatic Conditions in Dogs: an Update Reprod Dom Anim 49 (Suppl. 2), 50–57 (2014);

W Nizanski1, X Levy2, M Ochota1 and J Pasikowska. Pharmacological Treatment for Common Prostatic Conditions in Dogs – Benign Prostatic Hyperplasia and Prostatitis: an Update Reprod Dom Anim 49 (Suppl. 2), 8–15 (2014);

S. Alonge, M Melandri,| R Leoci, GM Lacalandra,  G Aiudi. Canine prostate specific esterase (CPSE) as an useful biomarker in preventive screening programme of canine prostate: CPSE threshold value assessment and its correlation with ultrasonographic prostatic abnormalities in asymptomatic dogs Reprod Dom Anim Nov 2017

BS Holst. Diagnostic possibilities from a serum sample—Clinical value of new methods within small animal reproduction, with focus on anti-Müllerian hormone Reprod Dom Anim Apr;52 Suppl 2:303-309



  • Creato il: 2018-01-29 - 10:39:57
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Cari colleghi, potrà capitare che a seguito di un esame istologico, il patologo consigli di eseguire la colorazione Alcian-PAS: a cosa serve?

Questa colorazione istochimica viene richiesta allorché l'istopatologo voglia valutare la produzione di mucine. Il termine "mucina" si riferisce a un grande gruppo di macro-molecole che sostanzialmente si dividono nelle mucine secretorie, che sono glicoproteine prodotte da vari epiteli ghiandolari e mucine stromali (glicosaminoglicani che contengono acido ialuronico) e che vengono storicamente identificate come “sostanza mixoide” prodotta da alcuni tessuti connettivi. 

L’Alcian blu – PAS è la migliore colorazione per evidenziare  le mucine. Un tipico caso esemplificativo in cui l’uso dell’Alcian – PAS è fondamentale, è un tipo di carcinoma gastrico caratterizzato da imponente desmoplasia stromale e cellule neoplastiche, solitamente ad anello con castone, isolate nello stroma – quadro che potrebbe far pensare erroneamente ad una forma di sarcoma. L’uso di tale colorazione mette in luce le mucine citoplasmatiche delle cellule neoplastiche confermando invece l’origine epiteliale ghiandolare della neoplasia.

Maria Massaro, Giovanni Tortorella, Teresa Pagano e Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-01-23 - 09:57:40
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Cari colleghi, recentemente sono stati sviluppati metodi diagnostici per la determinazione del titolo anticorpale contro le comuni malattie infettive canine e feline. Sulla base di tali titoli protettivi, il clinico può decidere se vaccinare o meno il paziente in esame. 

Il nostro laboratorio vi offre questo servizio e abbiamo quindi chiesto al nostro consulente in microbiologia e malattie infettive, il Prof. Nicola Decaro, di chiarirci le idee riguardo a tali indagini. In allegato potete trovare un PDF liberamente scaricabile con alcune domande e risposte sull'argomento, buona lettura.

Il team di MyLav



  • Creato il: 2018-01-12 - 09:51:49
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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  • immagine di Francesco Dondi
    Francesco Dondi  veterinario  ha scritto: 25/01/2018 - 18:31:29
    Effettivamente quelle possono essere categorie di pazienti maggiormente a rischio e che forse vale la pena testare di più. Grazie per il consiglio. Per chi fosse interessato vorrei segnalare la lettura…
  • immagine di Nicola Decaro
    Nicola Decaro  veterinario  ha scritto: 23/01/2018 - 18:23:50
    Caro Francesco, il test può essere effettuato con cadenza triennale, ma in particolari circostanze, quali soggetti anziani, pazienti immunodepressi (tra cui gatti con infezioni retrovirali), può essere…
  • immagine di Francesco Dondi
    Francesco Dondi  veterinario  ha scritto: 22/01/2018 - 11:40:26
    Ciao Nicola, secondo te è necessario eseguire questo test annualmente in un cane correttamente vaccinato seguendo le linee guida WSAVA più recenti? Mi sembra che le linee guida non lo ritengano necessario,…
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immagine IL DONO DEL NUOVO ANNO

Amico mio vorrei condividere con te un dono: l’anno nuovo!

 

Mi dirai: un dono? Perché pensi che sia un dono? Un dono è qualcosa di utile, di bello, di grandioso…..di ricco! Come fai a pensare al nuovo anno come ad un dono? La realtà è che questo tempo ci ha tristemente abituati alla povertà di spirito e di pensiero, all’immobilità dei desideri, alla freddezza dei rapporti umani, alla perplessità dell’esistenza! Questa è la realtà e l’esperienza dei 365 giorni appena trascorsi e questo è il fardello del nuovo anno.

 

Ti risponderò: amico mio quel fardello di cui parli, quell’insieme di nefandezze che lo hanno riempito…..è proprio questo il dono del nuovo anno e la sua enorme ricchezza! 

(Anonimo) 

Caro mylavblognauta un carissimo augurio di un 2018 con....la strada spianata!



  • Creato il: 2018-01-01 - 16:20:50
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Festività e auguri

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Carissimo mylavblognauta,

anche in questo Natale, e per il quarto anno consecutivo, la nostra azienda ha deciso di rinnovare il suo impegno nel sociale contribuendo al sostentamento ed allo sviluppo del progetto Save The Children.

                           ORA VOGLIAMO FARE DI PIU'!

e diventare un partner ufficiale di una delle organizzazioni umanitarie maggiormente riconosciute a livello mondiale ed un brand universalmente considerato sinonimo di generosità ed efficienza.


Per farlo abbiamo bisogno anche del tuo aiuto e del tuo sostentamento e condivisione.

Carissimo nell'augurarti un sereno e gioioso Natale ti chiedo di continuare a darci il tuo appoggio, condividendo su tutti i tuoi ed i nostri canali di informazione il nostro impegno nel sociale che, a partire da oggi, ti vedrà protagonista di una delle sfide più serie ed affascinanti che abbiamo deciso di intraprendere insieme.


Ancora un Sereno e Caldo Natale!

 

Guglielmo Giordano
Amministratore MYLAV



  • Creato il: 2017-12-24 - 19:17:56
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Festività e auguri

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In questa seconda puntata relativa all'analisi dell'emogramma MyLav, ci occuperemo degli indici eritrocitari. Avrete notato che nei nostri emocromi, oltre ai classici MCV, MCH ed MCHC, vi sono altri due indici dal significato apparentemente "oscuro": il CH ed il CHCM. Cosa sono?

Il sistema ADVIA determina due gruppi di indici eritrocitari, in base a come l'emoglobina è stata misurata (vedi a tal proposito la prima puntata relativa a questo argomento). 

1) Indici eritrocitari classici: sono determinati come in altre comuni contaglobuli ad impedenza o laser, mediante la misurazione diretta del volume eritrocitario medio (MCV) e dell'emoglobina totale. Si possono così calcolare anche l'MCH (contenuto emoglobinico corpuscolare medio) e l'MCHC (concentrazione emoglobinica corpuscolare media).

2) Indici eritrocitari aggiuntivi: questi indici sono specifici solo di ADVIA e sono derivati dall'MCV e dal valore di emoglobina intracellulare: CH (contentuo emoglobinico cellulare medio) e CHCM (concentrazione emoglobinica cellulare media) sono infatti i corrispettivi dei sopra citati MCH e MCHC, ma determinati considerando solo l'emoglobina contenuta negli eritrociti.

Che differenza c'è allora tra MCH e CH? e tra MCHC e CHCM?

In teoria non c'è differenza e il significato clinico delle loro alterazioni è lo stesso, così come il loro utilizzo per discriminare le varie forme di alterazioni eritrocitarie (macrocitosi, microcitosi, ipocromia, ipercromia, ecc.). Tuttavia, siccome CH e CHCM vengono derivati dalla reale emoglobina intra-eritrocitaria, sono molto meno influenzati da fattori quali emolisi e lipemia, che comunemente sono cause di incrementi artificiosi di MCHC (ipercromia).

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-12-19 - 18:39:56
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Cari colleghi, questa settimana ci occuperemo delle linee guida relative alla diagnosi e gestione clinica della filariosi felina, secondo quanto recentemente pubblicato dalla ESDA (European Society of Dirofilariosis and Angiostrongylosis). In allegato potete scaricare il documento integrale, liberamente accessibile sul sito ufficiale, nel quale vengono forniti utili aggiornamenti riguardo questa parassitosi un po' trascurata e soprattutto difficile da diagnosticare.

Per quel che è di nostro specifico interesse, ovvero la diagnostica di laboratorio, si sottolineano i seguenti aspetti da considerare attentamente:

1) I test antigenici canini possono essere utilizzati anche per il gatto, trattandosi di ricercare gli stessi antigeni parassitari. Tuttavia, dato che le cariche parassitarie nei gatti sono solitamente molto basse e spesso i parassiti non giungono a maturazione completa, è frequente ottenere risultati falsamente negativi. Inoltre si ritiene che i gatti presentino spesso complessi antigene-anticorpo che mascherino la rilevazione dei primi al test. Pertanto i test antigenici canini sono da considerarsi altamente specifici in caso di risultato positivo, ma anche molto poco sensibili. Un pretrattamento del siero a 103° C per 10 minuti  è secondo alcuni autori consigliabile per aumentare la sensibilità del test: con il riscaldamento si tenderebbero infatti a liberare gli antigeni dai complessi antigeni anticorpi.

2) I test anticorpali rilevano invece le immunoglobuline dirette specificatamente contro le filarie adulte o in via di sviluppo, e sono caratterizzate da sensibilità diagnostica buona ma specificità non ottimale, potendo dare dei risultati falsamente positivi (probabilmente per cross-reattività con altri parassiti).

3) Ricerca di microfilarie con test di Knott: la microfilariemia nel gatto è un evento alquanto raro e solitamente è riconducibile a occasionali infestazioni cutanee/sottocutanee causate da Dirofilaria (Noctiella) repens (vedi figura sopra). Dato che difficilmente la Dirofilaria immitis raggiunge una maturazione sessuale nel gatto e che le infezioni sono pauci-parassitarie, è molto  improbabile avere almeno due adulti di entrambi i sessi nello stesso paziente, tale da poter produrre microfilarie rilevabili nel circolo periferico. Se tuttavia queste vengono individuate mediante il test di Knott, allora la diagnosi di dirofilariosi cardiopolmonare è certa al 100%.

Dato che per i motivi sopra esposti, nessuno di questi esami ha una accuratezza diagnostica ottimale, per avere la massima possibilità di individuare l'infestazione è consigliabile eseguirli tutti contemporaneamente in un paziente con sospetto clinico.

Walter Bertazzolo & Luigi Venco



  • Creato il: 2017-12-13 - 17:26:46
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Tratto da Woolcock et al JVIM 2017; 31: 1691-1699

La trombocitosi è definita come un aumento del numero di piastrine nel sangue periferico (vedi Figura 1 a fianco) e si distingue in:

1) Primaria: disordine proliferativo che interessa la linea megacariocitica/piastrinica dalle cause sconosciute ed è definita come “trombocitemia essenziale”. Per la diagnosi di questa rara condizione è necessario escludere tutte le altre cause di trombocitosi secondaria sotto elencate.

 

2) Secondaria: molto più comune della primaria, può dipendere da numerose condizioni patologiche:

a) Infiammatorie: è causata da una iperproduzione di citokine infiammatorie, tra cui l’interleukina-6, che promuove la sintesi epatica di trombopoietina (TPO), ormone che stimola la produzione di piastrine nel midollo osseo

b) Traumatiche: causata probabilmente da meccanismi differente tra cui infiammazione e stimolazione della trombopoiesi a seguito della perdita ematica

c) Neoplastiche: anche in questo caso i meccanismi eziopatogenetici sono multipli ed includono induzione di infiammazione, emorragie e possibile produzione di sostanze trombopoietiche direttamente da parte del tumore

d) Endocrine (es. Iperadrenocrticismo spontaneo): il cortisolo tende ad aumentare la concentrazione piastrinica secondo meccanismi non ben definiti. Anche l’ipersecrezione di catecolamine aumenta momentaneamente la concentrazione piastrinica, soprattuto per contrazione splenica (che rappresenta una riserva di piastrine)

e) Splenectomia: la milza è un serbatoio naturale di piastrine e la sua rimozione conduce ad aumenti persistenti e moderati della concentrazione piastrinica

f) Trombocitosi “rebound”: è secondaria a gravi condizioni di piastrinopenia, nelle quali la causa della riduzione piastrinica viene successivamente rimossa o controllata. Il midollo osseo, divenuto nel frattempo iperplastico, produce quindi un aumentato numero di piastrine

g) Carenza di ferro: le anemie emorragiche croniche conducono a carenza di ferro e a trombocitosi, probabilmente perché il ferro è un inibitore naturale della TPO e in sua carenza l’effetto di quest’ultima è incrementato

h) Somministrazione di alcuni farmaci tra cui cortisonici, epinefrina e vincristina.

 

La trombocitosi può essere un problema clinico, soprattuto se persistente ed “estrema” (ovvero con conte piastriniche >1.000.000/uL), essendo associata a rischi tromboembolici documentati nell’uomo.

 

Uno studio realizzato presso la Pordue University ha valutato quali fossero le condizioni patologiche più comunemente associate a trombocitosi nel cane. Sono stati inclusi nello studio quei casi che presentavano conte piastriniche >500.000/uL nel quinquennio 2011-2015. La prevalenza di trombocitosi era del 5.4% considerando il numero di emocromi analizzati, e del 7.2% considerando il numero di cani affetti (alcuni cani erano stati sottoposti a più emocromi nel quinquennio).

Le principali cause di trombocitosi erano le neoplasie (circa la metà dei casi), seguite a breve distanza dalle patologie infiammatorie. Numerosi tipi tumorali erano associati a trombocitosi tra cui in ordine di frequenza i carcinomi transizionali, il linfoma, i sarcomi ed il mastocitoma. Le endocrinopatie (Cushing, diabete mellito e ipotiroidismo) rappresentavano circa 1/10 dei casi riscontrati. Un numero elevato di soggetti (circa 16%) presentava tuttavia patologie multiple e in molti casi vi era un concomitante trattamento con cortisonici (circa 1/3 dei casi totali individuati nello studio).

Non vi erano differenze significative nell’entità della trombocitosi in queste diverse categorie (vedi Figura 2 tratta dall'articolo originale, disponibile liberamento online).

Non si riscontrava nessun caso di trombocitemia essenziale, confermando la rarità della condizione.

 

In conclusione, da questo studio emergeva come:

- La trombocitosi è quasi sempre associata a neoplasie, malattie infiammatorie e/o trattamenti con cortisonici

- Le principali patologie infiammatorie riscontrate erano le malattie immuno-mediate, le infiammazione gastro-enteriche e quelle epatobiliari

- La somministrazione di cortisonici in molte di queste patologie potrebbe essere la vera causa di trombocitosi, talora estrema

- La pseudo-iperkaliemia è un riscontro comune nei cani con tromboitosi ed è legata ad un rilascio eccessivo di potassio da parte delle piastrine in-vitro.

- Rischio tromboembolico: a differenza dell’uomo, non ci sono dati certi relativi al rischio tromboembolico nei cani con tromboitosi, e di conseguenza mancano linee guida terapeutiche a riguardo

Walter Bertazzolo, Pino Menga & Ugo Bonfanti

 

 



  • Creato il: 2017-12-05 - 15:44:24
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Cari colleghi citologi, ecco per voi un caso da risolvere:

SEGNALAMENTO: Gatto C.E., maschio, 14 anni.

ANAMNESI: Diarrea e disappetenza

LESIONE: Neoformazione craniale all’arteria renale sinistra, 2,4 x 1 cm, a margini netti e disomogenea.

Prelievi mediante ago aspirazione eco guidata.

 

 

 

DOMANDE:

Qual è  la probabile origine della lesione?

Qual è l’origine delle cellule e che ipotesi diagnostica potreste emettere?

In allegato tutte le immagini. A presto per la soluzione del caso, Ugo Bonfanti



  • Creato il: 2017-11-26 - 20:54:24
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 02/12/2017 - 10:52:14
    Ecco la risposta di Ugo al caso clinico: Il fondo contiene rare cellule di derivazione ematica ed è grigiastro. Si osserva inoltre una popolazione cellulare singola costituita da elementi di chiara origine…
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Cari colleghi, la European Society of Dirofilariosis and Angiostrongylosis (ESDA) ha recentemente pubblicato le linee guida per la diagnosi e la gestione clinica delle diverse forme di filariosi canina e felina.

Vi alleghiamo il documento che riassume tutti gli step essenziali per gestire correttamente la filariosi cardiopolmonare canina. Per quanto è di nostro interesse, ovvero la diagnostica di laboratorio della malattia, si enfatizzano i seguenti punti:

1) I test antigenici sono dotati di ottima accuratezza diagnostica, tranne che nel caso di infestazioni con un modesto numero di parassiti, in particolare quando scarseggiano le femmine adulte

2) andrebbe sempre fatta anche la ricerca di microfilarie mediante test di Knott, al fine di migliorare la sensibilità della ricerca e di trovare eventuali infestazioni miste con altre specie di filiarie

3) i test antigenici possono dare dei risultati falsamente positivi in caso di infestazione con Angiostrongylus o Spirocerca

Per coloro che vogliono approfondire l'argomento vi invitiamo a leggere l'intero PDF allegato.

Luigi Venco

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-11-18 - 14:37:12
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Cari colleghi, alcuni di voi ci hanno chiesto chiarimenti relativamente ai numerosi dati che vengono forniti dai nostri emogrammi. Ho quindi deciso di inaugurare una nuova sezione del blog, EMATOLOGIA per l'appunto, in cui cercherò di volta in volta di chiarire il significato di questi numeri dal significato apparentemente “occulto”.

Va innanzitutto ricordato che la contaglobuli utilizzata presso il nostro laboratorio è un ADVIA 2120, strumento che è in grado di analizzare i campioni di sangue con tecnologie molto avanzate e non disponibili con le comuni contaglobuli che siamo abituati ad utilizzare in clinica.

Oggi inizierò spiegandovi perchè nei nostri emocromi compare sia il valore di emoglobina (indicata come "HGB") che di emoglobina intra-eritrocitaria (indicata come "cellular HGB").

Il valore di HGB è misurato come in ogni altra contaglobuli, lisando tutti gli eritrociti e misurando quindi l’emoglobina liberatasi mediante un banale metodo spettrofotometrico.

Il valore di Cellular HGB invece è determinato da ADVIA misurando direttamente il contenuto di emoglobina all’interno di ogni singolo eritrocita.

La differenza tra i due metodi di misurazione dell’emoglobina è anche definito HGB-delta.

In condizioni ideali, i valori di HGB e di Cellular HGB ovviamente devono coincidere, anche se ci possono essere lievi differene tra i due (solitamente non superiori ai 0,5-1 g/dL).

Nel caso in cui la discrepanza tra i due valori sia marcata, bisogna considerare che ci possa essere una emolisi (in vivo o in vitro) o che sia presente qualche sostanza interferente (per esempio infusione di emoglobina sintetica o lipemia), situazioni nelle quali l’HGB risulta falsamente aumentata rispetto al reale contenuto intra-eritrocitario.

Nella prossima puntata spiegeremo come ADVIA determina gli indici eritrocitari e come sfruttarli al massimo.



  • Creato il: 2017-11-12 - 18:26:22
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Cari Colleghi, continuiamo a parlarvi dell'utilità delle colorazioni cito/istochimiche ed in particolare della colorazione PAS, il cui acronimo sta per Periodic Acid Schiff.


Figura 1: esempio di pseudomicetoma dermatofitico cutaneo in cui le colonie fungine assumono un brillante color magenta (preparato istologico).

Tale colorazione sta a dimostrare la presenza di polisaccaridi (semplici e mucopolisaccaridi) che assumeranno una colorazione rosso-magenta dopo trasformazione di alcuni gruppi chimici pre-esistenti in aldeidi: tale trasformazione chimica avviene mediante l’ azione dell’ acido periodico, mentre la colorazione rosso-magenta è indotta dal reattivo di Schiff.

 

La colorazione è utile nel caso si sospettino accumuli di glicogeno, coliti istiocitarie, infezioni fungine e nella valutazione dell’ integrità delle membrane basali a livello cutaneo e renale.

 

 

Figura 2: esempio di colorazione di criptococchi colorati con PAS su preparato citologico.

 

La reazione PAS evidenzia la presenza di mucopolisaccaridi non acidi: quelli acidi sono invece differenziabili attraverso la reazione alcian blu-PAS di cui parleremo in seguito.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-11-06 - 17:35:57
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 06/11/2017 - 17:59:41
    Grazie al dr. Albanese e la dr. Massaro per le bellissime foto!!!!
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Cari colleghi, si è appena concluso il congresso nazionale Scivac di Arezzo, dedicato all'approccio clinico orientato alla razza. Un modo un po' differente di approcciari i problemi clinici più disparati: diagnostica per immagini, medicina interna, riproduzione, anestesiologia, oncologia, ortopedia e ovviamente medicina di laboratorio. I relatori del congresso hanno stimolato tutti ad affrontare i problemi clinici considerando con attenzione le differenze biologiche che possono sussistere tra le razze canine.  Per quel che riguarda la medicina di laboratorio, area che ovviamente ci interessa in maniera peculiare, dobbiamo essere infatti molto attenti a riconoscere quelle eventuali apparenti "alterazioni" a carico di alcuni valori dell'emogramma, della chimica clinica e anche dei profili ormonali, che in alcune specifiche razze canine si discostano marcatamente dai valori di riferimento medi del cane (si veda per esempio il nostro recente post sui levrieri). Se non prestassimo attenzione a queste variabilità, rischieremmo quindi di commettere dei potenziali gravi errori diagnostici.

Vi invitiamo quindi caldamente, ogniqualvolta vi troviate di fronte a risultati strani in un cane di razza (magari a sua volta poco comune), di verificare bene in letteratura se non vi siano anomalie già descritte in tal senso e quindi da considerarsi normali in quello specifico paziente.

Walter Bertazzolo

 



  • Creato il: 2017-10-29 - 12:46:49
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Eventi

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  • immagine di Carlo De Feo
    Carlo De Feo  veterinario  ha scritto: 30/10/2017 - 13:28:13
    Si certo
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Cari colleghi, quando valutiamo numerose variabili biologiche dei levrieri, viene da chiederesi se i cani di queste razze siano effettivamente cani o appartengano ad una altra specie. Sarà infatti capitato a molti di noi di effetturare delle indagini diagnostiche in un levriero sano e rilevare numerosi risultati “anormali” per un cane. Molte di queste alterazioni rappresentano in realtà degli adattamenti indotti dalla selezione umana al fine di migliorare le loro prestazioni sportive.

E’ importante sapere che i levrieri presentano numerose caratteristiche tipiche, per evitare di incorrere in errori diagnostici. In questo blog vi proponiamo una tabella riassuntiva di quelle variabili misurabili in laboratorio che possono sembrare "anomale"  ma sono assolutamente normali in queste razze sportive (vedi file PDF in allegato).

Per la stesura della tabella ci siamo avvalsi di una review apparsa nel 2011 sul Veterinary Cinical Pathology (Zald et al 2011; Vet Cli Pathol 40(4): 414-425)

Buona consultazione, Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-10-21 - 19:50:35
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Generica

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Cari colleghi citologi, eccovi un bel caso per il vostro fine settimana: trattasi di un nodulo duro alla base della lingua, in un cane rottweiler maschio di 1 anno. L'aspirazione ha raccolto materiale purisimile.

 

 

 

 

Cosa notate nel quadro microscopico indicato nelle immagini a fianco? che ipotesi diagnostica emettete? Buon lavoro e a presto per la risoluzione del quiz!

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-10-14 - 08:24:45
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 19/10/2017 - 18:53:31
    Eccomi con le risposte al cito-quiz: Il campione è rappresentato da abbondante materiale amorfo violaceo finemente granulare e da rare cellule infiammatorie coartate. Questi rilievi e la sede della lesione…
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Cari colleghi, questa settimana parliamo di animali esotici con il nostro consulente Gustavo Picci, in particolare approfondiremo il discorso relativo a pappagalli e Chlamydia psittaci.

Chlamydia psittaci è l’agente eziologico della chlamidiosi conosciuta anche come psittacosi o ornitosi. Le Chlamydiae sono dei microrganismi gram negativi di forma sferica, dimensioni comprese tra 0,4 e 0,6 micron di diametro. Sono definiti parassiti energetici perché utilizzano l’ATP prodotto della cellula. L’infezione può essere contratta dai pappagalli, da altre specie di uccelli (ad esempio canarini, piccioni, colombi), dai mammiferi e dall’uomo. Grazie ai test di laboratorio abbiamo la possibilità di individuare uccelli portatori sani asintomatici ed eliminatori del batterio; infatti, i portatori inapparenti sono comuni e possono essere uccelli guariti dalla malattia o soggetti asintomatici.

Come si può trasmettere? 

 

La trasmissione orizzontale è quella più comune e si realizza attraverso l'inalazione di secrezioni respiratorie e/o di feci. La trasmissione verticale è stata descritta nel pappagallino ondulato. Sempre in questa specie è stato osservato che l’eliminazione con le feci può continuare per più di un anno dall’infezione.

 

Principali segni clinici?

I giovani possono presentare la malattia in forma acuta con grave sintomatologia respiratoria, questo tipo di infezione esita nella maggior parte dei casi con la morte degli animali. Le manifestazioni cliniche più frequenti sono: piumaggio arruffato, emaciazione, letargia, ipotermia, disidratazione e congiuntivite. Quando la patologia si cronicizza si evidenziano rantoli, scolo nasale, feci di colore giallo-verdastro per coinvolgimento epatico, perdita di peso e in alcuni pazienti si associano sintomi neurologici.

Quali sono le diagnosi differenziali da considerare?

Le manifestazioni cliniche sono variabili ed essendo una malattia che si manifesta principalmente in forma cronica si può spesso associare ad altre patologie, per questo motivo è importante avvalersi di esami di laboratorio per raggiungere la diagnosi corretta. In diagnosi differenziale bisogna considerare infezioni da enterobatteri, herpesvirus, paramyxovirus, influenza A virus e mycoplasmosi.

A livello ematobiochimico che tipo di alterazioni si possono presentare?

Nelle forme croniche avremo anemia con aumento di ALT, acidi biliari, acido urico, LDH e proteine totali. Si evidenzia, inoltre, marcata eterofilia con eterofili tossici e spostamento della curva a sinistra.

Quali sono le principali lesioni anatomo-patologiche?

A seconda della forma clinica (iperacuta, acuta, subacuta e cronica) si possono trovare lesioni più o meno imponenti ed estese. Le principali lesioni sono: emorragie petecchiali, congestione, epato-splenomegalia, formazione di depositi superficiali di essudato fibrinoso, pericardite e periepatite fibrinosa, aerosacculite fibrinosa, congestione polmonare e polmonite.

Quali sono i test da effettuare per una corretta diagnosi?

Il laboratorio MYLAV – La Vallonea ha la possibilità di proporre due test, un test per la ricerca anticorpale e i test di biologia molecolare.

Il test Elisa ricerca gli anticorpi IgG nel siero aviare. È necessario inviare al laboratorio circa 0.5 microlitri di siero. A volte un pappagallo positivo a questo test potrebbe non essere eliminatore.

Il test di biologia molecolare (Pcr-polymerase chain reaction) per la ricerca della Chlamydia è molto sensibile e specifico, ma non è consigliabile effettuarlo su prelievi di sangue perché la Chlamydia non è presente nel sangue in modo costante. La PCR permette di individuare gli uccelli con infezione latente o persistente.

Cosa dobbiamo inviare al laboratorio per effettuare i test di biologia molecolare? Su quali campioni?

Il test si può effettuare su feci se vogliamo testare animali asintomatici ma eliminatori, in questo caso si deve utilizzare un tampone a secco senza terreno di trasporto prelevando più campioni di feci anche in giorni differenti. È possibile comunque effettuare il test anche su altro materiale biologico: sia in uccelli sintomatici che asintomatici possiamo utilizzare lo scolo nasale e/o congiuntivale e le secrezioni del cavo orale. Alcuni autori consigliano di effettuare un unico tampone a secco prelevando in ordine materiale biologico da congiuntiva, coane e cloaca. Questa tecnica può essere applicata anche nelle collezioni di pappagalli per monitorare lo stato sanitario dei riproduttori, dato che l’eliminazione della Chlamydia è intermittente si consiglia di ripetere il campionamento per tre giorni consecutivi.

Durante l’esame autoptico possiamo prelevare del materiale biologico da analizzare sempre con tecnica PCR.

Come si manifesta la malattia nell’uomo?

L’uomo si infetta inalando i microrganismi che sono stati aerosolizzati da feci secche o da secrezioni delle vie respiratorie, dal contatto diretto della bocca con il becco e con piume contaminate.  In passato quando non si disponeva di farmaci specifici, la mortalità era del 15-20 %, attualmente la mortalità è inferiore a 1%. Nell’uomo causa polmonite interstiziale, mialgia, emicrania, ipertermia, endocardite, miocardite, epatite, artrite, cheratocongiuntivite, encefalite e aborto.

 



  • Creato il: 2017-10-05 - 16:25:43
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: ANIMALI ESOTICI

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Cari colleghi,

continuiamo a parlarvi delle colorazioni cito/istochimiche ed, in particolare, parleremo oggi della colorazione di Grocott: tale metodica viene eseguita qualora si sospetti la presenza di funghi sia su campione citologico sia su campione istologico .

Figura 1: infezione da criptococchi, esame istologico: la capsula fungina appare incolore mentre il copro fungino e la sua parete assumono colore marrone scuro.

 

La maggior parte dei miceti presentano una parete cellulare costituita da polisaccaridi e chitina: la rottura della catena polisaccaridica, mediante l’acido cromico, permette all’ argento cloruro facente parte del complesso argento-metenamina di ridursi ad argento metallico diventando cosi’ visibile: pertanto le cellule fungine saranno colorate di nero rispetto al resto del tessuto che sara’ colorato di verde. Anche alcune alghe patogene (come la Prototheca) si colorano bene con lo stesso metodo (Figura 2). 

 

Figura 2:infezione da Prototheca su preparato istologico.

 

Questa colorazione permette dunque al patologo di confermare il sospetto di infezione fungina (o da alcune alghe patogene), ma non permette tuttavia di differenziare i miceti nelle varie specie, le quali possono essere discriminate esclusivamente mediante coltura e/o PCR.

Maria Massaro e Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-09-29 - 10:52:34
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Siete di fronte ad un caso di aumento evidente dell’ematocrito (eritrocitosi) e non sapete che fare? Vi proponiamo questa settimana un algoritmo diagnostico per la ricerca delle cause di eritrocitosi nel cane e nel gatto. Questa condizione, anche definita inappropriatamente policitemia, può riconoscere diverse cause: con una procedimento diagnostico ragionato per step successivi è solitamente agevole arrivare ad una diagnosi eziologica (nella foto a lato un gatto policitemico con evidente iperemia del tartufo).

 

1° step: escludere cause fisiologiche (es. Levrieri o cani che vivono in altura)

 

2° step: escludere una eritrocitosi relativa: questa è la causa più comune in ambito clinico, ed è dovuta ad una emocroncentrazione per perdita di liquidi (es. come conseguenza di vomito, diarrea, PU/PD, ecc.). La valutazione clinica (presenza di mucose asciutte, cute anaelastica, TRC allungato), la possibile iper-proteinemia ed aumento di altri analiti (es. Sodio, cloro, azotemia) e la rapida correzione con la fluidoterapia permettono di diagnosticare facilmente questa situazione

 

3° step: escluse le prime due cause, allora siamo di fronte ad una eritrocitosi assoluta. Questa può dipendere da poche cause cliniche:

 

A) Endocrinopatie come Cushing nel cane ed ipertiroidismo nel gatto: si tratta tuttavia di eritrocitosi di entità modeste e la diagnosi è basata sui riscontri clinici e gli appropriati test endocrini

 

Le cause successive possono invece essere responsabili di eritrocitosi molto marcate, con valori di ematocrito anche superiori a 70-80%.

 

B) Eritrocitosi secondaria assoluta appropriata: dipende da una ridotta PaO2 cronica con conseguente iperproduzione adeguata di eritropoietina (EPO). E’ causata da gravi problemi cardiopolmonari (es. cardiopatie congenite nei pazienti giovani, fibrosi polmonare, ecc). L’esecuzione di un emogas arterioso e di una diagnostica per immagini approfondita del torace sono essenziali per la diagnosi

 

C) Eritrocitosi secondaria assoluta inappropriata: non dipende da una ridotta PaO2 ma da condizioni che conducono ad una inappropriata produzione di EPO quali neoplasie renali, masse para-renali neoplastiche e non, oltre che rari tumori che sono in grado di produrre EPO in maniera ectopica. Anche in questo caso l’esecuzione di un emogas arterioso e di una diagnostica per immagini approfondita dell’addome è essenziale

 

D) Policitemia vera (eritrocitosi primaria): è una neoplasia ematopoietica cronica che colpisce la linea degli eritrociti e conduce a una continua ed eccessiva produzione di globuli rossi. Questa diagnosi è raggiungibile solo dopo esclusione di tutte le precedenti cause

 

Infine è necessario sfatare alcuni miti sul procedimento diagnostico: innanzitutto l’utilità della misurazione dell’EPO che ha valore questionabile per problemi analitici ma anche per la notevole sovrapposizione dei valori di EPO tra le varie forme di eritrocitosi. Molti richiedono l’esame del midollo osseo in questi casi, convinti che possa permettere una diagnosi definitiva: purtroppo i riscontri citologici sono sovrapponibili tra le varie forme e la procedura è quindi di scarsa utilità.

 

Vi alleghiamo un PDF con un riassunto schematico di quanto esposto sopra.

Buona lettura, Walter Bertazzolo

 

 



  • Creato il: 2017-09-20 - 21:42:26
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Algoritmi diagnostici

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  • immagine di marco viotti
    marco viotti  veterinario  ha scritto: 20/09/2017 - 23:18:09
    sempre interessante, grazie Walter.
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Cari colleghi, un recente studio ha valutato l'effetto del sovrappeso sui risultati di laboratorio (ematologia e biochimica) nel cane.

L’obesità è considerata una vera condizione patologica che in alcuni animali e nell’uomo si associa ad una condizione pro-infiammatoria cronica. Gli adipociti in ecceso infatti tendono a rilasciare una maggior quantità di proteine pro-infiammatorie che si pensa possano contribuire alle numerose condizioni patologiche associate all’obesità nell’uomo e negli animali (endocrinopatie, malattie muscolo-scheletriche, metaboliche, cardiocircolatorie, ecc.).

Visto che l’obesità inizia ad essere un problema anche negli animali d’affezione, un recente studio ha valutato l’effetto di un eccessivo stato di nutrizione sui risultati degli esami di laboratorio (Radakovich et al, Veterinary Clinical Pathology; 2017, 46:221-226).

 

Sono stati confrontati i risultati di esami di controllo preoperatori in due gruppi di cani sani; il primo costituito da soggetti in condizioni di nutrizione normali (240 cani), il secondo invece da pazienti in sovrappeso (116 cani).

I cani obesi mostravano alterazioni rispetto ai cani sani nei seguenti rilievi:

1) Leucociti: risultavano leggermente più alti, con neutrofilia e modica monocitosi

2) Proteine: erano più alte nei pazienti in sovrappeso rispetto ai normali, con un aumento sia di albumine che di globuline

3) Elettroliti: alcuni elettroliti (calcio, sodio, potassio) risultavano leggermente aumentati nei pazienti obesi, mentre il cloro risultava diminuito

Gli autori ritengono che queste lievi alterazioni, clinicamente poco rilevanti vista l’entità delle differenze tra i pazienti normali e quelli sovrappeso, siano tuttavia riconducibili ad una riduzione della quota di acqua libera nel plasma dei pazienti obesi oltre che ad un possibile stato infiammatorio cronico sub-clinico e/o di stress cronico.

Walter Bertazzolo

 



  • Creato il: 2017-09-12 - 12:09:31
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Cari colleghi, spesso ci chiedono quale substrato (matrice) sia consigliabile per cercare questo o quell'agente eziologico. Abbiamo cercato quindi di redarre un documento facilmente consultabile (tabella in PDF allegata) per riassumere i nosti consigli.

Va tuttavia tenuto ben presente che, sebbene la PCR sia un metodo alquanto sensibile e specifico nel rilevare agenti eziologici, anch'essa non può che fallire se in quel campione biologico non sono presenti in quel momento i microrganismi.

Pertanto, al fine di avere la massima probabilità di individuare un'infezione/infestazione, è molto importante non solo scegliere la matrice giusta, ma anche il momento giusto durante l'infezione: ogni agente eziologico e quindi ogni malattia infettiva ha una specifica patogenesi, che andrebbe studiata prima di decidere per l'invio di un campione. Per esempio una patologia virale potrebbe avere una viremia molto transitoria e breve (es. CAV-1) oppure essere più prolungata (es. cimurro), per cui la possibilità di avere un risultato positivo dipenderà anche dal momento dell'infezione.

Walter Bertazzolo & Ugo Bonfanti

 



  • Creato il: 2017-09-05 - 15:49:48
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Cari colleghi, nei prossimi mesi posteremo dei brevi articoli per spiegarvi l'utilità delle colorazioni cito/istochimiche in diagnostica. Queste colorazioni speciali sono applicate ai campioni citologici o istologici allo scopo di evidenziare particolari componenti tissutali (es. fibre collagene, fibre elastiche, ecc.), accumuli di sostanze anomale o in eccesso rispetto alla normalità (es. amiloide, sali di calcio, rame, ferro, ecc.), o agenti eziologici (es. funghi, micobatteri, ecc.).

Di solito vengono consigliate dal patologo qualora lo ritenga necessario per affinare la diagnosi microscopica.

 

Inizieremo oggi a parlarvi della colorazione di Ziehl-Neelsen: questa metodica è utilizzata qualora si sospettino delle infezioni causate da micobatteri e può venir applicata sia su preparati citologici (anche se già colorati con metodiche di routine, come diff-quick o May-Grunwald-Giemsa) che istologici. 

 

I micobatteri presentano una parete complessa contenente peptidoglicani, galattani, acidi micolici e glicolipidi fenolici che non permette l'ingresso dei normali coloranti utilizzati di routine. Pertanto nei preparati standard possono facilmente passare inosservati o apparire come batteri non colorati all'interno di macrofagi (Figura 1 sopra). Con il trattamento utilizzato durante la colorazione di Ziehl-Neelsen, il pigmento (rosso della carbol-fucsina) viene "forzato" ad entrare all'interno dei batteri mediante una combinazione di calore e agenti chimici, rendendo i micobatteri ben visibili in citologia (Figura 2 a fianco) ed istologia (Figura 3 sotto).

 

Questa colorazione permette quindi al patologo di confermare il sospetto iniziale di infezione da micobatteri alcool-acido resistenti. Non permette però di differenziarli nelle varie specie: a questo scopo è necessario una successiva tipizzazione mediante esame colturale o più facilmente con PCR.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo

 



  • Creato il: 2017-08-21 - 18:50:16
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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"Immobile assaporo il respiro del vento; l’energia della terra risale dai piedi nudi ben saldi sulla spiaggia.

Il volteggiare dei gabbiani riempie il vuoto dei ricordi sommessi ed io rimango, bambino, in balia delle onde.

Tutto è vivo intorno a me in un turbinio di immensa energia e movimento costante: impossibile da contenere esplode in un tonfo muto ma io, con gli occhi chiusi, rimango immobile" (anonimo)

 

Carissimi a tutti un augurio di un ferragosto sereno e rigenerante!

Il laboratorio continuerà, come sempre, a garantire la consueta qualità e tempenstività di refertazione anche in questo periodo di "pausa estiva".

BUON FERRAGOSTO 2017 A TUTTI!!!



  • Creato il: 2017-08-14 - 16:47:06
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Festività e auguri

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  • immagine di Rina
    Rina  veterinario  ha scritto: 14/08/2017 - 18:12:52
    Grazie e contraccambio gli auguri.
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Cari colleghi, lo so fa caldo e siamo a ferragosto, ma per gli appassionati di citologia non ci sono ferie...

Oggi vi posto un caso di un cane, setter femmina di 1,5 anni, con inappetenza, febbre variabile e ricorrente, con picchi fino a 40,5°C. Gli esami ematochimici ed urine generici non hanno mostrato anomalie rilevanti, mentre i test sierologici per Leishmania, Anaplasma ed Ehrlichia sono risultati negativi. Oltre alle indagini cliniche di routine (visita, RX torace, eco addome) è stata eseguita anche un'emocoltura, ma non sono state riscontrate possibili cause per l'ipertermia persitente. Si è quindi deciso di effettuare un'analisi dei liquidi sinoviali da più articolazioni (spalla, gomito, carpo, ginocchio e tarso). Nella maggior parte dei prelievi l'aspetto citologico dei liquidi è quello riportato nell'immagine allegata.

1) E' un quadro normale o patologico?

2) Che diagnosi possiamo emettere?

3) Quali altre indagini proporreste?

A presto per le risposte, buon lavoro, Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-08-09 - 08:36:03
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

Commenti: 1
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 19/08/2017 - 10:14:36
    Ciao a tutti, ecco le risposte alle domande del citoquiz: 1) Il quadro è patologico: la concentrazione cellulare stimabile è molto più elevata del normale e sono presenti solo granulociti neutrofili,…
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Cari colleghi, da questo mese, negli esami citochimici dei versamenti cavitari, forniremo anche la misurazione dell'attività dell'enzima LDH (lattato-deidrogenasi).

Perchè? Scopriamone insieme i segreti in questo blog e le informazioni utili che questo analita ci può dare.

Un recente articolo (Smuts et al Vet Clin Pathol 2016; 45(4): 680-688) ha mostrato quali possono essere i vantaggi nella misurazione dell'LDH nei liquidi cavitari: essendo rilasciato dalle cellule (eritrociti, cellule infiammatorie, cellule neoplastiche, ecc.) la sua concentrazione tende ad essere elevata nei campioni che hanno una eziopatogenesi infiammatoria (essudati), neoplastica o emorragica. Viceversa nei campioni di natura trasudatizia la concentrazione dell'LDH risulta molto più bassa. Pertanto l'attività dell'enzima può risultare particolarmente utile nella corretta classificazione di quei versamenti in cui è difficile distinguere tra una patogenesi infiammatoria (essudati) e trasudatizia (quindi legata a fenomeni da stasi o da discrasie proteiche), utilizzando i criteri classici (concentrazione proteica, conta cellulare, citologia).

Basandoci sui dati pubblicati e su nostre valutazioni interne, attualmente consigliamo le seguenti linee guida interpretative (utilizzabili con il nostro metodo biochimico interno):

Trasudato povero in proteine (trasudato puro): ha solitamente valori di LDH molto bassi, solitamente di poche decine di UI/l, raramente di 200-300UI/l

Trasudato ricco in proteine (trasudato modificato): ha solitamente valori di LDH di alcune centinaia, quasi mai al di sopra dei 1000 UI/l

Essudati e versamenti neoplastici: hanno solitamente valori di LDH molto superiori a 1000 UI/l, spesso anche di parecchie migliaia

Versamenti emorragici: possono avere valori variabili, da diverse centinaia di UI/l a diverse migliaia, probabilmente in relazione alla quantità di RBC e cellule nucleate presenti nel campione



  • Creato il: 2017-07-31 - 11:36:10
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Cari colleghi, nonostante le frequenti raccomandazioni nei nostri canali informativi, ancora oggi riceviamo spesso strisci citologici inviati negli stessi pacchi contenenti i barattoli di formalina con i campioni per istologia. I vapori di formalina escono molto facilmente da questi contenitori, anche quando sembrano assolutamente a tenuta stagna. Queste esalazioni si depositano poi sui vetrini e impediscono la corretta colorazione delle cellule, rendendo impossibile la valutazione miscroscopica.

 

Ecco in questa prima immagine come dovrebbe apparire uno striscio di linfonodo correttamente colorato.

Le cellule sono ben riconoscibili e i dettagli cellulari ben definiti.

Ciò permette una valutazione citologica adeguata.

 

 

 

 

 

Ed ecco in questa seconda immagine quel che succede ad un campione linfonodale esposto a vapori di formalina: è impossibile riconoscere qualsiasi cosa.

Quindi, se volete evitare che i vostri prezioni campioni risultino privi di alcuna utlità diagnostica, mi raccomando di evitare di spedirli negli stessi pacchi delle biopsie istologiche. 

Ricordatevi che la formalina "intossica" i citologici!

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-07-23 - 16:07:15
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Generica

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Cari colleghi appassionati di radiologia, ecco per voi un nuovo caso da risolvere preparato dalla nostra consulente Giliola Spattini. Come al solito il caso è allegato in formato PDF ed è liberamente scaricabile. Aguzzate la vista perchè questa volta è tutt'altro che semplice...buon lavoro. Tra qualche giorno la soluzione del radio-quiz!

Walter Bertazzolo.



  • Creato il: 2017-07-17 - 12:28:27
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Casi clinici

Commenti: 5
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 20/07/2017 - 08:56:09
    Ciao a tutti, eccomi con le risposte al radio-quiz, ho allegato un nuovo PDF con le spiegazioni di Giliola. walter
  • immagine di ottima iniziativa
    ottima iniziativa  veterinario  ha scritto: 19/07/2017 - 18:39:33
    lesione radiopacita polmonare t.duri da confermare con ortogonali: versamento toracico. piloro dimensioni aumentate e con radiopacità tessuti molli. piloro aumentato di dimensioni. parti di anse intestinali…
  • immagine di Giovanni
    Giovanni   veterinario  ha scritto: 17/07/2017 - 16:52:47
    complimenti per l'iniziativa
  • seguono altri commenti
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Cari colleghi, vi sottoponiamo questa settimana questo interessante articolo pubblicato recentemente su Veterinary Pathology: 

Furrow et al. Glomerular lesions in proteinuric miniature schnauzer dogs. Vet Pathol 2017. 54: 484-489.

Gli autori hanno revisionato le alterazioni glomerulari renali in un gruppi di schnauzer nani, razza in cui si può esservare iperlipemia idiopatica e proteinuria. Lo studio apre nuovi scenari per lo studio e la gestione clinica di questi pazienti. Per chi volesse leggere un riassunto del lavoro, può scaricare il PDF allegato. Buona lettura.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-07-10 - 08:20:40
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Cari colleghi, quante volte ci capita di avere un sospetto di ipotiroidismo canino da verificare con appropriati test endocrini, ma nel frattempo il cane ha assunto o sta assumendo i farmaci più disparati. Vi siete mai chiesti quale può essere il loro effetto sui test di funzionalità tiroidea? Per alcuni principi attivi esistono evidenze scientifiche pubblicate, che abbiamo voluto riassumere nella tabella allegata. Buona lettura e attenzione alle terapie in corso!

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-07-02 - 09:52:32
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: HormoneBlog

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Cari colleghi, ecco il terzo appuntamento con i nostri consigli per ottenere dei campioni citologici midollari perfetti. Non è sufficiente riuscire a prelevare un buon campione di tessuto ematopoietico, è altrettanto importante sapere come devono essere preparati gli strisci. Nel documento allegato trovate la descrizione dettagliata; vi alleghiamo anche 2 video che vi mostrano rispettivamente il risultato di un campionamento non adeguato, perchè costituito da materiale coagulato (video 1), nonché un esempio di come il sottoscritto prepara solitamente gli strisci midollari da un buon prelievo (video 2).

Buona lettura, Walter Bertazzolo

 

 

1) Esempio di campione di midollo coagulato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) Ecco come strisciare un campione di midollo

 



  • Creato il: 2017-06-19 - 00:03:46
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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Cari colleghi, ecco a voi un nuovo quiz citologico, preparato per noi da Ugo Bonfanti. 

Si tratta di un cane, meticcio, maschio, 10 anni, con anamnesi di dimagramento ed anoressia. Presente tenesmo e tachipnea.

Viene effettuata una RX toracica che evidenzia una lesione costale osteolitica della terza costa sinistra, che viene campionata mediante FNA.

DOMANDA: cosa rilevate nelle immagini in allegato? Che cellule sono? Di origine ossea (costale) o no?  Elementi di natura flogistica o no?

Buon lavoro e a presto per la soluzione del quiz.

 



  • Creato il: 2017-06-11 - 13:40:03
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 15/06/2017 - 22:17:06
    Ciao a tutti, ecco la risposta di Ugo: su fondo pulito si identificano elementi raccolti in aggregati a moderata / elevata coesività. Tali aggregati sono composti da cellule epiteliali che si caratterizzano…
  • immagine di CLINICA VETERINARIA CAMAGNA SAS
    CLINICA VETERINARIA CAMAGNA SAS   veterinario  ha scritto: 14/06/2017 - 12:33:28
    In entrambe le immagini vedo dei clusters di cellule probabile pertinenza ossea( osteoclasti) frammiste a scarso materiale amorfo rosa (osteoide). Nella prima immagine a ore 12 quasi fuori dal campo c'è…
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Cari colleghi, al recente congresso SCIVAC di Verona dedicato alle malattie infettive, si è parlato molto di queste due comuni retrovirosi feline. L'epidemiologia, la patogenesi e la diagnosi sono molto più complesse di quanto si pensi comunemente.

Con il nostro consulente, Prof Nicola Decaro, abbiamo quindi cercato di realizzare degli algoritmi diagnostici e una tebella esplicativa, che siamo certi vi saranno di aiuto nella diagnosi di queste infezioni.

Trovate tutte le informazioni essenziali nel PDF allegato, liberamente scaricabile.

Buona lettura!

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-05-24 - 08:24:46
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 01/06/2017 - 09:57:11
    Ciao, si può fare anche su sangue intero walter
  • immagine di flavia invernizzi
    flavia invernizzi  veterinario  ha scritto: 01/06/2017 - 09:03:16
    Ciao. In caso di test rapido felv negativo ma forte sospetto di positivita' e' preferibile fare la pcr su midollo oppure posso usare comunque il sangue intero?
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Di Laura Marconato, Med. Vet. Dipl ECVIM (Oncology), consulente del laboratorio MyLav per l'Oncologia.

Il mastocitoma è il tumore cutaneo più comune nel cane. In molti casi la chirurgia è curativa; tuttavia, in presenza di metastasi, l’approccio terapeutico è più complesso e si devono prendere in considerazione numerose variabili per scegliere la strategia migliore. La presenza di metastasi a distanza, valutabile mediante diagnostica per immagini e citologia degli organi target, è stata storicamente associata ad una prognosi infausta, con tempi di sopravvivenza di 2-3 mesi, indipendentemente dalla scelta terapeutica messa in atto.

Grazie alla collaborazione tra oncologi medici e patologi italiani è stato condotto uno studio prospettico su 45 cani con mastocitoma in stadio IV (quindi con metastasi a distanza), recentemente pubblicato su Veterinary and Comparative Oncology, la rivista di riferimento per l’oncologia veterinaria (Pizzoni S, Sabattini S, Stefanello D, Dentini A, Ferrari R, Dacasto M, Giantin M, Laganga P, Amati M, Tortorella G, Marconato L. Features and prognostic impact  of distant metastases in 45 dogs with de novo stage IV cutaneous mast cell tumours: A prospective study. Vet Comp Oncol. 2017 Feb 23. doi: 10.1111/vco.12306).

Studiando le caratteristiche di questo gruppo di cani, abbiamo evidenziato alcuni fattori prognostici positivi, che si accompagnano ad una più lunga sopravvivenza, contrariamente a quanto fino ad ora riportato. Nello specifico, cani asintomatici con mastocitoma cutaneo di dimensioni inferiore a 3 cm e senza infiltrazione del midollo osseo sono candidati per una terapia multimodale, volta ad ottenere il controllo locale e a distanza (quindi chirurgia e/o radioterapia e terapia medica con chemioterapia tradizionale e/o farmaci a bersaglio). Abbiamo inoltre evidenziato che una piccola percentuale di cani (10%) mostra metastasi a distanza senza il coinvolgimento del linfonodo satellite: questi soggetti sembrano avere una sopravvivenza decisamente più lunga.

Da questo studio emerge come un’attenta valutazione del bilancio di estensione (staging) sia fondamentale per definire la prognosi: in particolare, è sempre opportuno ricorrere alla valutazione citologica ed istopatologica non solo del tumore primitivo, ma anche del linfonodo regionale, oltre che alla valutazione citologica di fegato, milza e midollo osseo. Un piccolo passo avanti!

Laura Marconato.



  • Creato il: 2017-05-14 - 20:59:17
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Cari colleghi, inauguriamo un nuovo settore del nostro blog dedicato agli animali esotici. Abbiamo chiesto al nostro consulente Gustavo Picci di rispondere ad alcune frequenti domande su una patologia dei conigli, l'encefalitozoonosi

Innanzi tutto Gustavo, di cosa si tratta?

L’encefalitozoonosi è una malattia parassitaria sostenuta dal protozoo Encephalitozoon cuniculi, parassita intracellulare obbligato e sporigeno.

Quali specie colpisce?

L’ospite principale è il coniglio, ma raramente l’infestazione è stata osservata in roditori, gatti, pecore, cani, scimmie, maiali e capre. L’uomo può essere interessato solo se presenta grave immunodepressione, il contagio diretto dal coniglio non è documentato.

Qual è il ciclo biologico?

L’urina è la via di eliminazione del parassita, i conigli infestati eliminano il protozoo sotto forma di spore che contaminano l’ambiente. Le spore infestano il nuovo ospite attraverso l’ingestione di acqua e di cibo contaminati. E’ descritta anche la trasmissione per via tranplacentare e inalatoria. Il parassita entra nel circolo ematico e si diffonde a livello renale dove replica e viene eliminato all’esterno attraverso l’urina. Successivamente a questa fase replicativa dai reni si ha la diffusione al sistema nervoso centrale e al cristallino.

Dopo quanto tempo dal contagio si manifestano i sintomi?

Non tutti i conigli manifestano sintomi. La maggior parte dei conigli infestati può restare asintomatica per tutta la vita, perché sviluppano un’infestazione cronica subclinica con formazione di lesioni granulomatose che incapsulano il parassita. Se il soggetto presenterà nel corso degli anni immunodepressione avremo la manifestazione clinica della malattia.

Quali sono i sintomi?

La malattia si manifesta principalmente con sintomatologia neurologica: è possibile osservare atassia, sindrome vestibolare, tremori, convulsioni, nistagmo, paralisi, incontinenza urinaria.  Pazienti affetti da incontinenza possono sviluppare dermatite perineale. La sintomatologia renale è in genere caratterizzata da insufficienza renale di grado lieve, accompagnata nelle forme avanzate da perdita di peso, poliuria/polidipsia e anoressia. Nella forma oculare si evidenzia cataratta, rottura del cristallino e uveite.

Quali sono le diagnosi differenziali?

In diagnosi differenziale si devono considerare i traumi, le fratture spinali, le spondiliti, le infestazioni da Toxoplasma, le otiti medie e le otiti interne, gli ascessi e le infezioni cerebrali, le infezioni da Listeria, il colpo di calore, le intossicazioni da metalli pesanti e le neoplasie.

Come si procede ad una corretta diagnosi?

La diagnosi di certezza ante-mortem non è possibile perché richiede l’esame istologico del tessuto cerebrale per evidenziare la presenza dei parassiti oppure per osservare le lesione granulomatose.

E’ necessario quindi incrociare più test per la diagnosi in vivo correlandoli alla sintomatologia del paziente:

Emocromo e Esame Biochimico: sono in genere nella norma nelle forme acute.

Esame sierologico ricerca IgG: un titolo anticorpale positivo indica l’esposizione al parassita ma non attesta che questo sia la causa dei sintomi clinici. Il test è valido per escludere la malattia in caso di esito negativo limitando il campo ad altre diagnosi differenziali; sarà necessario, in questo caso, ripetere il test dopo quattro settimane in quanto un’infestazione recente avrà presumibilmente causato sieroconversione.

Esame sierologico ricerca IgM: il titolo anticorpale aumenta a partire dal diciassettesimo giorno post infezione; possono risultare positivi anche alcuni conigli sani.

Elettroforesi: aumento costante e significativo della frazione gamma.

PCR: possibile effettuare il test da urina sebbene l’eliminazione delle spore nelle urine avviene per un periodo limitato e in modo intermittente

In che modo è possibile controllare la presenza del parassita?

E' consigliabile isolare i coniglietti appena acquistati da altri conigli perché possono essere eliminatori fino a quattro mesi di età. La trasmissione postnatale si verifica entro le sei settimane dalla nascita e i piccoli elimineranno il parassita con le urine solo per un periodo limitato per cui adulti non saranno infestanti.

 



  • Creato il: 2017-05-07 - 12:17:01
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: ANIMALI ESOTICI

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Cari colleghi, in questo nuovo Blog, la dr. Raffaella Bergottini, consulente di istologia generale del laboratorio La Vallonea, ci racconta la sua recente esperienza all’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, centro di eccellenza internazionale per le patologie ortopediche nell’uomo, dove ha partecipato al corso annuale di “Musculoskeletal pathology”.

D: Raffaella, qual è l’insegnamento più importante che porti a casa da questo corso?

R: Sicuramente il fatto che la diagnosi ortopedica richiede un eccellente lavoro di staff che coinvolge il clinico, il radiologo ed il patologo. Il corso era fortemente orientato all’approccio multidisciplinare e per 5 giorni i relatori hanno ricordato ai colleghi radiologi, ortopedici, oncologi e patologi quanto sia importante la comunicazione tra figure professionali. La cosa mi ha particolarmente colpita, perché solitamente in medicina umana i diversi specialisti operano tutte nello stesso contesto – ospedali o case di cura - e non immaginavo ci fossero problemi di comunicazione tra loro. Ma evidentemente è necessario ribadire che le interazioni devono essere sempre il più strette possibile.

D: Ma questo riguarda solo l’ambito ortopedico?

R: Certamente no. Non si può dimenticare che il patologo non vede mai l’animale, ma solo una o più sezioni bidimensionali che vanno da pochi millimetri a 2 x 3 cm al massimo, e in tutti i casi fornirgli una anamnesi il più completa possibile garantisce una maggiore probabilità di ottenere una diagnosi corretta ed esaustiva. Diciamo però che il tessuto osseo richiede una particolare completezza di informazioni cliniche e radiografiche , per più di un motivo: i campioni sono spesso di piccole dimensioni e le lesioni sono estremamente eterogenee, per cui la probabilità di prelievi poco rappresentativi è elevata indipendentemente dall’abilità dell’operatore che effettua la biopsia.  E poi gli aspetti diagnostici non sono esclusivamente istologici: è importante valutare la modalità di crescita, il tipo di reazione del tessuto circostante, l’eventuale coinvolgimento dei tessuti molli e/o articolari. Ci sono poi spesso lesioni sovrapposte: fratture e reazioni periostali insorte secondariamente su processi patologici neoplastici e non. Insomma, in tutti i casi fornire una anamnesi completa è davvero fondamentale.

 

D: Che fare allora? Qual è il modo corretto per inviare una biopsia ossea?

R: Prima di tutto ottenere prelievi rappresentativi della lesione: non troppo superficiali ma nemmeno troppo profondi. Sembra un concetto logico e banale, ma in pratica non è poi così semplice. Il numero delle biopsie inviate e le loro dimensioni devono essere quanto maggiori possibile. Non c’è una regola fissa ma diciamo che eseguire meno di 3 biopsie con ago jamshidi spesso non garantisce la presenza di materiale diagnostico. D’altro canto eseguire un numero elevato di biopsie può essere problematico per il clinico e anche per l’integrità dell’animale.

In secondo luogo, per l’appunto, è importante lavorare in squadra! Descrivere la lesione macroscopica e i suoi aspetti in diagnostica per immagini, informare il patologo della sua progressione, e includere una lista di diagnosi differenziali che sembrano clinicamente più probabili.

Una cosa che non succede spesso ma che idealmente andrebbe fatta sempre è inviare contestualmente anche tutte le immagini (RX, TC o MRI): questo permette al patologo di capire se il materiale sui prelievi è rappresentativo o no, e gli consente di valutare il quadro istologico insieme agli altri aspetti diagnostici già descritti. Il consulto con radiologi esperti è poi molto importante. Spesso questo aspetto è sottovalutato dai clinici, in alcuni casi criticato in quanto ritengono che la procedura bioptica debba essere sempre e necessariamente sufficiente per giungere ad una diagnosi, e talvolta si “scandalizzano” allorché il patologo chiede loro informazioni relative alla diagnostica per immagini. Ebbene i veterinari clinici devono comprendere che questa è una procedura normale negli ospedali umani, per cui lo deve diventare anche nella nostra pratica clinica quotidiana.

Solo facendo lavoro di squadra e unendo le informazioni cliniche, radiologiche e istopatologiche si può arrivare a formulare una diagnosi accurata!

Note: nelle due immagini istopatologiche sono riportati due esempi di patologia non neoplastica (displasia fibrosa) e neoplastica (ostesarcoma): in assenza un adeguata descrizione clinica ed un corretto campionamento, sono di difficile distinzione.

 

 

 



  • Creato il: 2017-05-02 - 17:24:55
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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L’emocoltura è indicata per tutti i pazienti che presentino SIRS (Systemic Inflammatory Response Syndrome), infezioni sistemiche, o sepsi, ovvero con segni clinici quali febbre, tachicardia e tachipnea, dispnea, shock, anuria e oliguria, ittero, e segni di laboratorio quali leucocitosi/leucopenia, neutropenia, ipoglicemia, iperbilirubinemia e trombocitopenia. Ha lo scopo di ricercare la presenza di batteri circolanti, quali indice di setticemia. Questa evenienza è particolarmente grave e si può associare più frequentemente a infezioni sistemiche quali piometra, endocardite batterica, infezioni polmonari, pielonefrite, ecc.

Fattore critico per un risultato favorevole è la tecnica del prelievo e la quantità di sangue prelevato, in quanto la concentrazione di batteri nel sangue risulta essere solitamente molto bassa.

Si consiglia idealmente di prelevare il sangue prima della somministrazione di una terapia antibatterica sistemica, oppure, se iniziata la terapia, dopo la sospensione dell’antibiotico-terapia per almeno 3-5 giorni. È possibile anche eseguire il prelievo in corso di terapia antibatterica nel caso in cui i segni clinici o laboratoristici permangano nonostante il trattamento in corso. E’ inoltre consigliabile eseguire contemporaneamente anche una urinocoltura.

Per una corretta esecuzione del test è fondamentale rispettare rigorosamente la procedura di campionamento, per non contaminare la coltura alterando l’esito dell’esame (falso positivo). I batteri isolati dal sangue, infatti, possono essere responsabili di batteriemia o essere dei semplici contaminanti raccolti accidentalmente durante il prelievo. È molto importante prelevare la giusta quantità di sangue per poter identificare l’eventuale microrganismo presente e non incorrere nel rischio di un falso negativo.

Procedura:

  1. scegliere un vaso di calibro adeguato al prelievo attraverso la visualizzazione e la palpazione
  2. disinfettare la cute con antisettico (tipo scrub pre-operatorio, per es. con Clorexidina alcoolica)
  3. eseguire la venipuntura facendo attenzione a non toccare con le dita la cute nel sito di prelievo (se necessaria una ulteriore palpazione indossare guanti sterili) e prelevare:
  • almeno 10 ml di sangue nei cani di grossa taglia per flacone
  • da 5 a 10 ml di sangue nei cani di media taglia per flacone
  • non meno 5 ml di sangue nei cani di piccola taglia o nel gatto per flacone
  1. rimuovere il tappo a strappo di plastica, evitando di toccarlo in quanto sterile
  2. Introdurre il sangue prelevato in entrambi i flaconi (anaerobi ed aerobi) evitando di inserire aria e capovolgere delicatamente il flacone per diverse volte

I flaconi non devono essere mai refrigerati o congelati e devono essere conservati a temperatura ambiente in posizione verticale in modo che il fondo non sia esposto a fonti luminose.

Interpretazione dei risultati 

Può essere difficile determinare se il batterio isolato è patogeno o semplicemente un contaminante: conoscere i batteri della normale flora cutanea del cane e del gatto aiuta il veterinario nell’interpretazione dei risultati. Stafilococchi coaugulasi negativi, Streptococchi β-emolitici, Micrococcus ed Acinetobacter sono normali commensali della cute del cane, Staphylococcus intermedius del pelo.

Micrococcus, Acinetobacter e Streptococchi β-emolitici sono da considerarsi normale flora della cute del gatto.

L’isolamento di uno di questi microrganismi è quindi da considerarsi sospetto per una possibile contaminazione al prelievo.

Buon lavoro, lo staff del Laboratorio MyLav



  • Creato il: 2017-04-24 - 20:40:17
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 28/04/2017 - 14:20:55
    Ciao Andrea, in effetti è scritto nel Blog che si può anche fare se non hai alternative. E' ovvio che se ottieni un risultato negativo non puoi essere certo che non sia un artefatto legato al trattamento…
  • immagine di CLINICA VETERINARIA TOSCANELLA
    CLINICA VETERINARIA TOSCANELLA   veterinario  ha scritto: 27/04/2017 - 15:08:25
    Ciao walter ma se ho una setticemia come posso sospendere l antibiotico per 3 - 5 giorni?
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Cari citoincalliti, ritorniamo in questo week-end di feste con un nuovo caso citologico da risolvere:

SEGNALAMENTO: Cane, Meticcio, maschio, 13 anni.

ANAMNESI: Muta –Buone condizioni generali

LESIONE: Neoformazione cutanea tra cuscinetto centrale e dita. Parzialmente ulcerata.

DOMANDA

Come vedete, in questo caso il preparato non è certo di qualità eccelsa. Questa eventualità purtroppo non infrequente in citologia.

Che tipologie cellulari identificate? Cosa notate di strano e che ipotesi diagnostica potreste emettere?

Buon lavoro, Ugo Bonfanti



  • Creato il: 2017-04-15 - 10:34:28
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 20/04/2017 - 17:06:32
    Questo caso era in effetti molto difficile (nemmeno il mitico Pino Menga si è esposto...). Vi posto qua sotto la definitiva risoluzione di Ugo: Il fondo è ematico e notate per certo materiale amorfo…
  • immagine di paola
    paola  veterinario  ha scritto: 19/04/2017 - 11:40:50
    campione ematico popolazione cellulare mista: da una parte cellule tonde e dall'altra cellule molto piu' voluminose e tendenti all'aggregazione, con abbondante citoplasma... epiteliali (?) . in un paio…
  • immagine di AMBULATORIO VETERINARIO DOTT. MATTEO VINCENTI
    AMBULATORIO VETERINARIO DOTT. MATTEO VINCENTI   veterinario  ha scritto: 18/04/2017 - 17:35:42
    non sono un citologo maaaa vedo un grosso mastocita che degranula.....mastocimtoma ?
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Cari colleghi, questa settimana cercheremo di fare luce su un un argomento molto "caldo", l'utilizzo della PARR nella diagnosi delle neoplasie linfoidi, e lo faremo con il consueto metodo delle domande più frequenti e relative risposte.

1) Che cosa significa il termine PARR? Il termine sta per PCR for Antigen Receptor Rearrangement. In parole semplici è una PCR che ha lo scopo di amplificare alcune porzioni specifiche del DNA dei linfociti prelevati in un tessuto o in un liquido.

2) Qual è il principio alla base di questa metodica? Il principio su cui si basa è legato alla risposta immunitaria dei linfociti agli antigeni. Sia i linfociti T che i linfociti B presentano dei recettori sulla loro superficie che hanno lo scopo di riconoscere tutti gli antigeni non-self che incontrano. Data la vastità degli antigeni in natura, i linfociti sono predisposti per produrre una quantità enorme di recettori B e T diversi. Per fare ciò “riarrangiano” alcune regioni specifiche del loro DNA che codificano per questi recettori. Il riarrangiamento è in grado di produrre sequenze di DNA numerosissime che codificano per recettori altrettanto numerosi e differenti tra loro, in grado quindi di riconoscere una miriade di antigeni.

3) Quindi la PCR va ad amplificare il DNA di queste porzioni di genoma dei linfociti, ma a quale scopo? Se immaginiamo una risposta infiammatoria a stimoli esterni (es. batterici, virali, allergeni, ecc.), trattandosi di agenti con un corredo antigenico molto variabile e numeroso, ci saranno diversi cloni di linfociti B e T che verranno attivati, ognuno diretto ad un antigene specifico. I diversi cloni produrranno quindi una progenie di linfociti attivati “policlonali”, ovvero con recettori B e T differenti tra loro. Facendo una PCR da una simile popolazione linfocitaria otterremo quindi prodotti di amplificazione di lunghezza e sequenza diversa tra loro (PARR policlonale). Se immaginiamo invece una neoplasia linfoide, che ha preso origine da una singola cellula, la sua progenie presenterà nella situazione più semplice un solo tipo di recettore in superficie e quindi la PARR da tale neoplasia produrrà solo un tipo di prodotto di amplificazione, denominato quindi monoclonale.

4) Quindi in pratica come sfrutto questi concetti? In pratica se sospetto una neoplasia linfoide, una PARR eseguita sul tessuto colpito mi darà un risultato monoclonale, mentre se la lesione non è una neoplasia linfoide ma un processo reattivo, otterrò un risultato policlonale. La PARR può quindi aiutarmi a discriminare tra neoplasia linfoide e una flogosi in molti casi complessi, ove le altre metodiche (es. citologia, istologia, fenotipizzazione) hanno dato risultati dubbi.

5) Allora, se monoclonale è sinonimo di neoplasia e policlonale di popolazione infiammatoria, perché non uso solo la PARR per diagnosticare un linfoma o una leucemia linfoide, senza dover ricorrere a citologia, istologia ecc.? Perchè purtroppo, come per qualsiasi altro test diagnostico, la sensibilità e la specificità non sono assolute. Esistono cioè delle eccezioni alla regola di massima. Ci sono alcune condizioni non neoplastiche che mimano una proliferazione monoclonale tumorale: ad esempio in corso di ehrlichiosi, di reazioni di ipersensibilità o degli infiltrati linfocitari negli istiocitomi in regressione. Viceversa ci sono situzioni in cui di fronte ad una neoplasia linfoproliferativa si ottengono risultati non significativi, per lo più per problematiche tecniche di specificità dei primer utilizzati. Per tale ragione non andrebbe mai usata da sola ma come ausilio diagnostico insieme alle altre procedure più diffuse. Secondo alcuni studi, la specificità della PARR è superiore al 90% ma la sensibilità è ben al di sotto dell'80%.

6) Posso usarla per fare una diagnosi di fenotipo, ovvero sapere se la neoplasia è B o T? Non è la metodica d’elezione, sebbene nella maggior parte dei casi le neoplasie B e T sono clonali per il recettore specifico, ma ci sono eccezioni in particolare per le neoplasie a fenotipo B, che possono risultare clonali per il T-cell Receptor. Per cui per la diagnosi di fenotipo bisogna necessariamente ricorrere a citofluorimetria, immunocitochimica o immuno-istochimica.

7) Ma come procedo in pratica se voglio richiederne una PARR? Semplicemente basta campionare l’organo o il fluido di interesse e inviare il materiale con i seguenti accorgimenti:

  • Fluidi: basta inviarli in una provetta priva di anticoagulanti
  • Campioni citologici: si può eseguire su strisci sia non colorati che già colorati
  • Frammenti bioptici: anche se si può fare su frammento fissato in formalina o addirittura su sezioni già processate per l’istologia, tutti i trattamenti chimici possono dare non pochi problemi tecnici, favorendo risultati falsi (soprattutto negativi). Per cui è consigliabile inviare un frammento prelevato a fresco, mantenuto umido con una garza imbevuta di fisiologica sterile e posto a contatto con alcuni siberini per mantenerlo refrigerato (sarebbe ancora meglio congelato, ma non è facile organizzare un trasporto in ghiaccio secco).

 

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnaliamo questa recente review:

Keller et al. Clonality testing in veterinary medicine: a review with diagnostic guidelines. Veterinary Pathology; 2016; 53: 711-725

Buona lettura, Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-04-08 - 17:24:14
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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  • immagine di Luca Aresu
    Luca Aresu  veterinario  ha scritto: 14/05/2018 - 18:33:01
    Cara Piera, secondo letteratura possiamo avere con la PARR sia falsi positivi sia falsi negativi che ti elenco qua sotto: FALSI NEGATIVI: 1. Numero di cellule neoplastiche inferiore alla quantità minima…
  • immagine di Piera
    Piera  ha scritto: 13/05/2018 - 21:21:16
    Quali sono i casi in cui con una PARR posso avere un falso negativo?
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 10/04/2017 - 10:13:14
    Sono due cose diverse, nell'articolo è spiegato: l'immuno-fenotipizzazionione ti serve per sapere se la popolazione neoplastica presente è B o T, ma tu già devi avere già una diagnosi di neoplasia.…
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Cari colleghi, questa settimana vi proponiamo due casi clinici proposti dal nostro consulente in malattie respiratorie, dr. Enrico Bottero, in occasione del congresso nazionale di Rimini 2016.

Si tratta di due casi di scolo nasale cronico nel cane. Provate a seguire la presentazione allegata e a rispondere alle domande poste da Enrico. Nella slide successiva troverete le risposte corrette.

Buon divertimento e buon lavoro, Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-03-31 - 19:01:23
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Casi clinici

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Cari colleghi, in questa seconda parte dedicata all'esame del midollo osseo, ci occuperemo di una fase molto critica: il prelievo del campione. Questa procedura spaventa molti colleghi anche perché non è sempre semplice da eseguire. Inoltre, se non  effettuata correttamente, condurrà sicuramente ad un campione inadeguato e non diagnostico.

Nel PDF allegato cercherò di spiegare come procedere in pratica, sia per quanto concerne i prelievi con ago sottile che per il campionamento di una "carota" di tessuto da destinare all'esame istologico.

In questi due video potrete inoltre seguire la procedura di campionamento: nel primo viene effettuato un prelievo con ago sottile da una giunzione costo-condrale, previa anestesia locale con lidocaina.

 

Nel secondo la procedura è più invasiva ed effettuata in anestesia generale (per gentile concessione dele Dr. Sergio Pozzo, Clinica Veterinaria Tibaldi). Viene dapprima prelevato il campione di sangue midollare per la citologia, in seguito una "carota" di tessuto per l'esame istologico.

Buona lettura, Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-03-24 - 08:35:49
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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Cari colleghi, ci vengono spesso chieste informazioni sul dosaggio degli ormoni sessuali. Quali e perché misurarli? In quali situazioni sono indicati? E quali protocolli si devono utilizzare?

La nostra consulente in Riproduzione Maria Carmela Pisu, diplomata all'European College of Animal Reproduction, risponde alle domande più frequenti che spesso ci vengono rivolte dai nostri clienti. In allegato un PDF liberamente scaricabile con tutte le informazioni più aggiornate, buona lettura.

Walter Bertazzolo & Maria Carmela PIsu

 



  • Creato il: 2017-03-16 - 11:51:46
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: HormoneBlog

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  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 11/04/2019 - 08:48:24
    Cara Deborah, come laboratorio noi non possiamo consigliare gli esami da eseguire direttamente ai proprietari di animali, ma consigliamo sempre di affidarsi al proprio medico veterinario per decidere…
  • immagine di Deborah
    Deborah  ha scritto: 10/04/2019 - 18:18:47
    Salve, volevo se possibile un parere sugli esami da effettuare per una cagna di quasi 8 anni che ha avuto l'ultimo calore dopo 5 mesi invece dei soliti 8. Il calore è iniziato in maniera strana (per…
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 01/02/2018 - 09:31:41
    ciao, ecco cosa risponde Maria Carmela Pisu alla tua richiesta: "Per la ricerca del residuo ovarico è sufficiente il prelievo pre somministrazione (0,03ml/kg di buselorin) e 120 minuti dopo" Buon lavoro
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Cari colleghi cito-agguerriti, ecco per voi un nuovo caso da risolvere:

SEGNALAMENTO: Cane, Labrador, femmina, 13 anni.

ANAMNESI: Babesiosi. Presente anemia rigenerativa immunomediata. Terapia con doxiclina  e steroidi

SINTOMATOLOGIA:  Lieve abbattimento

Milza lievemente megalica, con noduli isoecogeni sparsi ed omogenei.

 

DOMANDA

Cosa rilevate nelle immagini allegate? Quale può essere il significato?

A presto (tra qualche giorno) per la risoluzione del caso, Ugo Bonfanti



  • Creato il: 2017-03-08 - 14:48:28
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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  • immagine di CLINICA VETERINARIA CAMAGNA SAS
    CLINICA VETERINARIA CAMAGNA SAS   veterinario  ha scritto: 16/03/2017 - 10:49:18
    Molto interessante, come sempre. Grazie
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 14/03/2017 - 19:36:09
    Ciao a tutti, ecco la risoluzione del caso descritta da Ugo Bonfanti: Su fondo ematico identificate degli ammassi di cellule. In tutto il preparato si identificavano esclusivamente elementi cellulari…
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 11/03/2017 - 08:51:25
    Secondo me, quello che si evidenzia in queste immagini è la presenza di macrofagi circondati da precursori eritroidi. Questi cluster vengono denominati "isole eritroblastiche", e sono indice di eritropoiesi…
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Cari colleghi, abbiamo colto una duplice occasione per presentarvi un aggiornamento riguardo all'utilizzo degli esami di laboratorio per la diagnosi e il monitoraggio della leishmaniosi canina. E' infatti stata da poco pubblicata una esaustiva review sul prestigioso Veterinary Clinical Pathology, da noti autori italiani (Paltrinieri et al; Vet Cli Pathol 2016, 45: 552-578), in cui vengono presi in considerazioni i diversi strumenti diagnostici a nostra disposizione e le strategie più corrette per una stadiazione clinica e per il controllo nel tempo dei pazienti in terapia. E' inoltre imminente, in quel di Verona, il congresso nazionale SCIVAC dedicato alle malattie infettive, in cui si parlerà anche di leishmaniosi. Abbiamo quindi preparato due documenti che vi alleghiamo, in cui riassumiamo le linee guida riportate nella suddetta review. Siamo certi che troverete i due allegati estremamente utili per la vostra pratica clinica. Buona lettura e buon aggiornamento.

Ugo Bonfanti & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-02-27 - 17:32:20
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

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Cari colleghi, pubblichiamo questa settimana un riassunto relativo ad una recente review pubblicata sul prestigioso Journal of Feline Medicine and Surgery, riguardante gli effetti dell'ipertiroidismo sulla funzione renale dei gatti.

Come al solito vi alleghiamo un riassunto dell'articolo, buona lettura.

Ugo Bonfanti

Tratto da: 

 

Effects of feline hyperthyroidism on kidney function: a review

Vaske HH et al. – Journal of Feline Medicine and Surgery

2016; Vol 18 (2); pagg.55-59

 

 



  • Creato il: 2017-02-24 - 18:27:53
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

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Cari colleghi, abbiamo il piacere di rendere omaggio all'ultima fatica editoriale di Francesco Albanese, uno dei nostri pilastri nel team dei consulenti. E' infatti appena uscito il suo nuovo libro di citologia cutanea, una novità editoriale assoluta nel settore della citologia diagnostica. 

In questa breve intervista ne sveliamo i contenuti.

 

WB - Nel panorama internazionale questo è il primo libro di citologia esclusivamente dedicato ai problemi dermatologici, descrivici brevemente i contenuti

FA - In questo libro, sono trattati i principali reperti citologici delle lesioni neoplastiche e non neoplastiche della cute del cane e del gatto. Il libro è organizzato in cinque capitoli. Il primo si concentra sulla morfologia delle cellule che normalmente compongono la cute, la cui conoscenza è essenziale per interpretare i reperti patologici. Nel secondo capitolo, sono discusse le tecniche diagnostiche che possono essere eseguite per la raccolta di cellule da lesioni cutanee. In base alla tipologia di lesione osservata, viene fornita ai lettori, una guida corretta circa la tecnica da utilizzare al fine di ottenere un campione che sia il più possibile rappresentativo della sua natura. Il terzo e quarto capitolo trattano, in maniera esaustiva, la citologia che compone le lesioni, rispettivamente, non neoplastiche e quelle neoplastiche. Infine il quinto capitolo, che ho avuto il piacere di scrivere a quattro mani il Dr. Bertazzolo, è molto innovativo, perché ha raggruppato e discusso tutte quelle rare neoplasie metastatiche alla cute che originano da tumori splancnici, riguardo i quali, nella letteratura veterinaria, ci sono solo poche segnalazioni.

WB - A chi è indirizzato questo testo, solo allo specialista dermatologo o in genere agli appassionati di citologia

FA - ll vasto contenuto permette di definire questo libro come ad ampio spettro, adatto a ogni tipo di pubblico. Il pubblico principale saranno i veterinari che sono interessati alla citologia cutanea, quali i dermatologi veterinari. Tuttavia, l'approccio pratico utilizzato, caratterizzato da molte lesioni cliniche, rappresenterà un utile strumento di apprendimento sia per gli studenti che per i giovani medici veterinari. Lo studente o il principiante, cioè chi approccia per la prima volta la citologia cutanea, troverà indicazioni molto utili, specialmente nei primi due capitoli. Il veterinario più esperto può trovare invece informazioni avanzate, soprattutto nei capitoli. 3, 4, e 5, dedicati alle malattie infiammatorie e alle neoplasie cutanee. Il mio intento è comunque quello di fornire uno strumento utile anche ai citopatologi che non praticano la clinica, poiché la conoscenza delle lesioni cliniche è spesso fondamentale per una corretta interpretazione dei quadri microscopici.

WB - Cosa lo differenzia rispetto all'offerta attuale?

FA - Nel panorama internazionale non esiste un testo così completo, in termini sia di numero di argomenti trattati sia d'immagini clinico-patologiche: basta pensare che nei testi di citologia e dermatologia clinica presenti sul mercato, alla citologia dermatologica sono dedicate non più di 30 pagine. Questo è anche logico se si pensa che, fino ad oggi, la citologia dermatologica è sempre stata inclusa nel contesto di testi di citologia generale. Questo libro contiene oltre 500 pagine e circa 750 foto a colori esclusivamente dedicate alla citologia dermatologica: cià dimostra quanto sia ampia la disciplina della dermatologia del cane e del gatto e, pertanto, quanto sia necessario avere un testo diriferimento il più completo ed esaustivo possibile.

WB - Dovessi indicare un punto di forza del libro?

FA - Non trascurando la parte iconografica, che in un testo di citologia deve essere sempre di ottimo livello, credo che i punti di forza del mio libro siano: la semplicità con cui vengono trattati gli argomenti, la valutazione della citologia attraverso la comparazione degli aspetti macroscopici e microscopici e, soprattutto, l'approccio citologico, non più basato sul pattern cellulare. Riguardo quest'ultimo punto, il capitolo 3, inerente la citologia delle lesioni infiammatorie, lo ritengo davvero innovativo. Mi spiego meglio: la citologia è una disciplina, a mio avviso, che non può prescindere dalla conoscenza delle lesioni cliniche da cui le cellule sono state campionate, e questo è soprattutto vero per quanto riguarda le lesioni non-neoplastiche (infiammatorie). Essa è, infatti, un eccezionale strumento diagnostico al servizio della clinica. Spesso, la descrizione di un preparato citologico resta fine a se stesso, come per esempio accade in presenza di una flogosi pio-granulomatosa, pattern infiammatorio frequentissimo e comune a numerose malattie dermatologiche. Il riconoscimento della lesione clinica è pertanto fondamentale per l'interpretazione delle cellule da essa campionate. Per questo motivo, nel capitolo 3 ho pensato di discutere i vari quadri citologici a partire dal segno clinico, suddividendo le malattie infiammatorie in diversi sottocapitoli: lesioni papulari, pustolose, nodulari ecc. Questo approccio, più pratico e a mio avviso più utile al clinico, permette anche ai veterinari meno esperti di dermatologia di interpretare i risultati citologici in modo più razionale.

WB - In cosa avresti voluto fare ancora di più?

FA - La dermatologia si sposa benissimo con la citologia, entrambe sono delle branche che possiamo definire "visive". Proprio per questo mi sarebbe piaciuto arricchire con un numero maggiore d'immagini, sia cliniche che patologiche. Magari, chissà, in futuro....se mi capiterà di fare una seconda edizione...

WB - Immagino abbia richiesto enormi sforzi e impegno personale, come riesci a coniugare lavoro, famiglia, tempo libero e queste attività editoriali?

FA - Chiunque dedica gran parte del suo tempo al lavoro, trova meno faticoso tralasciare del tempo per se stessi. Certo non è stato facile e devo ringraziare la mia famiglia che mi ha supportato e soprattutto sopportato nell'ultimo periodo. Spero solo che i risultati siano apprezzati.

Grazie Francesco e ancora complimenti!

 

 



  • Creato il: 2017-02-18 - 18:07:49
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Eventi

Commenti: 2
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 18/02/2017 - 19:52:04
    Già acquistato. Ottimo investimento. Considerando le mie "pecche" (anche) in citologia dermatologica, ne avvertivo il bisogno.
  • immagine di DOTT.SSA MARIA ALESSANDRA GIMIGLIANO
    DOTT.SSA MARIA ALESSANDRA GIMIGLIANO   veterinario  ha scritto: 18/02/2017 - 18:42:54
    È bellissimo!!!!????
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Cari colleghi appassionati di radiologia, vi proponiamo questa settimana un caso clinico radiologico da risolvere, preparato dalla nostra consulente in diagnostica per immagini, Giliola Spattini. Come sempre il caso è allegato in formato PDF: scorrete le diapositive e cercate di fare la vostra diagnosi: alla fine della presentazione ci sarà la risoluzione e la spiegazione dell'enigma.

Buon lavoro e buon divertimento, Walter Bertazzolo.



  • Creato il: 2017-02-09 - 11:24:41
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Casi clinici

Commenti: 3
  • immagine di AMBULATORIO VETERINARIO ASSOCIATO SAN LUCA
    AMBULATORIO VETERINARIO ASSOCIATO SAN LUCA  veterinario  ha scritto: 28/02/2017 - 16:41:59
    Fantastico!! Grazie mille, sarebbe interessante poter vedere i casi più belli in maniera costante. Ancora grazie
  • immagine di Letizia
    Letizia   veterinario  ha scritto: 16/02/2017 - 21:36:30
    Interessante. ...grazie
  • immagine di DOTT.SSA MARIA ALESSANDRA GIMIGLIANO
    DOTT.SSA MARIA ALESSANDRA GIMIGLIANO   veterinario  ha scritto: 10/02/2017 - 13:54:09
    Molto interessante Utile chiaro ed esaustivo Grazie
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Cari cytofans, ritorniamo con il nostro citoquiz mensile. Questa volta si tratta di un cane, boxer, maschio, anziano, con linfonodo popliteo megalico. 

Al paziente era stato escissa una massa sulla gamba ipsilaterale alcuni mesi prima, di cui non si conose al momento la diagnosi istologica.

Vi allego alcune immagini dei prelievi effettuati per FNA dal linfonodo colpito.

Che descrizione microscipica potete fare? Quali sono le diagnosi differenziali da considerare? Quale considerazione fare sulla lesione asportata in precedenza?

Buon lavoro e buon divertimento, ci risentiamo tra qualche giorno per la risoluzione del quiz.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-02-01 - 12:13:27
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 06/02/2017 - 10:12:26
    Come al solito Pino non sbaglia un colpo e non ho molto da aggiungere: la popolazione mista di linfociti e di cellule istiocitoidi atipiche suggerisce in effetti una metastasi di neoplasia istiocitaria,…
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 01/02/2017 - 13:55:29
    Si evidenziano numerose cellule del tipo macrofagico/istiocitarie, che definirei atipiche considerando la morfologia dei nuclei, inoltre alcune mostrano atteggiamento mitotico. In primis penso ad una…
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Cari colleghi, abbiamo chiesto ai nostri consulenti in malattie respiratorie ed endoscopia, Enrico Bottero e Davide DeLorenzi, alcuni consigli essenziali per una corretta preparazione dei campioni citologici da lavaggio bronco-alveolare (BAL).

Come per altre citologie infatti, la qualità del campione è essenziale per ottenere informazioni diagnostiche utili.

Purtroppo i campioni citologi da BAL risultano di scarsa qualità se non si seguono rigorosamente alcune regole fondamentali. Eccole qui riassunte nel PDF in allegato, liberamente scaricabile. Buona lettura, Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-01-26 - 17:17:56
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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  • immagine di Enrico Bottero
    Enrico Bottero  veterinario  ha scritto: 29/01/2017 - 22:14:19
    Ciao, sono d'accordo con quello che scrivete , in questo tipo di citologia conta sicuramente di più la conta differenziale rispetto al numero totale di cellule, che è un criterio influenzabile da troppe…
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 29/01/2017 - 09:40:32
    Saluto anche Ugo. In conclusione dobbiamo soffermarci più sulla conta differenziale delle cellule infiammatorie presenti. Rigrazie, e...scusate il mio "fanatismo" per i numeri.
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 29/01/2017 - 09:25:46
    effettivamente e' un problema comune a tutti i liquidi viscosi, con muco e coagulati. Le conte sono purtroppo inaccurate.
  • seguono altri commenti
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Cari colleghi, questa settimana vi proponiamo uno dei casi clinici proposti in occasione del congresso nazionale SCIVAC di Rimini dal dr. Venco, nostro consulente. Il caso è allegato in formato PDF: cercate di rispondere alle domande e di giungere alla diagnosi corretta, seguendo la sequenza delle slides. Nel breve video allegato potrete vedere anche l'immagine in movimento della "lesione" incriminata. Buon lavoro.

Walter Bertazzolo e Luigi Venco

 



  • Creato il: 2017-01-19 - 17:17:43
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Casi clinici

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 22/01/2017 - 19:34:22
    No certo, ovviamente è una risposta falsa e messa giusto per confondere le idee...::)))...vista anche la somiglianza delle uova di Capillaria con quelle di Trichuris Ciao, walter
  • immagine di massimo pelizza
    massimo pelizza  veterinario  ha scritto: 22/01/2017 - 18:26:50
    avrei detto anche io capillaria , ma non sapevo che esistesse la possibilita' di localizzazione ectopica di trichuris in vescica . mi confermi che esiste ?
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Cari colleghi appassionati di endocrinologia, vi siete mai chiesti quale possa essere l'utilità della sola cortisolemia basale nella diagnosi di ipoadrenocorticimso canino? Ebbene, per rispondere a questa domanda, vi sottoponiamo questa settimana un recente articolo pubblicato sul JVIM da autori americani. Come vedrete la sola cortisolemia basale spesso è utile, sopprattutto per escludere la malattia (un valore basale >2 ug/dL tende ad escludere il morbo di Addison con certezza pressoché assoluta). Valori estremamente bassi di cortisolo basale (<0,8 ug/dL) sono invece molto suggestivi di Addison. Valori border-line di cortisolo basale (0,8-2 ug/dL) sono dubbi e vanno sempre verificati anche con il cortisolo post-ACTH.

Come al solito vi alleghiamo un riassunto in italiano del lavoro. Per chi invece volesse leggere interamente l'articolo originale, può scaricarlo liberamente sul sito della rivista.

Buona lettura.

Tratto da: Gold AJ et al (2016) Evaluation of basal serum or plasma cortisol concentration for the diagnosis of hypoadrenocorticism in dogs. J Vet Intern Med 30: 1798-1805.



  • Creato il: 2017-01-14 - 17:36:35
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 18/01/2017 - 09:45:49
    Caro Federico, concordo con te assolutamente. Innanzi tutto quello che abbiamo riassunto nel blog sono le conclusioni dello studio nello specifico. Un valore di cortisolemia basale normale esclude con…
  • immagine di Federico Fracassi
    Federico Fracassi  veterinario  ha scritto: 17/01/2017 - 11:01:10
    Questo articolo è simile a molti altri, tutti concordano sul fatto che un cortisolo basale >2 mcg/dl permette di escludere con certezza il Morbo di Addison. Nella mia esperienza, con valori di cortisolo…
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Cari colleghi, con questo nuovo blog di informazione e formazione, iniziamo a trattare l'esame del midollo osseo.

Cercheremo di fare chiarezza sull'utilizzo di questa procedura diagnostica, spesso utilizzata in maniera inappropriata 

Per esperienze personali nella nostra casistica, questo è infatti l'esame che più spesso è associato a campionamenti inadeguati. 

Ciò conduce a frustrazione da parte del patologo clinico che lo referta, oltre che insoddisfazione da parte del clinico e dei proprietari.

Affronteremo questo argomento in più puntate: in questa primo appuntamento cercheremo di chiarire quali siano le condizioni cliniche che necessitano realmente di un esame del midollo ematopoietico.

In allegato il PDF liberamente scaricabile, in cui riassumiamo le indicazioni per l'esecuzione di questa indagine diagnostica.

Buona lettura. Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-01-06 - 09:54:43
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: CytoBlog

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Caro mylavblognauta i nostri migliori auguri per un florido 2017 sono rivolti a te che segui il nostro blog e condividi i post che più ti piacciono sui tuoi social network; a te che hai compreso l'importanza di seguire attivamente gli argomaneti che vengono pubblicati e che partecipi alle dicussioni che si generano.

 

 

 

Sono rivolti a te che hai capito che il modo migliore per utilizzare tutti i nostri servizi è quello di entrare in piena sintonia con il nostro team e far tua una partnership che può aiutarti a crescere professionalmente.

Caro mylavblognauta è a te che vogliamo rivolgerci oggi e presentare il nuovo marchio MYLAV che caratterizzerà la nostra brand identity da ora in poi, siamo sicuri che apprezzerai e ti sentirai sempre più vicino ad un progetto di crescita comune.

Nel farti, il mio team ed io, i nostri migliori auguri per un 2017 pieno di soddisfazioni, vogliamo invitarti a condividere il nostro hashtag  #mylavblog sulla tua pagina twitter, facebook e, più in generale, su tutti i tuoi social e pubblicare i post che più ti interessano per averli sempre sott'occhio per una rapida consultazione.

Ancora buon anno e buon lavoro

Guglielmo Giordano



  • Creato il: 2017-01-01 - 13:10:17
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Festività e auguri

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  • Creato il: 2016-12-24 - 14:52:20
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Festività e auguri

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Cari colleghi, chiudiamo questo 2016 con un ultimo Blog scientifico, questa volta dedicato alle retrovirosi feline FIV e FeLV. Il prof. Decaro, nostro consulente per l'infettivologia, ha preparato per noi un utile documento, in cui potrete trovare utili consigli relativi all'approccio diagnostico a queste complesse infezioni virali.

 

Spesso nella pratica ci si limita a testare i gatti con i test sierologici rapidi, che tuttavia possono presentare limiti di accuratezza non trascurabili. Vi consigliamo quindi di approfondire l'argomento, scaricando liberamente il documento in allegato, buona lettura.

Walter Bertazzolo

 

Foto: striscio ematico in un gatto FeLV positivo e con leucemia mieloide acuta



  • Creato il: 2016-12-17 - 19:45:37
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 2
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    Mauro  veterinario  ha scritto: 26/01/2017 - 16:35:00
    Grazie per questi chiarimenti spiccatamente pratici
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 20/12/2016 - 12:32:21
    Interessante. Chiaro e pratico. Grazie.
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Una review recentemente pubblicata sul prestigioso Journal of Feline Medicine and Surgery da autori italiani (Traversa & Di Cesare) ha riassunto gli aspetti epidemiologici, clinici, diagnostici e terapeutici delle infestazioni da nematodi polmonari nel gatto.

A tale proposito si ricorda l'importanza di eseguire correttamente l'esame delle feci per la ricerca delle forme larvali degli strongili e delle uova di Capillaria sp., anche ricorrendo a tecniche di concentrazione (di Baermann per le larve e di flottazione per le uova). Sebbene l'esame citologico di campioni mediante BAL o FNA polmonare possano risultare diagnostici (vedi foto a fianco), questa procedura non è da considerarsi di prima scelta nella ricerca degli agenti infestanti, a causa dei rischi ad essa correlati nei pazienti con segni clinici severi.

In allegato potrete scaricare liberamente un breve riassunto della review oltre che una tabella riassuntiva relativa alle differenti opzioni terapeutiche attualmente disponibili.

Buona lettura.

Luigi Venco, EVPC Diplomate, Consulente per la parassitologia del laboratorio LaVallonea

Walter Bertazzolo, ECVCP, Direttore Scientifico, Laboratorio LaVallonea