Login

MyLav blog

Nelle nostre consulenze, ci capita spesso di commentare casi clinici nei quali alcuni esami diagnostici sono stati eseguiti dopo una terapia. Purtroppo, in molti casi, quest’ultima può rendere gli esiti delle indagini del tutto incomprensibili ed inutili. Vi faccio solo alcuni rapidi esempi:

1) Avete un sospetto di linfoma ma nel frattempo avete somministrato cortisonici al paziente: se cercherete di fare delle citologie dagli organi colpiti, è molto probabile ottenere dei campioni non diagnostici, in quanto le cellule linfomatose sono molto sensibili a questi farmaci, che sono a tutti gli effetti dei deboli chemioterapici. Il risultato sarà probabilmente un campione contenente cellule litiche non riconoscibili (vedi immagine a fianco). Sarete costretti a sospendere la terapia, aspettare giorni preziosi e dover poi ripetere il campionamento.

2) Avete un sospetto di Addison, ma anche in questo caso, durante le terapie di emergenza, avete somministrato cortisonici. Anche in questo caso, se non avete avuto l’accortezza di usare il desametazione come farmaco di emergenza, fare un test di stimolazione con ACTH può diventare un problema. Infatti qualsiasi cortisonico (ad eccezione del desametasone) viene misurato come se fosse cortisolo all’esame ormonale, e vi darebbe quindi dei risultati falsamente aumentati. Non solo. Se la terapia cortisonica è stata effettuata per parecchi giorni, diventa poi difficilissimo distinguere un vero Addison da una atrofia corticosurrenalica indotta dallo stesso cortisone. Dovrete sospendere la somministrzione di cortisonici per tempi non ben stabiliti (alcune settimane), e riprovare a fare il test, con rischi non indifferenti per il paziente, nel caso in cui avesse davvero un Addison.

3) Avete un animale azotemico, disidratato, avete fatto tutti gli esami del sangue ma avete iniziato una fluido-terapia prima di raccogliere le urine. Anche in questo caso può diventare più complicato stabilire l’origine dell’azotemia, in quanto l’esame delle urine viene inficiato dai fluidi somministrati.

4) Avete un paziente con presunti problemi emostatici/coagulativi ma avete somministato subito la vitamina K prima di eseguire un prelievo per un profilo coagulativo. Anche qui, se il paziente era effettivamente avvelenato con rodenticidi, fare la diagnosi diventa complicato perché la vitamina K fa rientrare rapidamente i tempi di coagulazione, anche dopo la prima somministrazione. Confermare il vostro sospetto a questo punto è davvero difficile, perché dovrete prendervi il rischio di sospendere la terapia e controllare molto strettamente se la coagulazione si scompensa nuovamente.

Potrei fare numerosi altri esempi come questi. In generale, quando siamo di fronte ad un dilemma diagnostico, dobbiamo imparare sempre a chiederci: prima di fare le terapie del caso, ho raccolto tutti i dati necessari per la diagnosi? Le terapie che sto iniziando, mi potranno inficiare l’iter diagnostico?

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-07-16 - 07:47:35
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Capita spesso di commentare esami di laboratorio in pazienti in terapia e/o in follow-up, che effettuano un monitoraggio clinico per le condizioni più disparate. La valutazioni di alcuni valori di laboratorio è essenziale per il clinico al fine di poter gestire il paziente, modificare le terapie in atto, valutare la prognosi e programmare i controlli nel tempo. Tuttavia mi rendo conto, facendo il consulente, di come i clinici spesso siano all’oscuro di alcuni aspetti analitici che possono inficiare tutta la loro buona volontà nell’eseguire un corretto monitoraggio.

Le misurazioni che vengono effettuate in laboratorio infatti, anche quelle con la maggiore accuratezza possibile, non sono sempre così semplici da confrontare tra loro. Facciamo alcuni esempi pratici:

1) Un paziente con insufficienza renale cronica, a cui misuro regolarmente la creatinina

2) Un paziente con una patologia renale proteino-disperdente, a cui misuro regolarmente la proteinuria mediante il rapporto PU/CU

3) Un paziente con diabete mellito, a cui controllo frequentemente glicemia e fruttosamine

4) Un paziente con leishmaniosi, a cui controllo il titolo sierologico

Ovviamente potrei andare avnti all’infinito, perché lo facciamo tutti i giorni e per numerosissime condizioni patologiche che richiedano un minimo di controllo nel tempo.

Purtroppo non teniamo conto di un aspetto analitico che, se è ovvio per il patologo clinico, non lo è altrettanto per un clinico, internista, chirurgo, dermatologo e quant’altro. Ovvero che: qualsiasi cosa che misuriamo in laboratorio ha una variabilità analitica, che dipende dalle performance del metodo di misura. Queste performance possono essere molto differenti per via della tecnica utilizzata: per esempio misurare in spettrofotometria la creatinina o la glicemia, ha una precisione analitica superiore a quella di una metodica immuno-turbidimentrica utilizzata per altri analiti, come le proteine di fase acuta. Abbiamo sottolineato più volte come metodiche sierologiche basate su ELISA quantitativo siano più accurate, in quanto più precise ed oggettive, rispetto all’immuno-fluorescenza. Oltre a questa variabilità analitica intrinseca alla metodologia usata, esiste poi una variabilità tra medoti, kit, strumenti e quindi laboratori differenti. Ci vengono spesso sottoposti in consulenza, esami di controllo fatti con metodi completamente diversi, per es. una creatinina misurata con strumenti di chimica secca “in-clinic” e confrontata con quella misurata in laboratori commerciali differenti. Oppure, peggio ancora, una sierologia misurata con metodiche diverse in laboratori differenti. Anche in questo caso potrei farvi esempi per ore.

Ebbene, questo approccio è molto criticabile e poco scientifico, perché non tiene conto della variabilità analitica, che per alcuni test di laboratorio può essere molto pesante e condizionare di conseguenza le vostre scelte cliniche.

Per cui , se posso dare un consiglio spassionato, quando dovete effettuare un monitoraggio nel tempo, assicuratevi che la metodica scelta sia sempre la stessa ed effettuata sempre nel vostro laboratorio di fiducia, che possa garantirvi inoltre degli standard di qualità elevati.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-07-01 - 08:13:15
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

I test di screening immunologico prevaccinale, valutano la presenza di anticorpi IgG circolanti contro le principali malattie infettive virali canine e feline, stimandone la concentrazione. Si basa su una metodica ELISA, che prevede il legame di anticorpi sierici del paziente ad antigeni purificati: tale legame viene identificato con anticorpi ant IgG canini o felini legati ad un enzima che svulipperà una reazione colorimetrica di intensità direttamente proporzionale al titolo anticorpale del paziente. Sebbene i vaccini siano in grado di stimolare sia l’immunità cellulo mediata che l’immunità umorale, solo quest’ultima si può quindi stimare tramite questo tipo di esami di laboratorio.

Alcuni colleghi ci hanno chiesto informazioni relativamente alla loro attendibilità in caso di pregresso trattamento con corticosteroidi. I titoli risulteranno falsamente diminuiti? Ci possono essere riduzioni del titolo a seguito della terapia precedentemente somministrata?

I corticosteroidi inibiscono la sintesi di numerose citochine pro infiammatorie (IL-1, IL-2, IL-3, IL-4, IL-5, IL-6, IL-8, TNF α, INFγ). Determinano inoltre riduzione dei linfociti T circolanti, inibizione delle linfochine e di conseguenza della risposta linfocitaria allo stimolo antigenico, inibizione dell’adesione cellulare e della chemiotassi di neutrofili e monociti. (Agnes E. Coutinho, 2011) Viene inibita soprattutto la risposta immunitaria aspecifica rispetto a quella specifica. Infatti terapie con glucocorticoidi a dosi antinfiammatorie non interferiscono con la produzione anticorpale. (Prontuario Terapeutico Veterinario, 2014)

In base a diversi studi è emerso che anche dosi immunosoppressive di glucocorticoidi non sembrano determinare una riduzione della produzione anticorpale, a patto che la terapia sia successiva all’immunizzazione primaria. Si è visto infatti che pazienti trattati con terapia immunosoppressiva successivamente alla vaccinazione, non hanno subito una riduzione rilevante di produzione anticorpale e una volta entrati in contatto con virus di campo, sono riusciti a contrastare il virus, nonostante le terapie immunosoppressive ricevute. (Greene, 2012)

La situazione cambia se la terapia cortisonica viene somministrata durante la prima serie vaccinale: in questo caso viene raccomandata la rivaccinazione (preferibilmente almeno 2 settimane dalla sospensione della terapia), poiché può esserci una riduzione della stimolazione linfocitaria se la terapia è stata somministrata precedentemente alla prima vaccinazione. (Greene, 2012; WSAVA, 2015)

Chiara Lisi & Walter Bertazzolo, staff di MYLAV

BIBLIOGRAFIA

Agnes E. Coutinho, K. E. (2011). The anti-inflammatory and immunosuppressive effects of glucocorticoids, recent developments and mechanistic insights.

Greene, C. E. (2012). Infectious disease of the dog and cat. 

Prontuario Terapeutico Veterinario . (2014).

WSAVA. (2015). Guidelines for the vaccination of dogs and cats.

 

 



  • Creato il: 2019-03-23 - 08:56:57
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Virus vaccinali e di campo nel cane: possiamo distinguerli?

Nella pratica clinica può accadere di ricevere in visita un cane, specie cucciolo, con sintomi clinici sovrapponibili ad una malattia virale per la quale era stato vaccinato alcuni giorni prima. Nel caso della parvovirosi è abbastanza frequente che cuccioli vaccinati di recente tornino in visita con sintomi di gastroenterite emorragica, mentre più sporadicamente si osserva la comparsa di una forma neurologica dopo la vaccinazione per cimurro.

Pur nella consapevolezza che i vaccini utilizzati nel cane sono sicuri, per cui non si osserva, in genere, una reversione di virulenza dei ceppi vaccinali, si pone comunque un problema diagnostico, in quanto i vaccini per la profilassi delle principali malattie ad eziologia virale del cane (parvovirosi, cimurro ed epatite infettiva) sono allestiti con ceppi vivi attenuati, in grado di replicare nell’organismo dopo l’inoculazione, di causare viremia e di essere escreti per un periodo di tempo variabile a seconda del ceppo vaccinale. Nel caso della parvovirosi, per esempio, l’escrezione con le feci del virus vaccinale, determinata mediante real-time PCR (PCR quantitativa), può avvenire in maniera continuativa anche per 3 settimane dopo la vaccinazione, mentre per il cimurro, pur non esistendo studi approfonditi, si ritiene che l’escrezione del virus vaccinale sia saltuaria e di minore durata. Per quanto riguarda, invece, l’epatite infettiva del cane, il problema non si pone, in quanto la vaccinazione è effettuata con un ceppo di adenovirus del cane tipo 2, l’agente della laringotracheite infettiva del cane, oggi considerato uno dei tanti responsabili della malattia infettiva respiratoria del cane (la vecchia tosse dei canili).

In presenza di segni clinici comparsi nei giorni successivi alla vaccinazione e di positività diagnostica per parvovirus o virus del cimurro, si rende pertanto necessaria una discriminazione tra virus vaccinale e virus di campo, per comprendere se la positività sia dovuta alla presenza nel campione clinico del virus contenuto nel vaccino oppure del virus patogeno.

Questa discriminazione, in passato impossibile o per lo meno molto laboriosa, è oggi resa possibile dalle nuove tecniche di biologia molecolare, che, sfruttando le differenze genetiche esistenti tra questi virus, utilizza oligonucleotidi (primer e sonde) specifici per i virus vaccinali e per quelli di campo.

L’identificazione del ceppo è effettuata per il parvovirus del cane mediante alcuni test real-time PCR con sonde "minor groove binder" (MGB) marcate con diversi fluorofori ed in grado di rilevare anche mutazioni singole nel genoma virale. Nel caso del cimurro, invece, è utilizzata una metodica di seminested PCR sul gene della emoagglutinina, la quale produce amplificati di dimensione diversa a seconda del genotipo di appartenenza del ceppo, tenendo presente che i vaccini attualmente in commercio sono allestiti con stipiti del lineaggio America-1 (non più circolante nella popolazione canina).

Le matrici utilizzabili per l'esecuzione di questi test sono:

Parvovirosi: feci (senza particolari accorgimenti per il trasporto e conservazione)

Cimurro: in fase acuta/sub-acuta le marici utilizzabili sono il sangue, le urine o i tamponi da apparato respiratorio o oculari. In fase cronica e con coinvolgimento neurologico, si possono usare le urine o il liquor cefalorachidiano.

Nicola Decaro, DVM, PhD, Dipl. ECVM, Professore Ordinario di Malattie Infettive degli Animali, consulente MYLAV

Dipartimento di Medicina Veterinaria, Università degli Studi di Bari

Approfondimenti bibliografici

Decaro N, Buonavoglia C. Canine parvovirus - a review of epidemiological and diagnostic aspects, with emphasis on type 2c. Vet Microbiol. 2012 Feb 24;155(1):1-12.

Decaro N, Desario C, Elia G, Campolo M, Lorusso A, Mari V, Martella V, Buonavoglia C. Occurrence of severe gastroenteritis in pups after canine parvovirus vaccine administration: a clinical and laboratory diagnostic dilemma.  Vaccine. 2007 Jan 26;25(7):1161-6.

Martella V, Elia G, Buonavoglia C. Canine distemper virus. Vet Clin North Am Small Anim Pract. 2008 Jul;38(4):787-97, vii-viii.

Martella V, Elia G, Lucente MS, Decaro N, Lorusso E, Banyai K, Blixenkrone-Møller M, Lan NT, Yamaguchi R, Cirone F, Carmichael LE, Buonavoglia C. Genotyping canine distemper virus (CDV) by a hemi-nested multiplex PCR provides a rapid approach for investigation of CDV outbreaks. Vet Microbiol. 2007 May 16;122(1-2):32-42.

Foto W. Bertazzolo: corpi inclusi intra-citoplasmatici eosinofili del cimurro nei leucociti.



  • Creato il: 2018-11-30 - 19:14:18
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Nuova possibilità nella definizione degli allergeni in caso di Dermatite atopica del cane e del gatto

La dermatite atopica (DA) è una malattia dermatologica cronica pruriginosa, su base ereditaria, che colpisce numerose specie animali tra cui cane, gatto e cavallo. Le lesioni cliniche sono variabili secondo la specie interessata e hanno come comune denominatore il sintomo prurito.

La DA è innanzitutto una diagnosi clinica, che si formula dopo l'esclusione di tutte le altre malattie che possono manifestarsi con sintomatologia pruriginosa: dermatiti da ectoparassiti quali la rogna sarcoptica e infestazioni/allergia alla saliva della pulce e, soprattutto, vista la similitudine clinica con la DA, le reazioni avverse al cibo (intolleranza/allergia).

Una volta ottenuta la diagnosi clinica, le possibilità terapeutiche prevedono una terapia farmacologica o un'immunoterapia allergene-specifica ("vaccino"). La scelta degli allergeni da inserire nel "vaccino" si basa sul risultato dei test allergometrici.

Quali sono i test allergometrici proposti dal nostro laboratorio?

Da anni il test proposto dal nostro laboratorio per la ricerca delle IgE allergene-specifiche è il test Elisa (macELisa) prodotto dai laboratori Greer (monoclonal antibody cocktail-based enzyme-linked immunoassorbent assay). E' un test composto da un cocktail di anticorpi monoclonali.

Il test ha un'elevata specificità e sensibilità, tant'è che è utilizzato dalla maggior parte dei laboratori. In un recente studio comparativo effettuato in 10 laboratori europei e americani, tale test ha dimostrato una concordanza dei risultati che supera il 95%. Tale concordanza era riferita non solo agli esami eseguiti sullo stesso campione da parte di diversi operatori che lavorano nello stesso laboratorio, ma anche sullo stesso campione lavorato in laboratori diversi. Tale risultato testimonia come il test macElisa della Greer sia un affidabile e concordante tra i vari laboratori.

Qual è la novità del 2019?

Nel listino 2019 è stato inserito un test allergometrico che sfrutta una metodica diversa. Tale test non è in realtà nuovo, essendo già commercializzato da diversi anni. Il test, ALLERCEPT TM  Definitive Allergen Panels, è sempre un test ELISA, che ricerca un dominio biotinilato ricombinante extracellulare, in natura presente sul mastocita, che ha un'alta affinità per la proteina recettore Fc-epsilon della catena alfa dell'anticorpo allergene-specifico. In uno studio che comparava i risultati di questo test con il macELISA, è stata evidenziata una concordanza media tra i due test di circa il 92 %.

In base alle vostre specifiche preferenze potrete quindi scegliere tra i due metodi ora disponibili in listino.

Francesco Albanese, consulente per la Dermatologia di MYLAV.

Bibliografia:

Lee KW, Blankenship KD, McCurry ZM, et al Performance characteristics of a monoclonal antibody cocktail-based ELISA for detection of allergen-specific IgE in dogs and comparison with a high affinity IgE receptor-based ELISA. Vet Dermatol. 2009 Jun;20(3):157-64. doi: 10.1111/j.1365-3164.2009.00740.x. Epub 2009 Apr 3.



  • Creato il: 2018-11-30 - 19:12:59
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Tranquilli, non è una nuova edizione di Art Attack!

Vogliamo solo mostrarvi come preparare con pochi soldi ed in poco tempo un citoconcentratore per liquor cefalorachidiano (LCR) nella vostra struttura. Non tutti possono infatti permettersi una costosa citocentrifuga e, come giù spiegato nel post precedente, la citologia da LCR non può essere preparata come per gli altri fluidi biologici.

La bassa concentrazione proteica del LCR rende le cellule in esso sospese molto, molto fragili e "non possono essere toccate". Bisogna lasciarle sedimentare sul vetrino ed asciugare, poi si possono fissare al'aria e colorare come qualsiasi altro campione citologico.

Nei due brevi video seguenti vi mostriamo come procedere: in pochi minuti avrete un buon campione di LCR da analizzare.

Buon lavoro, Walter Bertazzolo

 

 



  • Creato il: 2018-09-23 - 20:09:16
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

L’esame del liquor cefalorachidiano (LCR) necessita di alcuni accorgimenti tecnici che devono essere rigorosamente seguiti dal clinico che esegue il campionamento. Se la procedura di preparazione dei campioni viene eseguita in maniera inappropriata, i risultati saranno sicuramente inconclusivi e quindi parecchio frustranti sia per il medico curante che per il proprietario. Vediamo quindi oggi come ci si dovrebbe comportare allorché si decida di eseguire un esame del LCR.

L’aspetto principale che bisogna sempre tener bene a mente, è che il LCR è un liquido a bassa concentrazione proteica (in condizioni normali essa è oltre 100 volte più bassa rispetto a quella plasmatica). Di conseguenza le cellule presenti nel LCR sono estremamente labili e fragili (tendono ovvero a lisarsi rapidamente e con molta facilità). Saranno quindi necessarie alcune particolari precauzioni per analizzarle.

1) Determinazione della concentrazione proteica. Può essere eseguita anche su campione conservato in frigo/freezer e non necessità di precauzioni particolari. Non può però essere determinata mediante rifrattometro e nemmeno mediante la chimica clinica normalmente impiegata per la determinazione delle proteine sieriche/plasmatiche. Si devono usare kit diagnostici molto più sensibili (quelli ad esempio per la determinazione delle proteine urinarie), in quanto come già detto la concentrazione proteica del LCR è molto bassa.

2) Determinazione della conta cellulare: questa informazione è estremamente importante da un punto di vista clinico, e purtroppo deve necessariamente essere eseguita dal clinico. Non può quindi essere demandata al laboratorio, in quanto il numero di cellule tende a decrescere col passare delle ore. Più la concentrazione proteica è elevata nel LCR (per esempio a causa di infiammazione), più questo effetto è ridotto. E’ possibile ridurre quindi il decremento della conta cellulare aggiungendo colloidi o siero autologo in quantità ben definita (es. 50uL di siero + 200 uL di LCR). Tuttavia il metodo più accurato per stabilire la reale concentrazione cellulare è quello di effettuare la conta entro 1 ora dal prelievo. La conta dovrà essere eseguita necessariamente con emocitometro (es. una camera di Burker), metodo che richiede un po’ di esperienza ed esercitazione pratica.

3) Analisi citologica della componente cellulare: per stabilire che tipo di cellule sono presenti nel campione è necessario allestire un preparato citologico. Questo è lo step che spesso viene eseguito scorrettamente da parte dei clinici. Il preparato va fatto il più in fretta possibile dopo il prelievo (possibilmente entro pochi minuti) proprio per evitare il deterioramento cellulare e quindi non può essere effettuato dal laboratorio. Altra osservazione molto importante, lo striscio su vetrino non può essere eseguito come un normale striscio da altra tipologia di liquido biologico (per esempio un versamento): le cellule risulterebbero tutte lisate e non riconoscibili. E’ assolutamente necessario il ricorso ad una citoconcentrazione mediante citocentrifuga (disponibile sono in centri specializzati) o ricorrendo a citoconcentratori manuali più o meno artigianali (vedi foto sopra a sinistra). Nella prossima puntata vi spiegherò come costruire un banalissimo citoconcentratore a costo prossimo a zero.

4) In alcuni casi può essere necessario richiedere la ricerca di agenti eziologici (es. virus del cimurro, batteri, ecc.) per cui può essere utile conservare una parte del campione per eventuali indagini microbiologiche o molecolari (es. PCR).

Alla prossima puntata, Walter Bertazzolo

 

 



  • Creato il: 2018-09-17 - 15:45:38
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Il monitoraggio terapeutico dei cani e dei gatti affetti da epilessia idiopatica e sottoposti a trattamenti con farmaci antiepilettici (es. fenobarbitale e bromuro, quest’ultimo solo nella specie canina) è parte integrante del controllo periodico che questi pazienti devono affrontare.

Il clinico, una volta iniziata la terapia, deve periodicamente verificare la concentrazione ematica di questi principi attivi. Come ben sapete, il laboratorio riporta i range terapeutici che, tuttavia, dovrebbero essere consideraticome puramente indicativi. La terapia dovrebbe venir "aggiustata" tenendo conto sia della concentrazione ematica del farmaco utilizzato, che della risposta clinica. Non è possibile decidere se mantenere, ridurre o incrementare il dosaggio di un farmaco sulla base della sola concentrazione ematica. Infatti, questo dato deve essere letto in congiunzione con altri parametri, quali il controllo delle crisi e gli eventuali effetti collaterali presenti.

Facciamo degli esempi pratici: un paziente potrebbe infatti avere un apparente dosaggio insufficiente (concentrazione di principio attivo inferiore ai limiti indicati come riferimento), ma se la sintomatologia è ben controllata, non è necessario aumentare la dose di somministrazione. Al contrario, potrebbe verificarsi una situazione in cui la sintomatologia è ben controllata e la concentrazione di principio attivo appare troppo elevata; in questo caso potrebbe essere invece consigliabile diminuire la dose di somministrazione al fine di ridurre possibili effetti collaterali e/o prevenire una tossicità epatica.

Allo stesso modo, la decisione sull’uso combinato di due farmaci deve essere il frutto di considerazioni che tengano conto delle condizioni cliniche del paziente, del controllo delle crisi e degli effetti collaterali presenti. In questi casi, può essere utile affidarsi all’esperienza di uno specialista.

Per qualsiasi necessità il nostro team di esperti neurologi (dr. Baroni e Gernone, prof. Gandini) può consigliarvi qualora nutriate dei dubbi circa l'efficacia del trattamento in atto.

A titolo esemplificativo, vi allego un algoritmo (vedi immagine allegata sotto) creato dal prof. Gandini per Dechra che fornisce le linee guida per la gestione terapeutica con un fenobarbitale ad uso veterinario.

Lo staff di MyLav 



  • Creato il: 2018-07-29 - 22:35:58
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

La colorazione di Gram (dal batteriologo danese Hans Christian Gram che l'ha inventata) è uno strumento utilizzato per la classificazione batterica e basato sulla colorazione che questi microrganismi assumono al microscopio dopo uno specifico trattamento.

La differenza di colore tra i batteri deriva dalla costituzione della loro parete: in particolare, i Gram positivi hanno una parete batterica ricca di peptidoglicano; al contrario i Gram negativi hanno una parete batterica contenente solo il 20% circa di peptidoglicano. Inoltre i Gram positivi presentano una membrana esterna ricca di fosfolipidi.

La tecnica prevede una colorazione differenziale che sfrutta l’utilizzo di due coloranti principali, il cristalvioletto e la safranina, e due soluzioni, quella di lugol e quella decolorante:

1) il cristalvioletto colora indistintamente tutte le cellule e permette ai batteri Gram positivi di colorarsi di viola/blu

2) la soluzione di Lugol ha funzione mordenzante che ha affinità con il cristalvioletto, creando un complesso più stabile nei Gram positivi e che eviterà la successiva decolorazione degli stessi

3) il decolorante attacca le strutture lipopolisaccaridiche della membrana esterna, che si trova solo nei batteri Gram negativi, permettendo al colorante di fuoriuscire dal sottile strato di peptidoglicano

4) la safranina è il colorante di contrasto che permette ai Gram negativi di assumere una colorazione rossa

La colorazione sfrutta dunque la capacità/ incapacità dei batteri di trattenere o meno il complesso cristalvioletto - lugol. Vengono definiti gram-positivi i batteri che trattengono il colorante primario (cristalvioletto), resistono alla decolorazione con una miscela di alcol e acetone e risultano colorati in blu/viola. Vengono definiti gram-negativi quelli che vengono decolorati, perdono il colore primario e si presentano di colore rosa in seguito alla colorazione di contrasto (safranina).

Tale colorazione viene consigliata dai patologici qualora si sospetti un’infezione batterica: la presenza di una popolazione univoca di batteri Gram-negativi, Gram-positivi o mista, può orientare il clinico verso una terapia antibiotica più mirata, in attesa di un eventuale esame microbiologico. Nella foto a fianco un esempio di essudato settico pleurico in un gatto, in cui tra numerosi batteri Gram-negativi rossi, si notano strutture filamentose Gram-positive blu riferibili a Nocardia/Actinomyces.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-07-09 - 07:27:23
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

L'immuno-fluorescenza indiretta (IFI) è storicamente considerato come il test di screeening d'elezione per la leishmaniosi canina. Negli ultimi anni si sono tuttavia sempre più diffusi test basati sulla tecnologia ELISA, sia su dispositivi "rapidi" ad uso ambulatoriale che mediante kit che permettono la valutazione anche di un titolo quantitativo. Diversi studi hanno rilevato come le due metodiche sierologiche IFI ed ELISA presentino efficienza diagnostica (sensibilità e specificità) paragonabile. Tuttavia le tecniche ELISA hanno indubbiamente dei notevoli vantaggi pratici rispetto a quelle IFI, che potremmo riassumere nei successivi punti:

1) Facilità di esecuzione: sicuramente i test rapidi e l’ELISA quantitativa realizzata mediante analizzatori da laboratorio sono molto meno indaginosi dell’IFI, che richiede purtroppo una consistente fase manuale (diluizioni, lettura al microscopio da parte di un operatore addestrato, ecc.). Inoltre il titolo ELISA misurato attraverso lettori ottici specifici fornisce un titolo praticamente quantitativo lineare, mentre il titolo IFI è semiquantitativo.

2) Ripetibilità: l’IFI è poco ripetibile, a causa della possibile variabilità di composizione dei kit e della possibile differenza di interpretazione dell’operatore. In tal senso, è risaputo che si devono considerare come clinicamente rilevanti solo variazioni di almeno 4 multipli di titolo per poter essere significative tra un test ed un altro (es. una variazione da 1:80 a 1:640 è significativa, mentre una da 1:80 a 1:160 o 1:320 è da considerarsi sovrapponibile, proprio per la notevole imprecisione del metodo).

3) Cross reattività con altre infezioni da vettore: sia ELISA che IFI possono condurre a falsi positivi in pazienti infetti con Ehrlichia canis, Trypanosoma cruzi e altre sottospecie di Leishmania. Fortunatamente, ad eccezione di E.canis, questi parassiti non sono segnalati in Italia. In ogni caso, anche in termini di specificità analitica non ci sono differenze importanti tra i due metodi sierologici. Lo stesso dicasi in caso di animali vaccinati con i recenti prodotti immunizzanti anti-Leishmania: anche per questi pazienti è normale aspettarsi un test positivo sia mediante IFI che mediante ELISA.

4) Valutazione semiquantitativa: fino a qualche hanno fa, il grande vantaggio dell’IFI rispetto all’ELISA, era legato alla misurazione del titolo, non possibile con i test rapidi ambulatoriali, che possono solo dare un risultato negativo o positivo. Da alcuni anni si sono invece diffusi nuovi kit ELISA quantitativi che con appositi lettori da laboratorio possono fornire un titolo che ha validità sovrapponibile all’IFI. Questi strumenti hanno quindi anche permesso di superare la “soggettività” della lettura dell’IFI, che è ovviamente operatore dipendente. Da qualche anno anche il laboratorio LaVallonea può fornire un titolo ELISA quantitativo paragonabile al titolo IFI.

5) Efficienza diagnostica: in alcuni recenti studi l’ELISA quantitativa si è dimostrata paragonabile se non superiore all’IFI in termini di accuratezza diagnostica complessiva (de Castro-Ferreira et al 2007; Rodriguez-Cortes et al 2010/2013; Solano-Gallego et al 2014). Inoltre la siero-conversione rivelata mediante ELISA quantitativa è più precoce rispetto a IFI in corso di infezione indotta e monitorata in ambito sperimentale (Rodriguez-Cortes et al 2010).

 

Siamo quindi così certi che l’IFI sia tutt’oggi il metodo di elezione negli screening sierologici per Leishmania? Io non ne sono più così sicuro. E voi? Ecco perché d’ora in avanti consiglierò l’ELISA in luogo dell’IFI.

Walter Bertazzolo

 

Bibliografia:

de Castro-Ferreira et al (2007) Comparison of serological assaysfor the diagnosis of canine visceral leishmaniasis in animal presenting different clinical manifestation. Vet Parasitol 146: 235-341

Rodriguez-Cortes et al (2010) Leishmania infection: laboratory diagnosing in the abscence of a “gold-standard”. Am. J. Trop. Med. Hyg. 82: 251-256.

Rodriguez-Cortes et al (2013) Performance of commercially available serological diagnostic tests to detect Leishmania infantum infection on experimentally infected dogs. Vet Parasitol 191: 363-366

Solano-Gallego et al (2014) Serological diagnosis of canine leishmaniasis: comparison of three commercially available ELISA tests (LeishScan, ID Screen and Leishmania 96), a rapid test (Speed Leish K) and an in-house IFAT. Parasite & Vectors 7: 111.

Paltrinieri et al (2016) Laboratory methods for diagnosing and monitoring canine leishmaniasis



  • Creato il: 2018-06-16 - 12:37:24
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 3
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 17/06/2019 - 08:57:09
    Cara Paola, dare un giudizio è impossibile senza aver potuto seguire direttamente il caso clinico. Siamo spiacenti per come è andata nel suo caso, purtroppo quando è presente insufficienza renale,…
  • immagine di Paola
    Paola  ha scritto: 15/06/2019 - 16:19:52
    Buongiorno, nel marzo2019 ho adottato Kira, pastore tedesco di 5 anni, tramite canile; il test leishmania fatto in febbraio 2018 tramite metodo IFI era negativo, stà di fatto che in 2 mesi la mia cagnolina…
  • immagine di Guglielmo Giordano
    Guglielmo Giordano  veterinario  ha scritto: 18/06/2018 - 17:54:51
    Grazie Walter per l'aggiornamento, come sapete nel nostro laboratorio abbiamo a disposizione, e proponiamo, entrambi i test sierologici tuttavia fino ad ora, per rispondere alla necessità di muoverci…
Leggi tutto

La colorazione cito/istochimica OIL RED-O è utilizzata per evidenziare i lipidi, sostanze solubili in solventi non polari e dunque insolubili in acqua. Questo colorante fa parte della categoria dei lisocromi, un gruppo di sostanze liposolubili che hanno la capacità di sciogliersi nelle molecole lipidiche trasmettendo loro la propria colorazione. Al microscopio i lipidi risulteranno di colore rosso-arancione, mentre i nuclei saranno di colore blu, grazie alla controcolorazione con ematossilina.

La colorazione viene richiesta quando si sospetta la presenza di cellule contenenti lipidi. Per esempio in tumori mesenchimali di sospetta derivazione adipocitica (liposarcomi). Oppure può essere utile per confermare l’accumulo di lipidi all’interno di cellule durante processi degenerativi/dismetabolici, come nella lipidosi epatica.  La colorazione può essere eseguita su prelievi citologici essicati all’aria o su pezzi istologici. Questi ultimi però non possono essere fissati in formalina e devono essere trattati con appositi fissativi (fissativo di Baker) che evitino la dissoluzione dei lipidi, oppure su pezzi congelati e tagliati successivamente al criostato.

La foto allegata è riferita ad un campione citologico di liposarcoma in cui è stato confermato il contenuto lipidico delle cellule neoplastiche con l'Oil Red-O. Le gocciole di colore arancione rappresentano per l'appunto i lipidi marcati positivamente.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-05-20 - 17:28:22
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Numerosi agenti infettivi (virali, batterici, protozoari e nematodi) vengono trasmessi tramite artropodi ematofagi. Alcuni di questi agenti sono in grado di causare malattie nell’uomo e negli animali.

Queste patologie sono generalmente note come “malattie trasmesse da vettore”.

Alcune di queste patologie hanno una morbidità e mortalità molto bassa (es. Rickettsie nel cane, micoplasmi nel gatto). Altre hanno una patogenicità e quindi morbidità e mortalità molto superiore (es. Piroplasmosi, ehrlichiosi e leishmaniosi).

Per altre ancora le conoscenze in veterinaria sono limitate (es. Borreliosi).

 

 

La ricerca di questi agenti eziologici mediante biologia molecolare presenta alcuni vantaggi rispetto agli screening sierologici:

1) L’infezione può essere svelata anche con quantità minime di campione

2) Il DNA degli agenti eziologici è molto stabile

3) L’infezione può essere svelata ancor prima della comparsa di segni clinici ed in fase acuta, mentre la sierologia risulterebbe negativa

4) Un risultato positivo indica che l’infezione è sicuramente in atto, mentre una positività alla sierologia potrebbe essere semplicemente legata ad una pregressa infezione ormai non più presente nell’organismo.

 

Per tutte queste ragioni la biologia molecolare dovrebbe accompagnare gli screening sierologici e in alcuni casi sostituirsi ad essi.

Vi alleghiamo una tabella riassuntiva di alcune patologie da vettore (in particolare da zecche) che potrebbe risultarvi utile nella pratica clinica.



  • Creato il: 2018-04-28 - 09:00:41
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari Colleghi, vi parleremo oggi della colorazione cito/istochimica rosso Congo, richiesta dal patologo qualora sospetti un accumulo di sostanza amiloide.

L’amiloide è una proteina patologica che si deposita negli spazi interstiziali di vari tessuti. In realtà questa sostanza può avere una composizione ed una patogenesi molto differente, anche se l'aspetto microscopico è sovrapponibile. Nelle forme familiari (es. gatti Abissini e cani di razza Shar Pei) e in quelle associate ad alcuni processi infiammatori è causata da una mancata degradazione di un derivato dalla proteina di fase acuta amiloide sierica A (SAA). Nelle forme associate a neoplasie maligne linfoidi (es. mieloma, plasmacitoma) è invece derivata da un accumulo delle catene leggere di immunoglobuline patologiche.

Per poter identificare con certezza la sostanza amiloide in un campione citologico o istologico è necessario sottoporre i preparati alla colorazione con rosso Congo. Con le comuni colorazioni di routine la sostanza amiloide appare amorfa, fibrillare e di color rosa. Dopo trattamento con rosso Congo diventa invece rossa brillante. Il legame tra amiloide e Rosso Congo non è chiaro se sia dovuto ai componenti proteici o quelli polisaccaridici dell’amiloide stessa, o ambedue, tuttavia certa è la birifrangenza marcata che mostra tale sostanza dopo il legame con il Rosso Congo. Infatti mentre al microscopio ottico la colorazione Rosso Congo conferisce all’amiloide una colorazione rosso-rosa, al microscopio a luce polarizzata questa assumerà una caratteristica birifrangenza verde comune a tutte le forme di amiloidosi e dovuta alla capacità delle fibrille amiloidi di formare foglietti β incrociati.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-03-22 - 21:19:39
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Al recente VetExpo di Milano, un team di nostri esperti ha presentato il nuovo servizio di biopsia renale offerto da MyLav. L'internista (Francesco Dondi), il radiologo (Giliola Spattini) e i patologi (Luca Aresu e Silvia Benali) hanno mostrato quali sono le indicazioni, le procedure e le informazioni cliniche che possono derivare dalla biopsia renale. Se la procedura bioptica è correttamente eseguita, permette di ottenere dei campioni di qualità. E' possibile allora richiedere una serie di valutazioni approfondite sui campioni, inclusivi di colorazioni standard, colorazioni istochimiche, immunofluorescenza e microscopia elettronica. Con tutti questi accertamenti è possibile quindi fornire una diagnosi accurata della patologia renale in corso, con importanti risvolti prognostici e terapeutici.

I nostri esperti hanno redatto un documento PDF (in allegato) che riassume tutte le informazioni scientifiche presentate al VetExpo.

Buona lettura, e buone biopsie.



  • Creato il: 2018-03-14 - 21:09:21
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Di: Maria Carmela Pisu.

L'iperplasia prostatica benigna è una alterazione comune nei cani maschi interi adulti/anziani che può condurre a disturbi clinici altrettanto comuni (disuria, ematuria, dischezia, ecc.). La diagnosi di questa condizione è storicamente basata sui rilievi clinici, ecografici e sulla citologia ago-aspirativa (a fianco un esempio di iperplaia prostatica all'esame citologico).

Negli ultimi anni è stata evidenziata la possibilità di valutare le modificazioni prostatiche attaverso l’aumento sierico di una esterasi specifica prostatica canina (Canine Prostatic Specific Esterase, CPSE).

E’ stato quindi recentemente sviluppato un nuovo mezzo diagnostico: un test ELISA per valutare la CPSE.

L’esterasi specifica viene prodotta e rilasciata nel circolo ematico dalle cellule prostatiche e il suo aumento è indice di iperattività e quindi iperplasia ghiandolare (ma anche di altre alterazioni con aumento della densità cellulare).

In studi  recenti (Levy et al., Alonge et al) la diagnosi di iperplasia prostatica benigna (IPB) è stata effettuata tramite ecografia e i risultati comparati alla concentrazione sierica di CPSE. Le concentrazioni di CPSE erano significativamente superiori nei cani con IPB che in quelli senza evidenza ecografica di IPB.

La soglia ottimale del valore di CPSE che consente di discriminare tra cani sani e cani con IBP è risultata inizialmente di 70 mg/ml ed è stata recentemente abbassata a 50 ng/ml per includere i soggetti che hanno iniziali alterazioni ecografiche ma senza ancora alcun segno clinico.

Il dosaggio sierico di CPSE non può ad oggi sostituire lo studio ecografico della prostata per evidenziare le alterazioni sintomatiche, ma risulta un validissimo e rapido test di screening da effettuare sui cani oltre i 5 anni di età (4 anni per cani di razza gigante e riproduttori), al fine di evidenziare una iniziale o avanzata iperplasia prostatica e di valutare la necessità di indagini più approfondite e/o terapie in tempi precoci o precossimi.

Poichè numerosi studi dimstrano che nell’80% dei soggetti l’IBP ha la sua iniziale insorgenza  in un’età inferiore al 50% dell’aspettativa media di vita di un cane, l’utilizzo di un test ematico da poter inserire tra i test di sceening, consente di evitare la comparsa della sintomatologia correlata alla sindrome prostatica e salvaguardare la fertilità nei soggetti destinati alla riproduzione

Come per gli altri ormoni, anche il CPSE va dosato sul siero.

 

Bibliografia

 X Levy1, W Nizansky, A von Heimendahl and P Mimouni. Diagnosis of Common Prostatic Conditions in Dogs: an Update Reprod Dom Anim 49 (Suppl. 2), 50–57 (2014);

W Nizanski1, X Levy2, M Ochota1 and J Pasikowska. Pharmacological Treatment for Common Prostatic Conditions in Dogs – Benign Prostatic Hyperplasia and Prostatitis: an Update Reprod Dom Anim 49 (Suppl. 2), 8–15 (2014);

S. Alonge, M Melandri,| R Leoci, GM Lacalandra,  G Aiudi. Canine prostate specific esterase (CPSE) as an useful biomarker in preventive screening programme of canine prostate: CPSE threshold value assessment and its correlation with ultrasonographic prostatic abnormalities in asymptomatic dogs Reprod Dom Anim Nov 2017

BS Holst. Diagnostic possibilities from a serum sample—Clinical value of new methods within small animal reproduction, with focus on anti-Müllerian hormone Reprod Dom Anim Apr;52 Suppl 2:303-309



  • Creato il: 2018-01-29 - 10:39:57
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, potrà capitare che a seguito di un esame istologico, il patologo consigli di eseguire la colorazione Alcian-PAS: a cosa serve?

Questa colorazione istochimica viene richiesta allorché l'istopatologo voglia valutare la produzione di mucine. Il termine "mucina" si riferisce a un grande gruppo di macro-molecole che sostanzialmente si dividono nelle mucine secretorie, che sono glicoproteine prodotte da vari epiteli ghiandolari e mucine stromali (glicosaminoglicani che contengono acido ialuronico) e che vengono storicamente identificate come “sostanza mixoide” prodotta da alcuni tessuti connettivi. 

L’Alcian blu – PAS è la migliore colorazione per evidenziare  le mucine. Un tipico caso esemplificativo in cui l’uso dell’Alcian – PAS è fondamentale, è un tipo di carcinoma gastrico caratterizzato da imponente desmoplasia stromale e cellule neoplastiche, solitamente ad anello con castone, isolate nello stroma – quadro che potrebbe far pensare erroneamente ad una forma di sarcoma. L’uso di tale colorazione mette in luce le mucine citoplasmatiche delle cellule neoplastiche confermando invece l’origine epiteliale ghiandolare della neoplasia.

Maria Massaro, Giovanni Tortorella, Teresa Pagano e Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-01-23 - 09:57:40
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, recentemente sono stati sviluppati metodi diagnostici per la determinazione del titolo anticorpale contro le comuni malattie infettive canine e feline. Sulla base di tali titoli protettivi, il clinico può decidere se vaccinare o meno il paziente in esame. 

Il nostro laboratorio vi offre questo servizio e abbiamo quindi chiesto al nostro consulente in microbiologia e malattie infettive, il Prof. Nicola Decaro, di chiarirci le idee riguardo a tali indagini. In allegato potete trovare un PDF liberamente scaricabile con alcune domande e risposte sull'argomento, buona lettura.

Il team di MyLav



  • Creato il: 2018-01-12 - 09:51:49
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 7
  • immagine di Francesco Dondi
    Francesco Dondi  veterinario  ha scritto: 25/01/2018 - 18:31:29
    Effettivamente quelle possono essere categorie di pazienti maggiormente a rischio e che forse vale la pena testare di più. Grazie per il consiglio. Per chi fosse interessato vorrei segnalare la lettura…
  • immagine di Nicola Decaro
    Nicola Decaro  veterinario  ha scritto: 23/01/2018 - 18:23:50
    Caro Francesco, il test può essere effettuato con cadenza triennale, ma in particolari circostanze, quali soggetti anziani, pazienti immunodepressi (tra cui gatti con infezioni retrovirali), può essere…
  • immagine di Francesco Dondi
    Francesco Dondi  veterinario  ha scritto: 22/01/2018 - 11:40:26
    Ciao Nicola, secondo te è necessario eseguire questo test annualmente in un cane correttamente vaccinato seguendo le linee guida WSAVA più recenti? Mi sembra che le linee guida non lo ritengano necessario,…
  • seguono altri commenti
Leggi tutto

In questa seconda puntata relativa all'analisi dell'emogramma MyLav, ci occuperemo degli indici eritrocitari. Avrete notato che nei nostri emocromi, oltre ai classici MCV, MCH ed MCHC, vi sono altri due indici dal significato apparentemente "oscuro": il CH ed il CHCM. Cosa sono?

Il sistema ADVIA determina due gruppi di indici eritrocitari, in base a come l'emoglobina è stata misurata (vedi a tal proposito la prima puntata relativa a questo argomento). 

1) Indici eritrocitari classici: sono determinati come in altre comuni contaglobuli ad impedenza o laser, mediante la misurazione diretta del volume eritrocitario medio (MCV) e dell'emoglobina totale. Si possono così calcolare anche l'MCH (contenuto emoglobinico corpuscolare medio) e l'MCHC (concentrazione emoglobinica corpuscolare media).

2) Indici eritrocitari aggiuntivi: questi indici sono specifici solo di ADVIA e sono derivati dall'MCV e dal valore di emoglobina intracellulare: CH (contentuo emoglobinico cellulare medio) e CHCM (concentrazione emoglobinica cellulare media) sono infatti i corrispettivi dei sopra citati MCH e MCHC, ma determinati considerando solo l'emoglobina contenuta negli eritrociti.

Che differenza c'è allora tra MCH e CH? e tra MCHC e CHCM?

In teoria non c'è differenza e il significato clinico delle loro alterazioni è lo stesso, così come il loro utilizzo per discriminare le varie forme di alterazioni eritrocitarie (macrocitosi, microcitosi, ipocromia, ipercromia, ecc.). Tuttavia, siccome CH e CHCM vengono derivati dalla reale emoglobina intra-eritrocitaria, sono molto meno influenzati da fattori quali emolisi e lipemia, che comunemente sono cause di incrementi artificiosi di MCHC (ipercromia).

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-12-19 - 18:39:56
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari Colleghi, continuiamo a parlarvi dell'utilità delle colorazioni cito/istochimiche ed in particolare della colorazione PAS, il cui acronimo sta per Periodic Acid Schiff.


Figura 1: esempio di pseudomicetoma dermatofitico cutaneo in cui le colonie fungine assumono un brillante color magenta (preparato istologico).

Tale colorazione sta a dimostrare la presenza di polisaccaridi (semplici e mucopolisaccaridi) che assumeranno una colorazione rosso-magenta dopo trasformazione di alcuni gruppi chimici pre-esistenti in aldeidi: tale trasformazione chimica avviene mediante l’ azione dell’ acido periodico, mentre la colorazione rosso-magenta è indotta dal reattivo di Schiff.

 

La colorazione è utile nel caso si sospettino accumuli di glicogeno, coliti istiocitarie, infezioni fungine e nella valutazione dell’ integrità delle membrane basali a livello cutaneo e renale.

 

 

Figura 2: esempio di colorazione di criptococchi colorati con PAS su preparato citologico.

 

La reazione PAS evidenzia la presenza di mucopolisaccaridi non acidi: quelli acidi sono invece differenziabili attraverso la reazione alcian blu-PAS di cui parleremo in seguito.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-11-06 - 17:35:57
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 1
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 06/11/2017 - 17:59:41
    Grazie al dr. Albanese e la dr. Massaro per le bellissime foto!!!!
Leggi tutto

Cari colleghi,

continuiamo a parlarvi delle colorazioni cito/istochimiche ed, in particolare, parleremo oggi della colorazione di Grocott: tale metodica viene eseguita qualora si sospetti la presenza di funghi sia su campione citologico sia su campione istologico .

Figura 1: infezione da criptococchi, esame istologico: la capsula fungina appare incolore mentre il copro fungino e la sua parete assumono colore marrone scuro.

 

La maggior parte dei miceti presentano una parete cellulare costituita da polisaccaridi e chitina: la rottura della catena polisaccaridica, mediante l’acido cromico, permette all’ argento cloruro facente parte del complesso argento-metenamina di ridursi ad argento metallico diventando cosi’ visibile: pertanto le cellule fungine saranno colorate di nero rispetto al resto del tessuto che sara’ colorato di verde. Anche alcune alghe patogene (come la Prototheca) si colorano bene con lo stesso metodo (Figura 2). 

 

Figura 2:infezione da Prototheca su preparato istologico.

 

Questa colorazione permette dunque al patologo di confermare il sospetto di infezione fungina (o da alcune alghe patogene), ma non permette tuttavia di differenziare i miceti nelle varie specie, le quali possono essere discriminate esclusivamente mediante coltura e/o PCR.

Maria Massaro e Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-09-29 - 10:52:34
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, spesso ci chiedono quale substrato (matrice) sia consigliabile per cercare questo o quell'agente eziologico. Abbiamo cercato quindi di redarre un documento facilmente consultabile (tabella in PDF allegata) per riassumere i nosti consigli.

Va tuttavia tenuto ben presente che, sebbene la PCR sia un metodo alquanto sensibile e specifico nel rilevare agenti eziologici, anch'essa non può che fallire se in quel campione biologico non sono presenti in quel momento i microrganismi.

Pertanto, al fine di avere la massima probabilità di individuare un'infezione/infestazione, è molto importante non solo scegliere la matrice giusta, ma anche il momento giusto durante l'infezione: ogni agente eziologico e quindi ogni malattia infettiva ha una specifica patogenesi, che andrebbe studiata prima di decidere per l'invio di un campione. Per esempio una patologia virale potrebbe avere una viremia molto transitoria e breve (es. CAV-1) oppure essere più prolungata (es. cimurro), per cui la possibilità di avere un risultato positivo dipenderà anche dal momento dell'infezione.

Walter Bertazzolo & Ugo Bonfanti

 



  • Creato il: 2017-09-05 - 15:49:48
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, nei prossimi mesi posteremo dei brevi articoli per spiegarvi l'utilità delle colorazioni cito/istochimiche in diagnostica. Queste colorazioni speciali sono applicate ai campioni citologici o istologici allo scopo di evidenziare particolari componenti tissutali (es. fibre collagene, fibre elastiche, ecc.), accumuli di sostanze anomale o in eccesso rispetto alla normalità (es. amiloide, sali di calcio, rame, ferro, ecc.), o agenti eziologici (es. funghi, micobatteri, ecc.).

Di solito vengono consigliate dal patologo qualora lo ritenga necessario per affinare la diagnosi microscopica.

 

Inizieremo oggi a parlarvi della colorazione di Ziehl-Neelsen: questa metodica è utilizzata qualora si sospettino delle infezioni causate da micobatteri e può venir applicata sia su preparati citologici (anche se già colorati con metodiche di routine, come diff-quick o May-Grunwald-Giemsa) che istologici. 

 

I micobatteri presentano una parete complessa contenente peptidoglicani, galattani, acidi micolici e glicolipidi fenolici che non permette l'ingresso dei normali coloranti utilizzati di routine. Pertanto nei preparati standard possono facilmente passare inosservati o apparire come batteri non colorati all'interno di macrofagi (Figura 1 sopra). Con il trattamento utilizzato durante la colorazione di Ziehl-Neelsen, il pigmento (rosso della carbol-fucsina) viene "forzato" ad entrare all'interno dei batteri mediante una combinazione di calore e agenti chimici, rendendo i micobatteri ben visibili in citologia (Figura 2 a fianco) ed istologia (Figura 3 sotto).

 

Questa colorazione permette quindi al patologo di confermare il sospetto iniziale di infezione da micobatteri alcool-acido resistenti. Non permette però di differenziarli nelle varie specie: a questo scopo è necessario una successiva tipizzazione mediante esame colturale o più facilmente con PCR.

Maria Massaro & Walter Bertazzolo

 



  • Creato il: 2017-08-21 - 18:50:16
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, da questo mese, negli esami citochimici dei versamenti cavitari, forniremo anche la misurazione dell'attività dell'enzima LDH (lattato-deidrogenasi).

Perchè? Scopriamone insieme i segreti in questo blog e le informazioni utili che questo analita ci può dare.

Un recente articolo (Smuts et al Vet Clin Pathol 2016; 45(4): 680-688) ha mostrato quali possono essere i vantaggi nella misurazione dell'LDH nei liquidi cavitari: essendo rilasciato dalle cellule (eritrociti, cellule infiammatorie, cellule neoplastiche, ecc.) la sua concentrazione tende ad essere elevata nei campioni che hanno una eziopatogenesi infiammatoria (essudati), neoplastica o emorragica. Viceversa nei campioni di natura trasudatizia la concentrazione dell'LDH risulta molto più bassa. Pertanto l'attività dell'enzima può risultare particolarmente utile nella corretta classificazione di quei versamenti in cui è difficile distinguere tra una patogenesi infiammatoria (essudati) e trasudatizia (quindi legata a fenomeni da stasi o da discrasie proteiche), utilizzando i criteri classici (concentrazione proteica, conta cellulare, citologia).

Basandoci sui dati pubblicati e su nostre valutazioni interne, attualmente consigliamo le seguenti linee guida interpretative (utilizzabili con il nostro metodo biochimico interno):

Trasudato povero in proteine (trasudato puro): ha solitamente valori di LDH molto bassi, solitamente di poche decine di UI/l, raramente di 200-300UI/l

Trasudato ricco in proteine (trasudato modificato): ha solitamente valori di LDH di alcune centinaia, quasi mai al di sopra dei 1000 UI/l

Essudati e versamenti neoplastici: hanno solitamente valori di LDH molto superiori a 1000 UI/l, spesso anche di parecchie migliaia

Versamenti emorragici: possono avere valori variabili, da diverse centinaia di UI/l a diverse migliaia, probabilmente in relazione alla quantità di RBC e cellule nucleate presenti nel campione



  • Creato il: 2017-07-31 - 11:36:10
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, al recente congresso SCIVAC di Verona dedicato alle malattie infettive, si è parlato molto di queste due comuni retrovirosi feline. L'epidemiologia, la patogenesi e la diagnosi sono molto più complesse di quanto si pensi comunemente.

Con il nostro consulente, Prof Nicola Decaro, abbiamo quindi cercato di realizzare degli algoritmi diagnostici e una tebella esplicativa, che siamo certi vi saranno di aiuto nella diagnosi di queste infezioni.

Trovate tutte le informazioni essenziali nel PDF allegato, liberamente scaricabile.

Buona lettura!

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-05-24 - 08:24:46
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 01/06/2017 - 09:57:11
    Ciao, si può fare anche su sangue intero walter
  • immagine di flavia invernizzi
    flavia invernizzi  veterinario  ha scritto: 01/06/2017 - 09:03:16
    Ciao. In caso di test rapido felv negativo ma forte sospetto di positivita' e' preferibile fare la pcr su midollo oppure posso usare comunque il sangue intero?
Leggi tutto

Cari colleghi, in questo nuovo Blog, la dr. Raffaella Bergottini, consulente di istologia generale del laboratorio La Vallonea, ci racconta la sua recente esperienza all’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, centro di eccellenza internazionale per le patologie ortopediche nell’uomo, dove ha partecipato al corso annuale di “Musculoskeletal pathology”.

D: Raffaella, qual è l’insegnamento più importante che porti a casa da questo corso?

R: Sicuramente il fatto che la diagnosi ortopedica richiede un eccellente lavoro di staff che coinvolge il clinico, il radiologo ed il patologo. Il corso era fortemente orientato all’approccio multidisciplinare e per 5 giorni i relatori hanno ricordato ai colleghi radiologi, ortopedici, oncologi e patologi quanto sia importante la comunicazione tra figure professionali. La cosa mi ha particolarmente colpita, perché solitamente in medicina umana i diversi specialisti operano tutte nello stesso contesto – ospedali o case di cura - e non immaginavo ci fossero problemi di comunicazione tra loro. Ma evidentemente è necessario ribadire che le interazioni devono essere sempre il più strette possibile.

D: Ma questo riguarda solo l’ambito ortopedico?

R: Certamente no. Non si può dimenticare che il patologo non vede mai l’animale, ma solo una o più sezioni bidimensionali che vanno da pochi millimetri a 2 x 3 cm al massimo, e in tutti i casi fornirgli una anamnesi il più completa possibile garantisce una maggiore probabilità di ottenere una diagnosi corretta ed esaustiva. Diciamo però che il tessuto osseo richiede una particolare completezza di informazioni cliniche e radiografiche , per più di un motivo: i campioni sono spesso di piccole dimensioni e le lesioni sono estremamente eterogenee, per cui la probabilità di prelievi poco rappresentativi è elevata indipendentemente dall’abilità dell’operatore che effettua la biopsia.  E poi gli aspetti diagnostici non sono esclusivamente istologici: è importante valutare la modalità di crescita, il tipo di reazione del tessuto circostante, l’eventuale coinvolgimento dei tessuti molli e/o articolari. Ci sono poi spesso lesioni sovrapposte: fratture e reazioni periostali insorte secondariamente su processi patologici neoplastici e non. Insomma, in tutti i casi fornire una anamnesi completa è davvero fondamentale.

 

D: Che fare allora? Qual è il modo corretto per inviare una biopsia ossea?

R: Prima di tutto ottenere prelievi rappresentativi della lesione: non troppo superficiali ma nemmeno troppo profondi. Sembra un concetto logico e banale, ma in pratica non è poi così semplice. Il numero delle biopsie inviate e le loro dimensioni devono essere quanto maggiori possibile. Non c’è una regola fissa ma diciamo che eseguire meno di 3 biopsie con ago jamshidi spesso non garantisce la presenza di materiale diagnostico. D’altro canto eseguire un numero elevato di biopsie può essere problematico per il clinico e anche per l’integrità dell’animale.

In secondo luogo, per l’appunto, è importante lavorare in squadra! Descrivere la lesione macroscopica e i suoi aspetti in diagnostica per immagini, informare il patologo della sua progressione, e includere una lista di diagnosi differenziali che sembrano clinicamente più probabili.

Una cosa che non succede spesso ma che idealmente andrebbe fatta sempre è inviare contestualmente anche tutte le immagini (RX, TC o MRI): questo permette al patologo di capire se il materiale sui prelievi è rappresentativo o no, e gli consente di valutare il quadro istologico insieme agli altri aspetti diagnostici già descritti. Il consulto con radiologi esperti è poi molto importante. Spesso questo aspetto è sottovalutato dai clinici, in alcuni casi criticato in quanto ritengono che la procedura bioptica debba essere sempre e necessariamente sufficiente per giungere ad una diagnosi, e talvolta si “scandalizzano” allorché il patologo chiede loro informazioni relative alla diagnostica per immagini. Ebbene i veterinari clinici devono comprendere che questa è una procedura normale negli ospedali umani, per cui lo deve diventare anche nella nostra pratica clinica quotidiana.

Solo facendo lavoro di squadra e unendo le informazioni cliniche, radiologiche e istopatologiche si può arrivare a formulare una diagnosi accurata!

Note: nelle due immagini istopatologiche sono riportati due esempi di patologia non neoplastica (displasia fibrosa) e neoplastica (ostesarcoma): in assenza un adeguata descrizione clinica ed un corretto campionamento, sono di difficile distinzione.

 

 

 



  • Creato il: 2017-05-02 - 17:24:55
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

L’emocoltura è indicata per tutti i pazienti che presentino SIRS (Systemic Inflammatory Response Syndrome), infezioni sistemiche, o sepsi, ovvero con segni clinici quali febbre, tachicardia e tachipnea, dispnea, shock, anuria e oliguria, ittero, e segni di laboratorio quali leucocitosi/leucopenia, neutropenia, ipoglicemia, iperbilirubinemia e trombocitopenia. Ha lo scopo di ricercare la presenza di batteri circolanti, quali indice di setticemia. Questa evenienza è particolarmente grave e si può associare più frequentemente a infezioni sistemiche quali piometra, endocardite batterica, infezioni polmonari, pielonefrite, ecc.

Fattore critico per un risultato favorevole è la tecnica del prelievo e la quantità di sangue prelevato, in quanto la concentrazione di batteri nel sangue risulta essere solitamente molto bassa.

Si consiglia idealmente di prelevare il sangue prima della somministrazione di una terapia antibatterica sistemica, oppure, se iniziata la terapia, dopo la sospensione dell’antibiotico-terapia per almeno 3-5 giorni. È possibile anche eseguire il prelievo in corso di terapia antibatterica nel caso in cui i segni clinici o laboratoristici permangano nonostante il trattamento in corso. E’ inoltre consigliabile eseguire contemporaneamente anche una urinocoltura.

Per una corretta esecuzione del test è fondamentale rispettare rigorosamente la procedura di campionamento, per non contaminare la coltura alterando l’esito dell’esame (falso positivo). I batteri isolati dal sangue, infatti, possono essere responsabili di batteriemia o essere dei semplici contaminanti raccolti accidentalmente durante il prelievo. È molto importante prelevare la giusta quantità di sangue per poter identificare l’eventuale microrganismo presente e non incorrere nel rischio di un falso negativo.

Procedura:

  1. scegliere un vaso di calibro adeguato al prelievo attraverso la visualizzazione e la palpazione
  2. disinfettare la cute con antisettico (tipo scrub pre-operatorio, per es. con Clorexidina alcoolica)
  3. eseguire la venipuntura facendo attenzione a non toccare con le dita la cute nel sito di prelievo (se necessaria una ulteriore palpazione indossare guanti sterili) e prelevare:
  • almeno 10 ml di sangue nei cani di grossa taglia per flacone
  • da 5 a 10 ml di sangue nei cani di media taglia per flacone
  • non meno 5 ml di sangue nei cani di piccola taglia o nel gatto per flacone
  1. rimuovere il tappo a strappo di plastica, evitando di toccarlo in quanto sterile
  2. Introdurre il sangue prelevato in entrambi i flaconi (anaerobi ed aerobi) evitando di inserire aria e capovolgere delicatamente il flacone per diverse volte

I flaconi non devono essere mai refrigerati o congelati e devono essere conservati a temperatura ambiente in posizione verticale in modo che il fondo non sia esposto a fonti luminose.

Interpretazione dei risultati 

Può essere difficile determinare se il batterio isolato è patogeno o semplicemente un contaminante: conoscere i batteri della normale flora cutanea del cane e del gatto aiuta il veterinario nell’interpretazione dei risultati. Stafilococchi coaugulasi negativi, Streptococchi β-emolitici, Micrococcus ed Acinetobacter sono normali commensali della cute del cane, Staphylococcus intermedius del pelo.

Micrococcus, Acinetobacter e Streptococchi β-emolitici sono da considerarsi normale flora della cute del gatto.

L’isolamento di uno di questi microrganismi è quindi da considerarsi sospetto per una possibile contaminazione al prelievo.

Buon lavoro, lo staff del Laboratorio MyLav



  • Creato il: 2017-04-24 - 20:40:17
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 28/04/2017 - 14:20:55
    Ciao Andrea, in effetti è scritto nel Blog che si può anche fare se non hai alternative. E' ovvio che se ottieni un risultato negativo non puoi essere certo che non sia un artefatto legato al trattamento…
  • immagine di CLINICA VETERINARIA TOSCANELLA
    CLINICA VETERINARIA TOSCANELLA   veterinario  ha scritto: 27/04/2017 - 15:08:25
    Ciao walter ma se ho una setticemia come posso sospendere l antibiotico per 3 - 5 giorni?
Leggi tutto

Cari colleghi, questa settimana cercheremo di fare luce su un un argomento molto "caldo", l'utilizzo della PARR nella diagnosi delle neoplasie linfoidi, e lo faremo con il consueto metodo delle domande più frequenti e relative risposte.

1) Che cosa significa il termine PARR? Il termine sta per PCR for Antigen Receptor Rearrangement. In parole semplici è una PCR che ha lo scopo di amplificare alcune porzioni specifiche del DNA dei linfociti prelevati in un tessuto o in un liquido.

2) Qual è il principio alla base di questa metodica? Il principio su cui si basa è legato alla risposta immunitaria dei linfociti agli antigeni. Sia i linfociti T che i linfociti B presentano dei recettori sulla loro superficie che hanno lo scopo di riconoscere tutti gli antigeni non-self che incontrano. Data la vastità degli antigeni in natura, i linfociti sono predisposti per produrre una quantità enorme di recettori B e T diversi. Per fare ciò “riarrangiano” alcune regioni specifiche del loro DNA che codificano per questi recettori. Il riarrangiamento è in grado di produrre sequenze di DNA numerosissime che codificano per recettori altrettanto numerosi e differenti tra loro, in grado quindi di riconoscere una miriade di antigeni.

3) Quindi la PCR va ad amplificare il DNA di queste porzioni di genoma dei linfociti, ma a quale scopo? Se immaginiamo una risposta infiammatoria a stimoli esterni (es. batterici, virali, allergeni, ecc.), trattandosi di agenti con un corredo antigenico molto variabile e numeroso, ci saranno diversi cloni di linfociti B e T che verranno attivati, ognuno diretto ad un antigene specifico. I diversi cloni produrranno quindi una progenie di linfociti attivati “policlonali”, ovvero con recettori B e T differenti tra loro. Facendo una PCR da una simile popolazione linfocitaria otterremo quindi prodotti di amplificazione di lunghezza e sequenza diversa tra loro (PARR policlonale). Se immaginiamo invece una neoplasia linfoide, che ha preso origine da una singola cellula, la sua progenie presenterà nella situazione più semplice un solo tipo di recettore in superficie e quindi la PARR da tale neoplasia produrrà solo un tipo di prodotto di amplificazione, denominato quindi monoclonale.

4) Quindi in pratica come sfrutto questi concetti? In pratica se sospetto una neoplasia linfoide, una PARR eseguita sul tessuto colpito mi darà un risultato monoclonale, mentre se la lesione non è una neoplasia linfoide ma un processo reattivo, otterrò un risultato policlonale. La PARR può quindi aiutarmi a discriminare tra neoplasia linfoide e una flogosi in molti casi complessi, ove le altre metodiche (es. citologia, istologia, fenotipizzazione) hanno dato risultati dubbi.

5) Allora, se monoclonale è sinonimo di neoplasia e policlonale di popolazione infiammatoria, perché non uso solo la PARR per diagnosticare un linfoma o una leucemia linfoide, senza dover ricorrere a citologia, istologia ecc.? Perchè purtroppo, come per qualsiasi altro test diagnostico, la sensibilità e la specificità non sono assolute. Esistono cioè delle eccezioni alla regola di massima. Ci sono alcune condizioni non neoplastiche che mimano una proliferazione monoclonale tumorale: ad esempio in corso di ehrlichiosi, di reazioni di ipersensibilità o degli infiltrati linfocitari negli istiocitomi in regressione. Viceversa ci sono situzioni in cui di fronte ad una neoplasia linfoproliferativa si ottengono risultati non significativi, per lo più per problematiche tecniche di specificità dei primer utilizzati. Per tale ragione non andrebbe mai usata da sola ma come ausilio diagnostico insieme alle altre procedure più diffuse. Secondo alcuni studi, la specificità della PARR è superiore al 90% ma la sensibilità è ben al di sotto dell'80%.

6) Posso usarla per fare una diagnosi di fenotipo, ovvero sapere se la neoplasia è B o T? Non è la metodica d’elezione, sebbene nella maggior parte dei casi le neoplasie B e T sono clonali per il recettore specifico, ma ci sono eccezioni in particolare per le neoplasie a fenotipo B, che possono risultare clonali per il T-cell Receptor. Per cui per la diagnosi di fenotipo bisogna necessariamente ricorrere a citofluorimetria, immunocitochimica o immuno-istochimica.

7) Ma come procedo in pratica se voglio richiederne una PARR? Semplicemente basta campionare l’organo o il fluido di interesse e inviare il materiale con i seguenti accorgimenti:

  • Fluidi: basta inviarli in una provetta priva di anticoagulanti
  • Campioni citologici: si può eseguire su strisci sia non colorati che già colorati
  • Frammenti bioptici: anche se si può fare su frammento fissato in formalina o addirittura su sezioni già processate per l’istologia, tutti i trattamenti chimici possono dare non pochi problemi tecnici, favorendo risultati falsi (soprattutto negativi). Per cui è consigliabile inviare un frammento prelevato a fresco, mantenuto umido con una garza imbevuta di fisiologica sterile e posto a contatto con alcuni siberini per mantenerlo refrigerato (sarebbe ancora meglio congelato, ma non è facile organizzare un trasporto in ghiaccio secco).

 

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnaliamo questa recente review:

Keller et al. Clonality testing in veterinary medicine: a review with diagnostic guidelines. Veterinary Pathology; 2016; 53: 711-725

Buona lettura, Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-04-08 - 17:24:14
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 4
  • immagine di Luca Aresu
    Luca Aresu  veterinario  ha scritto: 14/05/2018 - 18:33:01
    Cara Piera, secondo letteratura possiamo avere con la PARR sia falsi positivi sia falsi negativi che ti elenco qua sotto: FALSI NEGATIVI: 1. Numero di cellule neoplastiche inferiore alla quantità minima…
  • immagine di Piera
    Piera  ha scritto: 13/05/2018 - 21:21:16
    Quali sono i casi in cui con una PARR posso avere un falso negativo?
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 10/04/2017 - 10:13:14
    Sono due cose diverse, nell'articolo è spiegato: l'immuno-fenotipizzazionione ti serve per sapere se la popolazione neoplastica presente è B o T, ma tu già devi avere già una diagnosi di neoplasia.…
  • seguono altri commenti
Leggi tutto

Cari colleghi, abbiamo colto una duplice occasione per presentarvi un aggiornamento riguardo all'utilizzo degli esami di laboratorio per la diagnosi e il monitoraggio della leishmaniosi canina. E' infatti stata da poco pubblicata una esaustiva review sul prestigioso Veterinary Clinical Pathology, da noti autori italiani (Paltrinieri et al; Vet Cli Pathol 2016, 45: 552-578), in cui vengono presi in considerazioni i diversi strumenti diagnostici a nostra disposizione e le strategie più corrette per una stadiazione clinica e per il controllo nel tempo dei pazienti in terapia. E' inoltre imminente, in quel di Verona, il congresso nazionale SCIVAC dedicato alle malattie infettive, in cui si parlerà anche di leishmaniosi. Abbiamo quindi preparato due documenti che vi alleghiamo, in cui riassumiamo le linee guida riportate nella suddetta review. Siamo certi che troverete i due allegati estremamente utili per la vostra pratica clinica. Buona lettura e buon aggiornamento.

Ugo Bonfanti & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-02-27 - 17:32:20
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, chiudiamo questo 2016 con un ultimo Blog scientifico, questa volta dedicato alle retrovirosi feline FIV e FeLV. Il prof. Decaro, nostro consulente per l'infettivologia, ha preparato per noi un utile documento, in cui potrete trovare utili consigli relativi all'approccio diagnostico a queste complesse infezioni virali.

 

Spesso nella pratica ci si limita a testare i gatti con i test sierologici rapidi, che tuttavia possono presentare limiti di accuratezza non trascurabili. Vi consigliamo quindi di approfondire l'argomento, scaricando liberamente il documento in allegato, buona lettura.

Walter Bertazzolo

 

Foto: striscio ematico in un gatto FeLV positivo e con leucemia mieloide acuta



  • Creato il: 2016-12-17 - 19:45:37
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 2
  • immagine di Mauro
    Mauro  veterinario  ha scritto: 26/01/2017 - 16:35:00
    Grazie per questi chiarimenti spiccatamente pratici
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 20/12/2016 - 12:32:21
    Interessante. Chiaro e pratico. Grazie.
Leggi tutto

La fenotipizzazione dei linfomi nel cane e nel gatto si può ottenere mediante diverse tecniche. I metodi più consigliabili perché in grado di fornire maggiori informazioni cliniche ed oncologiche sono sicuramente l'immunoistochimica da biopsie istologiche e la citofluorimetria su sospensioni cellulari ottunute da aspirati degli organi colpiti.

Un metodo alternativo, a cui si può ricorrere nel caso in cui si disponga solamente di strisci citologici di buona qualità, è l'immunocitochimica. Con questa metodica, si utilizzano principi analoghi a quelli della corrispettiva tecnica istologica (immunoistochimica), utilizzando anticorpi primari in grado di riconoscere specifici antigeni cellulari canini e felini delle cellule linfoidi B (es. CD20 e CD79a) e T (es. CD3), il cui legame con le cellule target viene poi svelato attraverso anticorpi secondari marcati con sostanze colorate.

Il problema principale dell'immunocitochimica risiede nella variabile qualità dei campioni da analizzare e nella standardizzazione del metodo di marcatura delle cellule. Inoltre le procedure manuali conducono spesso a risultati poco ripetibili e di scarsa qualità, che ne hanno limitato l'utilizzo negli anni passati. 

Recentemente il nostro laboratorio si è dotato di immunocoloratore automatico che ci ha permesso di ottimizzare le procedure di colorazione immunoistochimiche ed immunocitochimiche, oltre che di ridurre i tempi di esecuzione e refertazione della procedura.

Ad oggi possiamo quindi fenotipizzare con regolarità la maggior parte dei preparati citologici di buona qualità in corso di linfoma, al fin di stabilirne l'origine B-cell vs T-cell. Tale metodica, che non va mai disgiunta da una caratterizzazione citomorfologica/istologica del linfoma, può essere richiesta allorché le altre metodiche di fenotipizzazione non siano possibili.

Per qualsiasi chiarimento a riguardo, Walter Bertazzolo ed Ugo Bonfanti sono a vostra disposizione.



  • Creato il: 2016-04-27 - 22:14:31
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

In questo nuovo Blog di aggiornamento, ci occuperemo di una branca della citologia ancora poco conosciuta, quella che gli autori anglosassoni chiamano “dry-mount fecal cytology”, e lo faremo con il nostro consulente per la gastroenterologia Enrico Bottero.

1) Innanzi tutto, cosa si intende con citologia fecale a secco e che differenza c’è con l’esame delle feci che siamo abituati a fare di routine?

E. B.: La citologia fecale è una metodica accessoria e non sostitutiva dell’esame delle feci. Si propone di indagare la popolazione batterica fecale e la cellularità ad essa associata

Figura 1: esempio di striscio fecale asciugato e colorato con metodi rapidi per citologia. Si osservano numerosi batteri polimorfi e un neutrofilo in fagocitosi batterica, indicativo di infiammazione attiva.

 

 

 

 

 

2) In pratica, come prepari i campioni? Come si devono conservare e colorare?

E.B.: Il materiale viene prelevato tramite un tampone da citologia a manico lungo, con un cotton fioc o un citobrush; questi strumenti vengono inseriti nell’ampolla rettale e lì fatti rotolare sulla mucosa. Il materiale raccolto viene poi allestito mediante rotolamento o spatolamento su di un vetrino porta-oggetto e poi colorato mediante colorazioni rapide tipo Romanowsky.

3) Quali sono le informazioni cliniche che puoi ricavare da questo tipo di esame?

E.B.: In corso di diarrea è possibile evidenziare cellule infiammatorie come neutrofili o eosinofili che aiutano a classificare il processo patologico in atto e a decidere l’approccio terapeutico ( come l’utilizzo o meno degli antibiotici). In corso di diarrea cronica è possibile individuare, o quantomeno sospettare, la presenza di rari agenti eziologici (es. Prototheca, Criptococcus) o cellule infiammatorie per definire quali ulteriori esami proporre.

 

Figura 2: striscio fecale in cui si osservano granulociti neutrofili con tendenza alla cariolisi e con segni di fagocitosi batterica. Oltre a batteri di fondo, si osservano alcuni microrganismi più voluminosi ovali dotati di capsula incolore, riferibili a Prothoteca.

 

4) Quando ricorri a questa indagine? Sempre o in casi selezionati?

E.B.: Utilizzo la citologia fecale in tutti i pazienti che manifestano diarrea acuta e cronica, soprattutto in ragione del basso costo e della rapidità del risultato.

Grazie Enrico per la tua preziosa collaborazione

 

 



  • Creato il: 2016-04-14 - 22:57:30
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Gli analizzatori per ematologia si sono evoluti nel corso dei decenni sino ad arrivare ai più recenti e sofisticati strumenti che sfruttando le tecnologie ad impedenza e laser, oggi riescono a fornirci emogrammi con molte più informazioni rispetto al passato.

 

Ciononostante alcune peculiarità ematologiche non possono essere rilevate accuratamente nemmeno dai più costosi ed avanzati strumenti: ad esempio la presenza di neutrofili bandati e tossici, la presenza di globuli rossi nucleati, la presenza di cellule displastiche ed immature, gli agenti eziologici.

 

Accanto alla conta cellulare automatizzata risulta pertanto sempre indispensabile la valutazione microscopica dello striscio ematico, anche in presenza di conte cellulari automatizzate apparentemente normali.

 

 

In particolare, l’osservazione al microscopio ha lo scopo di:

  1. Verificare la correttezza della conta differenziale leucocitaria effettuata dallo strumento.

  2. Valutare la presenza di eventuali popolazioni cellulari atipiche o di cellule non classificabili, che gli analizzatori non sono in grado di classificare adeguatamente.

  3. Verificare la presenza di globuli rossi nucleati che possono alterare considerevolmente – se presenti in elevata percentuale – la conta leucocitaria fornita dall’analizzatore automatico (in particolare dei linfociti).

  4. Valutare la morfologia leucocitaria, in particolare dei neutrofili, definendo la presenza di tossicità citoplasmatica e spostamento a sinistra (neutrofili in banda).

  5. Valutare la morfologia eritrocitaria riportando eventuali anomalie di forma, nonché valutare la presenza di parassiti intracellulari, o presenti sulla membrana eritrocitaria.

  6. Verificare la correttezza della conta piastrinica fornita dallo strumento mediante l’esecuzione della stima piastrinica

  7. Ricercare agenti eziologici (inclusi virali, es. cimurro; batteri; protozoi come i piroplasmi o le leishmanie; larve di nematodi)

 

Affinche tutte questi aspetti possano essere adeguatamente valutati, è necessario che lo striscio ematico sia di buona qualità ed eseguito a fresco subito dopo il prelievo. Per un laboratorio commerciale come LaVallonea, è quindi indispensabile la collaborazione dei clinici referenti, che dovrebbero sempre, ogni qualvolta richiedono un esame emocromocitometrico, saper preparare uno striscio ben fatto da inviare con la provetta di sangua al laboratorio. Lo striscio di sangue deve essere effettuato possibilimente con vetrini con banda sabbiata, sui quali è possibile scrivere i dati identificativi del paziente.

Occorre depositare una piccola goccia di sangue, meglio se direttamente dalla siringa con cui viene eseguito il prelievo, in corrispondenza della estremità del vetrino portaoggetto. In alternativa si può deporre una goccia di sangue prelevato dalla provetta in cui è stato messo il sangue.

Successivamente con un altro vetrino “incidente”, con bordi molati, inclinato di circa 30 – 45°, e posto davanti alla goccia di sangue depositata sul portaoggetto, il sangue viene spostato verso la goccia di sangue che, a contatto con il vetrino stesso, si diffonde rapidamente lungo il bordo. Non appena questo si verifica il vetrino incidente viene fatto avanzare dolcemente e rapidamente lungo il portaoggetto. Immediatamente lo striscio viene asciugato all’aria. Lo striscio stesso dovrebbe estendersi per circa due terzi della lunghezza del vetrino, finendo con un bordo frastagliato (definito a penna d'uccello) prima della fine del vetrino stesso (vedere figure e video allegato). 



  • Creato il: 2016-03-18 - 07:52:06
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

L'elettroforesi delle proteine urinarie su gel di agarosio mediante Sodio-Dodecil-Solfato (SDS-AGE) è una metodica di laboratorio che può avere rilevanza clinica nella classificazione delle patologie renali, in particolare di quelle associate a proteinuria.

Esempio di elettroforesi delle proteine urinarie mediante SDS-AGE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel documento in allegato, liberamente scaricabile, sono state riassunte le linee guida per interpretare i risultati dell'elettroforesi delle proteine urinarie nella pratica clinica. Mediante la valutazione della proteinuria con SDS-AGE è possibile infatti prevedere con buona approssimazione la localizzazione del danno renale, in caso di proteinuria clinicamente rilevante (ovvero con rapporto PU/CU elevato). Buona lettura.

Ugo Bonfanti & Walter Bertazzolo

 



  • Creato il: 2016-02-26 - 00:00:03
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

IMPORTANZA DELLA FASE PREANALITICA IN DIAGNOSTICA di LABORATORIO

Di Ugo Bonfanti, Med. Vet. DiplECVCP, Laboratorio LaVallonea

 

Non raramente, a seguito della richiesta di un esame di laboratorio, il veterinario, clinico o chirurgo, si trova

di fronte a risultati inaspettati, o non in linea con le condizioni cliniche del paziente.

Una delle possibili cause, spesso sottostimata, è rappresentata dagli errori preanalitici. Questi errori, non

infrequenti e ben conosciuti anche in medicina di laboratorio umana, possono alterare la qualità del

campione analizzato, e modificare talvolta in maniera sostanziale il risultato finale, causando pertanto

risultati inaccurati o scorretti. L’interpretazione dei risultati in queste occasioni può andare a detrimento

del paziente, e comportare eventuali approfondimenti diagnostici o azioni terapeutiche non necessarie o

addirittura pericolosi.

Pertanto, ogni qualvolta ci si trovi di fronte ad un risultato inaspettato, occorre prendere in considerazione

una variabile preanalitica, confrontarsi con il laboratorio di referenza, considerare l’esito del test alla luce di

questa eventualità, e piuttosto effettuare un secondo campionamento ed analisi successiva.

Nel file in allegato vengono schematizzate alcune cause di errori preanalitici, e fornite indicazioni relative a

modalità di campionamento e trasporto delle varie matrici.



  • Creato il: 2016-02-03 - 11:27:00
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 1
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 04/02/2016 - 12:59:25
    Grazie per l'allegato, decisamente molto utile.
Leggi tutto

Il Dr. Luigi Venco, consulente del Laboratorio La Vallonèa, ci aggiorna su un importante ma sottovalutato aspetto della tossicità ai farmaci coseguente ad un'anomalia genetica.

L’attività di molti farmaci dipende infatti dalla loro capacità di attraversare le barriere per raggiungere il loro bersaglio. Alcuni farmaci sono in grado di farlo mediante diffusione passiva attraverso le membrane plasmatiche, altri necessitano invece di meccanismi di trasporto specifici. Una volta all’interno del tessuto e delle cellule bersaglio, il farmaco viene poi eliminato attraverso meccanismi di efflusso attivi. La proteina MDR1, nota anche come glicoproteina P1 è una proteina di membrana che funziona da pompa di efflusso ed è  responsabile dell’escrezione biliare e renale di molte sostanze tossiche e farmaci di uso comune anche in medicina veterinaria (per es. antibiotici, chemioterapici, ecc.). 

In cani di razza collie (pastori scozzesi) è stata identificata una mutazione consistente in una delezione di 4 paia di basi a carico del gene MDR1, ed è stata associata ad un fenotipo sensibile all’ivermectina. Nei cani con genotipo omozigote per la mutazione MDR1 la funzionalità della glicoproteina è alterata; ciò comporta un incremento della sensibilità di questi soggetti a farmaci quali ivermectina, doramectina, moxidectina, milbemicina ossima, vincristina, digossina e loperamide.

Per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento si rimanda al pdf in allegato.



  • Creato il: 2016-01-20 - 13:30:24
  • Postato da: Ugo Bonfanti
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.
immagine BATTERI MULTIRESISTENTI E’ ALLARME (DA RADIO 24 DE IL SOLE 24 ORE)

BATTERI MULTIRESISTENTI E’ ALLARME (DA RADIO 24 DE IL SOLE 24 ORE)

 

Nella giornata di ieri 7 aprile 2015 è balzato agli onori della cronaca, con notevole ridondanza, il problema dell’antibiotico resistenza dovuto ad un utilizzo non razionale della terapia antibiotica.

Su Radio24 de Il Sole 24 ORE si legge:

"Batteri resistenti agli antibiotici". È allarme. La diffusione di infezioni causate dai cosiddetti "super batteri" potrebbe causare, in caso di una "epidemia", fino a 200.000 casi di pazienti contagiati e 80.000 vittime. A sottolineare questo rischio, i dati di una ricerca del dipartimento di Salute britannico. Ma nel nostro paese la situazione non è certo meno a rischio. Il nostro Paese, infatti, è tra quelli della Comunità Europea ad avere le più alte percentuali di resistenza alla maggior parte degli antibiotici ed è anche il Paese dove circolano più batteri resistenti a tutti gli antibiotici.”:

http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/cuoridenari/extra/batteri-multiresistenti-allarme-174931-gSLAsChD5

Nulla di nuovo se si considera che il problema dell’antibiotico resistenza è conosciuto e studiato da tempo e che recentemente l’AICC (Associazione Italiana Colture Cellulari) ha lanciato, lo scorso 26 febbraio, la competizione sul “better use of antibiotics”, mettendo a disposizione un premio di ben un milione di euro a chi fosse riuscito a mettere a punto un test efficace, in grado di discriminare i casi clinici in cui fosse realmente necessario ed utile utilizzare gli antibiotici in terapia, da quelli in cui l’uso fosse sperfluo: http://ec.europa.eu/research/horizonprize/index.cfm?prize=better-use-antibiotics

Se di meraviglia si può parlare è semmai nel fatto che, sebbene l’allarme venga dal Regno Unito, il nostro Paese risulta fra quelli della Comunità Europea a più altro rischio per lo sviluppo e diffusione di super batteri ormai resistenti a quasi tutte le molecole farmacologiche in uso.

Le cause sono principalmente due:

1)   l’utilizzo di antibiotici in terapia senza criteri razionali di scelta;

2)   l’utilizzo dei farmaci in zootecnia a scopo auxinico, uso che ha portato all’ottenimento di animali “gonfiati” con un costo di produzione molto basso.

 

Se per il secondo punto è compito principale degli organi legislativi e di controllo mettere un freno all’uso degli stessi, il primo punto, o, meglio ancora, il management dello stesso, è appannaggio esclusivo del medico e del medico veterinario che è chiamato a prescrivere secondo scienza e coscienza, assumendosi una responsabilità che va ben oltre quella nei confronti del singolo paziente, ma che riveste un’importanza sempre maggiore per la salvaguardia della salute pubblica.

Ma come si fa a prescrivere in scienza e coscienza senza l’utilizzo di uno strumento che possa guidare nella scelta più appropriata?

In realtà la risposta è banale poiché esiste ormai da tanto tempo il test in grado di misurare la resistenza batterica agli antibiotici saggiati in vitro: il test ANTIBIOGRAMMA.

Questo ausilio diagnostico e terapeutico, tuttavia, per poter essere utilizzato al meglio e fornire al clinico tutte le informazioni necessarie per un corretto uso delle molecole, deve essere impostato seguendo delle linee guida molto rigide, in grado di fornire End Point per i saggi antibiotici fissi che possano portare all’individuazione delle MIC (minima concentrazione inibitoria) per le varie molecole testate.

Da qualche anno l’Europa ha ritenuto di adottare delle linee guida internazionali: E.U.C.A.S.T. (European Committee on Antimicrobial Susceptibility Testing) che hanno dato una valutazione più “restrittiva” della sensibilità dei batteri alle molecole saggiate, facendo rientrare fra le resistenze anche situazioni in cui vi era solo una parziale sensibilità dei patogeni alle molecole farmacologiche in grado, quindi, di generare ceppi antibiotico-resistenti sempre più pericolosi.

Nel nostro laboratorio utilizziamo ormai da anni questi standard diagnostici e siamo convinti che anche questo contributo, per quanto possa essere piccolo nel panorama delle problematiche sanitarie mondiali, possa aiutare combattere un problema che nei prossimi anni rischia di far ritornare la medicina antinfettiva ai livelli del diciannovesimo secolo: 

http://www.laboratoriolavallonea.net/news/?page=6

Quindi: utilizziamo gli strumenti che la scienza moderna ci ha messo a disposizione per la cura delle malattie dei nostri pazienti ma…..facciamolo con cognizione di causa e secondo scienza e coscienza!

 

 



  • Creato il: 2015-04-08 - 10:59:51
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Filariosi cardiopolmonare nel cane: valore diagnostico/prognostico della CRP (intervista a Luigi Venco)

 

La filariosi cardiopolmonare nel cane è una patologia parassitaria che causa ipertensione polmonare e che può esitare, negli stadi avanzati, nell’insufficienza cardiaca destra.

 Filariosi - Foto1

 

I vermi adulti si localizzano nelle arterie polmonari causando una “endoarterite proliferativa” la cui gravità dipende sia dalla carica infestante che dalla durata dell’infestazione stessa.

 

 Filariosi - Foto 2

 

In medicina umana è stato evidenziato come la proteina C reattiva (proteina positiva della fase acuta) aumenti sensibilmente anche in corso di endoarterite ed è, quindi, assai probabile che anche nel cane la CRP possa aumentare in corso di danno delle arterie polmonari.

È anche vero, tuttavia, che la proteina C reattiva, sebbene sia considerata tanto in medicina umana quanto in veterinaria un ottimo marker infiammatorio (aumenta, infatti, molto rapidamente in corso di flogosi ed altrettanto rapidamente diminuisce terminato lo stimolo flogistico), in realtà è un test che affianca ad un’altissima sensibilità una altrettanto bassa specificità aumentando, indistintamente, in tutti i fenomeni infiammatori.

Il dott. Luigi Venco ha presentato al Heartworm Society’s Triennial Symposium tenutosia New Orleans dall’8 al 10 settembre 2013 uno studio che ha valutato il valore sia diagnostico che prognostico della proteina C reattiva quale biomarker nella valutazione dell’infestazione naturale del cane da Dirofilaria immitiis.

 

1)   Ciao Gigi, perché hai pensato di valutare l’andamento della CRP in corso di dirofilariosi cardiopolmonare nel cane?

 

La CRP è una proteina di fase acuta considerata aspecifica ma che, attualmente, è molto indagata in medicina umana nelle patologie cardiovascolari. I macrofagi ne sono tra i principali produttori. L’endoarterite proliferativa in corso di Filariosi cardiopolmonare è un processo centrale nella patogenesi della malattia che porta ad ipertensione polmonare. E’ una alterazione unica nel genere ed è presente esclusivamente nel cane e solo se infestato da Dirofilaria immitis. Nella sua genesi i macrofagi svolgono un ruolo essenziale. Ho pensato quindi che fosse la patologia ideale per valutare proprio la CRP.

 

2)   Hai avuto dei risultati prevedibili e misurabili?

 

Si i risultati sono stati molto confortanti ed addirittura, per certi versi, sorprendenti al punto di poter assegnare un “cut off” affidabile che indica la presenza di malattia vascolare polmonare in corso di Filariosi cardiopolmonare

 

3)   A cosa sembra legata la crescita del CRP nei cani con la patologia in atto?

 

L’incremento dei valori della CRP è legato all’endoarterite proliferativa (malattia vascolare polmonare) e si correla allo stato ipertensivo polmonare piuttosto che alla carica parassitaria (numero dei parassiti adulti)

 

4)   Eliminando la causa (trattamento dirofilaricida) la proteina rientra nei valori fisiologici in breve oppure richiede tempi più lunghi?

 

L’endoarterite proliferativa (e l’ipertensione polmonare conseguente) è un processo irreversibile o scarsamente reversibile anche dopo eliminazione spontanea, o conseguente a terapia,  degli adulti di D.immitis ed anche i valori di CRP calano solo moderatamente.

In questa ottica la valutazione della CRP può essere utile nella valutazione clinica di cani con ipertensione polmonare e test negativi per Filariosicardiopolmonare dei quali non si conosca anamnesi o vi siano dubbi che siano stati infestati in passato

 

5)   Considerata la scarsa specificità del test non credi che anche in danni cardiovascolari di altro genere la CRP possa avere lo stesso andamento?

 

No. Dai dati che abbiamo raccolto e comparato nelle altre patologie cardiovascolari congenite o acquisite nel cane l’incremento dei valori è molto limitato e sicuramente non assimilabile a quello in corso di Filariasi cardiopolmonare. Nessun overlapping quindi. Unica eccezione è la Cardiomiopatia dilatativa (DCM) nella quale in fase di scompenso si osservano notevoli incrementi verosimilmente indotti dalla produzione di TNF ?. Stiamo ora valutando se la misurazione della CRP possa essere utile per una diagnosi precoce di questa patologia. Dal punto di vista clinico e strumentale peraltro la DCM è facilmente differenziabile dalla Filariosi cardiopolmonare.

 

6)   Ritieni che lo studio ed il monitoraggio di questo marker dell’infiammazione possa rappresentare un valore aggiunto in termini sia di celerità diagnostica che di completezza prognostica rispetto ad altri metodi più conosciuti ed utilizzati quali, ad esempio, la radiografia toracica e l’ecocardiografia?

 

Sicuramente valutazione e monitoraggio di questo marker  (facilmente realizzabile) offre un ulteriore punto di vista sulle condizioni delle arterie polmonari ad integrazione di radiogrammi toracici ed ecocardiografia Doppler specialmente quando questi siano “dubbi” (assenza di rigurgito tricuspidale) o in loro vece quando non vi sia la possibilità di eseguirli

 

 



  • Creato il: 2014-02-28 - 13:38:20
  • Postato da: Guglielmo Giordano
  • Categoria: Test diagnostici

Commenti: 4
  • immagine di Luigi Venco
    Luigi Venco  veterinario  ha scritto: 19/02/2019 - 12:30:52
    Ciao Filippo per la complessità di valutazione invasiva della pressione polmonare non è possibile con i dati a disposizione stabilire una stretta correlazione tra dato numerico P C reattiva e valore…
  • immagine di Filippo Soresi Bordini
    Filippo Soresi Bordini  veterinario  ha scritto: 18/02/2019 - 17:40:27
    Ciao Gigi, stavo facendo una piccola ricerca in merito e mi sono imbattuto in questa tua intervista. Avrei una domanda... riguardo al cut-off della proteina C reattiva, siete poi riusciti a correlarlo…
  • immagine di Luigi Venco
    Luigi Venco  veterinario  ha scritto: 03/03/2014 - 20:26:29
    Ciao Isidoro. La Puglia è sicuramente nel Sud la zona a più alto rischio. Si stanno racogliendo dati precisi ma ti posso dire che il cuore del problema è nel Salento dove si raggiunge anche il 15 %…
  • seguono altri commenti
Leggi tutto