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In quest’ultima puntata dedicata alla spiegazione dei nostri emogrammi, ci occuperemo della parte più ostica, quella colonna centrare che raccoglie tutti i dati relativi alla valutazione dei reticolociti (vedi screenshot a sinistra). Va premesso che per molti di questi dati numerici non esistono consistenti informazioni in letteratura per il cane ed ancora meno per il gatto, per cui la loro interpretazione va fatta con cautela.

Lo strumento da noi utilizzato (ADVIA 2120) processa i reticolociti colorandoli con uno speciale reagente (oxazina 750) che si lega all’RNA contenuto nel loro citoplasma: quando vengono passati al lettore laser, i reticolociti vengono idetificati e distinti dagli altri eritrociti maturi, in quanto assorbono più luce e hanno fluorescenza proporzionata a tale assorbimento.

Quindi scendendo dall’alto verso il basso nella colonna centrale, dopo la quantificazione percentuale ed assoluta dei reticolociti (di cui abbiamo già parlato in una precedente puntata), incontriamo la quantificazione in base a questo principio discriminatorio.

Così come per gli eritrociti maturi, anche i reticolociti possono infatti venir analizzati in base al loro volume, al loro contenuto e concentrazione in emoglobina e alla quantità di RNA (con alta fluroescenza sono quelli più giovani e con più RNA, con bassa fluorescenza sono quelli che stanno maturando a eritrociti normai e hanno quindi meno RNA). Le lettere L (“Low), M (“Medium”) ed H (“High”) stanno proprio ad indicare la distribuzione percentuale e i valori assoluti di queste tre frazioni di reticolociti. Tendenzialmente possiamo presupporre che più sono numerosi quelli ad elevata fluorescenza, più significa che il midollo sta producendo attivamente giovani eritrociti e viceversa. Questo dato viene chiamato “Immature Reticulocyte Fraction” (IRF) e prende per l’appunto in considerazone la frazione di reticolociti ad alta (IRF-H) e media/alta (IRF-H+M) fluorescenza ripetto al numero di reticolociti totali.

Scendendo ulteriormente la colonna centrale, incontriamo i valori degli indici eritrocitiari divisi per popolazioni. Lo strumento è infatti in grado di rielaborare tutti gli indici eritrocitari (MCV, MCH, MCHC, CH, ecc.) che troviamo anche nella colonna a sinistra (nella quale, come spiegato in un blog precedente, sono riferiti a tutti gli eritrociti complessivi). In questo caso però gli indici vengono analizzati suddividendoli tra gli eritrociti maturi (quelli indicati con la lettera “m”) e i reticolociti (indicati con la lettera “r”). I valori indicati con la lettera “g” (gated) sono invece riferiti alla popolaziojne eritrocitaria totale analizzata, e sono approssimativamente molto simili a quanto riportato nella colonna sinistra. Tra questi indici, troviamo alcuni interessanti dati, in quanto abbiamo alcuni riferimenti bibliografici per la specie canina. In particolare è stato osservato in alcuni studi, che in corso di anemia da carenza di ferro in fase iniziale, prima che diminuiscano i valori assoluti di MCV, MCH ed MCHC, tendono a ridursi precocemente i corrispondenti valori reticolocitari, in particolare l’MCVr, il CHr e il CHCMr. Quindi bisogna incominciare ad abituarsi a controllare questi indici nei cani anemici per verificare se stanno andando incontro ad una carenza iniziale di ferro.

Infine, gli ultimi indici (% Micro_g, % Micro_r, ecc.) stanno ad indicare le frazioni delle diverse popolazioni (totali, maturi e reticolociti) che sono più piccoli, più grandi, con più o meno emoglobina rispetto a determinati valori soglia. Danno pertanto una idea di come sono ditribuite tra loro le diverse frazioni di globuli rossi nel campione analizzato.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-06-24 - 12:23:21
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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L’anemia emolitica immuno-mediata  (AEIM) è una patologia comune nel cane, con elevati tassi di mortalità, in parte legati anche agli effetti collaterali dei farmaci che vengono utilizzati per cercare di annullare la risposta auto-immune contro gli antigeni eritrocitari. Recentemente, sul Journal of Veterinary Internal Medicine (Swann et al, JVIM 2019; 33: 1141-1172), sono state pubblicate le linee guida per la diagnosi e la terapia di questa patologia. Nel blog precedente abbiamo discusso gli aspetti diagnostici, vediamo ora di affrontare quelli terapeutici nella specie canina. Riportiamo qui gli aspetti principali, rimandando gli interessati a consultare direttamente la pubblicazione originale per i dettagli (vedi PDF allegato).

1) Tempistica del trattamento: i trattamenti devono essere iniziati appena terminata la raccolta di tutti i dati diagnostici, in particolare quelli di laboratorio, in modo da non inficiare la diagnosi e di avere nel contempo un intervento quanto più tempestivo possibile.

2) Utilizzo della trasfusione di eritrociti concentrati (o in alternativa di sangue intero): l’utilizzo di RBC concentrati deve essere preferito in quanto i pazienti con AEIM sono normo-volemici e possono andare incontro ad ipervolemia se trattati con sangue intero. La trasfusione è consigliata allorché siano presenti chari disturbi riferibili a una ridotta ossiginazione dei tessuti e devono quindi essere decisi di caso in caso, in base alla velocità del processo emolitico, alle condizioni cliniche del paziente, alla presenza di iperlattatemia, ecc. Non vengono quindi consigliati dei valori limite di ematocrito al di sotto dei quali la trasufusione è consigliata, in quanto non sono applicabili a tutti i casi. Gli eritrociti concentrati non devono avere più di 7-10 giorni di età, per ridurre il rischio di reazioni emolitiche trasfusionali. L’utilizzo di eritrociti concentrati deve essere preferito alle soluzioni emoglobiniche in quanto queste possono causare più reazioni avverse. Si sconsiglia l’uso di plasma fresco per il trattamento della eventuale coagulazione intravasale disseminata (DIC).

3) Trattamenti immunosoppressivi: sono alla base della terapia delle AEIM, di seguito un riassunto dei farmaci consigliabili.

a) Corticosteroidi: si raccomanda prednisone PO a 2-3 mg/kg die in singola somministrazione o diviso in due somministrazioni. Per i cani >25kg si consigliano 50-60 mg/m2 die. Se il paziente inizialmente non riesce ad assumere farmaci PO, si consiglia di inziare con desametazone a 0,2-0,4 mg/kd die per IV. Non si consigliano dosaggi superiori in quanto si può indurre semplicemente un aumento degli effetti collaterali ma non effetti benefici garantiti. Il dosaggio del cortisonico andrebbe ridotto dopo 1-2 settimane se ha dato un effetto benefico.

b) Il trattamento cortisonico va ridotto del 25% allorché l’ematocrito>30% per almeno 2 settimane dopo l’inizio del trattamento e sono migliorati gli indicatori di emolisi (sferocitosi, bilirubinemia) e rigenerazione. Si suggerisce di ridurre ulteriormente la dose del 25% ogni 3 settimane sempre in caso di condizioni stabili. Se il cane assume un secondo immuno-soppressore, questo non va ridotto ma si deve ridurre del 50% il dosaggio del cortisonico. I trattamenti complessivamente dovrebbero durare 3-6 mesi (per i cortisonici) e 4-8 mesi (in caso di utilizzo di un secondo farmaco non steroideo).

c) I farmaci alternativi o in associazione ai cortisonici sono:

  1. Azatioprina: 2 mg/kg o 50 mg/m2 PO ogni 24h, per 2-3 settimane. Successivamente la dose va ridotta somministrandola a giorni alterni
  2. Ciclosporina: 5 mg/kg PO ogni 12h
  3. Micofenolato: 8-12 mg/kg PO ogni 12h
  4. Leflunomide: 2 mg/kg PO ogni 24h
  5. L’evidenza scientifica relativa ai reali vantaggi dell’utilizzo di questi farmaci è tuttavia molto debole. Si sconsiglia fortemente l’utilizzo di ciclofosfamide.
  6. Immunoglobuline per IV: sono consigliate solo in caso di mancata risposta ai trattamenti convenzionali e solo come emergenza (trattamento salvavita), non come trattamento di mantenimento.
  7. L’utilizzo di 3 o più trattamenti immuno-soppressivi è sconsigliato

d) Si suggerisce un ulteriore immuno-soppressivo oltre al cortisonico in caso di:

  1. La situazione del paziente è gravissima
  2. L’ematocrito si riduce >5% al giorno per i primi 7 giorni, a dispetto del trattamento corticosteroideo
  3. Il paziente è mantenuto in vita con continue trasfusioni
  4. L’animale sviluppa gravi effetti collaterali indotti dai cortisonici

Valori elevati di urea e bilirubina sono sconsiderati fattori prognostici negativi durante il trattamento. Si suggerisce di controllare l’emogramma ogni 1-3 settimane durante il mantenimento, per decidere gli eventuali cambiamenti di dosaggio dei farmaci immuno-soppressori.

4) Controllo degli effetti collaterali: si consiglia l’esame urine ogni 8-12 settimane per verificare l’eventuale comparsa di infezioni del tratto urinario per i cani che assumono cortisone. Valutare inoltre tutti gli altri possibili effetti secondari (alterazioni cutanee, polipnea, problemi gastroenterici, insorgenza di diabete, ecc.). Per i cani che assumo azatioprina, si consiglia un profilo ematobiochimico ogni 2 settimane: la mielosoppressione e l’epatotossicità possono essere infatti gravi. Per la ciclosporina, gli effetti principali sono i problemi gastroenterici e l’iperplasia gengivale. La somministrazione di ciclosporina congelata o con il cibo, riduce gli effetti gastroenterici. Per il micofenolato, si valutino gli effetti gastroenterici e si monitori l’emogramma ogni 2-3 settimane. La presenza di problemi enterici è solitamente dose-dipendente e migliora con la riduzione del dosaggio.

In caso di mielosoppressione, il farmaco responsabile deve essere immediatamente sospeso.

5) Gestione delle recidive: si riportano fino al 15% di possibilità di recidiva. Questa può avvenire durante la terapia di mantenimento: la dose dei farmaci deve essere rialzata e/o nuovi immuno-soppressori introdotti. E’ importante escludere fattori scatenanti secondari (come già visto per l’approccio diagnostico), quali trattamenti immunizzanti, farmaci, infezioni, neoplasie. In casi refrattari può essere consigliabile la splenectomia, ma l’evidenza scientifica è debole a riguardo.

6) Farmaci antitrombotici: tutti i cani con AEIM dovrebbero ricevere tali trattamenti preventivi, ad eccezione di quelli gravemente trombocitopenici (<30.000 PLT/uL). Esiste infatti una forte evidenza scientifica che la mortalità è dipendente da trombosi/DIC in corso di AEIM. La terapia andrebbe iniziata alla diagnosi e continuata fino alla sospensione di tutti i trattamenti cortisonici, sebbene sia più importante nelle prime 2 settimane di trattamento a dosaggio pieno. I farmaci anticoagulanti devono essere preferiti a quelli antiaggreganti piastrinici. La prima scelta cade quindi sulle eparine. Come seconda scelta il clopidogrel e l’aspirina. Nell'immagine seguente uno schema delle eparine consigliate:

Altre raccomandazioni più specifiche sono riportate nell’articolo originale, che vi alleghiamo in PDF, che contiene inoltre alcuni algoritmi e tabelle molto utili.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV

 

 



  • Creato il: 2019-06-10 - 11:22:24
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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La prestigiosa rivista Journal of Veterinary Internal Medicine ha recentemente pubblicato le linee guida per la diagnosi ed il trattamento dell'anemia emolitica immuno-mediata (AEIM) del cane e del gatto. Parliamo oggi degli aspetti diagnostici, focalizzando la nostra attenzione sui punti più importanti della pubblicazione. Per chi volesse leggerla integralmente, vi alleghiamo il PDF originale che potete anche scaricare liberamente dal sito della rivista.

C'è da sottolineare che queste linee guida riguardano solamente le forme di AEIM (rigenerative e non) che hanno comunque come target gli eritrociti maturi e non le forme immuno-mediate che hanno invece come target i precursori midollari.

Un secondo aspetto da sottolineare è che non viene riconosciuto un singolo gold-standard per la diagnosi di AEIM. Si sottolinea invece che la diagnosi deve basarsi su diversi rilievi clinicopatologici (vedi algoritmo sotto, tratto dall'articolo allegato), oltre che sulla risposta ai trattamenti specifici.

Il principale criterio ematologico morfologico è la presenza di una consistente sferocitosi, da valutare in una porzione dello striscio ben preparata ed in monostrato, nel quale ci siano almeno >3-5 sferociti per campo ad immersione a 1000x.

La ricerca di immunoglobuline adese sulla superficie degli eritrociti può essere ricercata mediante il test dell'autoagglutinazione (con sangue diluito con un eccesso di fisiologica), mediante il Coomb's test o la citofluorimetria, in ordine decrescente di accuratezza diagnostica.

L'emolisi alla base della patogenesi dell'AEIM è confermata dalla presenza di ittero, iperbilirubinemia, bilirubinuria ed eventualmente emoglobinuria (in caso di emolisi intravasale).

Infine in questa review sistematica della letteratura, si è cercato anche di capire se ci fossero dei possibili fattori scatenanti o comorbidità particolarmente associate nalle AEIM del cane del gatto, che potessoro quindi giocare un ruolo eziopatogenetico. Dai dati piubblicati nell'articolo, sembra che solo le malattie infettive e il trattamento con farmaci (in particolare alcuni antibatterici nel cane) possono favorire l'innesco della malattia autoimmune. Tuttavia, tra le malattie infettive, solo Babesia gibsoni nel cane e Mycoplasma haemofelis nel gatto sembrano davvero essere implicate nella AEIM. Tutte le altre comorbidità (infettive, farmacologiche/vaccinali, neoplastiche o patologie di varia natura) non sembrano invece essere potenzialmente responsabili di AEIM.

Parleremo settimana prossima degli aspetti terapeutici.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV.

 



  • Creato il: 2019-06-03 - 22:06:48
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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E' una elle consulenze che riceviamo più spesso: ho fatto un profilo coagulativo, magari anche banalmente un prechirurgico in un animale apparentemente sano, è ho la coagulazione con alcuni valori alterati. Che faccio?

Ebbene prima di pensare che il vostro paziente abbia una qualche forma di coagulopatia congenita o acquisita, è molto importante essere certi che i risultati anomali ottenuti non siano il risultato di problematiche preanalitiche, molto comuni nella coagulazione.

Ad esempio:

1) Hai avuto problemi durante il prelievo di sangue? (per esempio hai impiegato troppo tempo, hai eseguito una emostasi eccessiva, ecc.)

2) hai controllato che le provette usate siano effettivamente adatta per il profilo coagulativo? devono avere un rapporto tra anticoagulante e sangue pari a 1:10

3) hai controllato di aver messo la giusta quantità di sangue nella provetta dedicata?

4) hai separato in tempi sufficientemente brevi il plasma citrato o te lo sei scordato nella centrifuga?

5) hai conservato il plasma a temperatura ambiente o in congelatore? se lo hai messo semplicemente in frigor a 4°C è possibile purtroppo avere allungamenti artificiosi dei tempi di coagulazione, in particolare dell'aPTT. Per analisi eseguibili in 24h la temperatura ambiente è l'ideale, ma se necessiti di conservare il campione per più tempo è meglio congelarlo.

6) nel dubbio di possibili errori preanalitici, riprova a fare la coagulazione, per verificare se quelle alterazioni sono consistenti e costanti.

Solo se tutti questi aspetti preanalitici sono stati verificati e rispettati, puoi iniziare davvero a ricercare un problema clinico.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-05-13 - 07:35:39
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Ci occuperemo oggi di un aspetto molto importante dell’emogramma: ovvero come valutare la rigenerazione.

La valutazione della capacità rigenerativa in corso di anemia è molto importante per il clinico in quanto gli permette di indirizzare il suo iter diagnostico in due opposte direzioni:

  • Forme rigenerative: da perdita ematica o ridotta vita media degli eritrociti (emolisi)
  • Forme non rigenerative: tutte le altre cause di anemia.

Figura: reticolociti colorati con metodo sopravitale (Nuovo Blu di Metilene)

In questo senso la valutazione dell’emogramma, per quel che concerne la componente reticolocitaria, deve essere letta con attenzione tenendo conto di una serie di importanti accorgimenti:

A) Prima di affermare con certezza se una anemia è rigenerativa o meno, sarebbe sempre meglio ricontrollare l’emogramma a distanza di alcuni giorni in caso di una forma apparentemente non rigenerativa. Il midollo infatti necessita almeno 3-5 giorni di tempo, dopo un evento anemizzante, prima di giungere ad una adeguata produzione reticolocitaria. L’andamento della concentrazione di reticolociti nel tempo è quindi molto più importante della singola determinazione.  

B) La rigenerazione può essere valutata con tre diversi numeri: la % di reticolociti (e la sua controparte corretta in base all'ematocrito, il cosidetto CRP - Corrected Reticulocyte Percentage), il numero complessivo di reticolociti/uL e l’indice di produzione reticolocitaria (RPI, Reticulocyte Production Index). Sebbene non esistano dei cut-off assoluti, possiamo affermare che più è alta la quantità di reticolociti (e quindi quanto più alti sono la %, il CRP e l'RPI), più è elevata la spinta midollare e quindi la rigenerazione.

C) Il cane ed il gatto non hanno la stessa capacità di rigenerezione, per cui i termini di riferimento da considerare sono un po' differenti.

D) L’introduzione e la diffusione delle contaglobuli laser ha reso molto più semplice ed accurata la conta reticolocitaria, rispetto ai tradizionali metodi manuali, basati sulle colorazioni sopravitali come il nuovo blu di metilene. Queste ultime avevano infatti una ripetibilità ed una accuratezza complessiva nettamente inferiore, in particolare nel gatto, nel quale la discriminazione tra reticolociti puntati ed aggregati è tutt’altro che agevole e la loro interpretazione molto fuorviante. Per tale ragione noi preferiamo attualmente evitare di suddividere le conte reticolocitarie in puntati ed aggregati nella specie felina, e di affidarci quindi solo alla conta automatica, molto più affidabile.

E) Nel complesso, coi dati attualmente in nostro possesso, possiamo dire che nel cane può essere considerata sicuramente rigenerativa una anemia in cui il numero di reticolociti totali supera i 70.000/uL (se con conta manuale, mentre questo cut-off è probabilmente più elevato se si utilizzano i laser, vedi in particolare i nostri intervalli di riferimento, sebbene non vi siano ancora dati definitivi a riguardo), oppure con un RPI>1. Un recente studio pubblicato da Paltrinieri et al (JAVMA 2016), ha mostrato tuttavia  che l'utilizzo dei valori di riferimento indicati dal laboratorio della % di reticolociti, del numero di reticolociti totali e del RPI quali cut-off per discriminare tra una forma rigenerativa da una non rigenerativa, mostravano una buona specificità ma una sensibilità piuttosto insoddisfacente. Pertanto gli autori dello studio proponevano i seguenti cut-offs in caso di conta laser automatizzata: >2,3% di reticolociti, >86000 reticolociti/uL e RPI >0,4. 

F) Nel gatto invece, in base a un recente lavoro pubblicato da Paltrinieri et al sul Feline Medicine and Surgery (2018), è da considerarsi rigenerativa una anemia con un numero di reticolociti totali > 60.000/uL, una % di reticolociti>3% e un RPI >0,6 (sempre utilizzando il conteggio automatico mediante contaglobuli laser).

Infine, come potete vedere nello screen-shot sopra, ripreso da un nostro normale emogramma, è anche riportato un rapporto tra reticolociti ed nRBC, che dovrebbe essere superiore ad 1. Cosa significa? In condizioni di rigenerazione normale, il midollo immette in circolo elevate quantità di reticolociti ma anche alcuni nRBC, pertanto il rapporto tra questi è solitamente molto superiore ad 1. In fase di rigenerazione iniziale, può invece capitare di avere inizialmente un numero di nRBC eccessivamente alto rispetto ai reticolociti: è una situazione normale dovuta al fatto che il midollo inizialmente rilascia globuli rossi nucleati immaturi per effetto della spinta rigenerativa, che come già sottolineato necessità di almeno 3-5 giorni per ottimizzare la produzione di reticolociti. In alcune condizioni eritrodisplastiche invece (es. nella FeLV del gatto), è comune osservare una persistente condizione anomala, in cui a dispetto di una reticolocitosi pressoché assente, sono presenti in circolo nRBC, per cui questo rapporto è costantemente inferiore ad 1.

Walter Bertazzolo, Direttore Scientifico di MYLAV



  • Creato il: 2019-04-29 - 08:37:43
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Nella precedente puntata abbiamo iniziato a descrivere la valutazione delle piastrine che viene effettuata nei nostri emogrammi. Abbiamo quindi già discusso la conta totale e la stima piastrinica. Vediamo cosa ci possono dire invece quegli acronimi dall'oscuro significato che compaiono immediatamente sotto la voce PLT (numero totale di piastrine). Va premesso che per questi indici piastrinici non esistono molti dati pubblicati in letteratura nelle specie di interesse veterinario.

MPV (Mean Platelet Volume) è il volume medio delle piastrine misurato direttamente dallo strumento. Va sottolineato che la maggior parte degli analizzatori di ematologia non può misurare accuratamente tale indice, per intrinsechi limiti tecnici. L'ADVIA 2120 che utilizziamo nel nostro laboratorio riesce invece a determinare l'MPV in maniera accettabile. Questo perché con la sua tecnologia riesce a misurare anche le piastrine voluminose, che con altre contaglobuli verrebbero invece confuse con gli eritrociti. Da punto di vista clinico, l'MPV non è particolarmente utile, ci dice semplicemente quanto sono mediamente grandi le piastrine di quel paziente. Però serve per calcolare un valore più importante, il PCT (piastrinocrito), che viene determinato moltiplicando il numero di di piastrine per il loro volume medio (PLT x MPV). Il PCT rappresenta per le piastrine quello che l'HCT è per gli eritrociti, per cui è un indicatore della massa piastrinica circolante. Il PCT può essere utile specialmente in quei cani che hanno una piastrinopenia con macropiastrine, fisiologica (es. i cavalier King Charles spaniels) o patologica. Un valore di PCT normale esclude quindi una piastrinoipenia reale, anche se la conta piastrinica risultasse bassa. Impariamo a darci sempre un occhiata nei casi dubbi.

L'MPC è il "Mean Platelet Component Concentration": questo indica il contenuto medio (granularità) delle piastrine. Sebbene ci siano pochi dati in letteratura veterinaria, si è osservata una riduzione dell'MPC in corso di attivazione piastrinica (degranulazione), per esempio in corso di grave infiammazione/sepsi nel cavallo o nell'anemia emolitica immuno-mediata del cane.

L'indice "MPM" misura la Mean Platelet Dry Mass, ovvero la massa secca occupata dalle piastrine. Su questo dato purtroppo non ci sono grosse informazioni bibliografiche.

I valori indicati con la "W" stanno ad indicare l'ampiezza (Width) dei singoli indici, ovvero quanto sono difformi tra loro le piastrine per volume (PDW), contenuto in granuli (PCDW) e massa secca (PMDW).

Infine il termine Large PLT indica la quantità di piastrine con volume superiore ad una determinata soglia (ovvero quante sono le piastrine troppo grandi per quella specie).

Nella prossima puntata ci concentreremo sulla valutazione dei reticolociti e quindi sulla capacità rigenerativa del paziente in esame.

Walter Bertazzolo

 



  • Creato il: 2019-01-21 - 09:53:18
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Incominceremo oggi ad analizzare la parte del nostro emogramma relativa alle piastrine. So che il termine "stima piastrinica adeguata" e "stima piastrinica inadeguata" genera ancora un po' di confusione in molti colleghi. Vediamo di spiagare come interpretare numeri e commento:

 

Come potete notare nell'immagine sopra, estratta da un nostro emogramma, la prima cosa che dobbiamo valutare è il numero di piastrine a sinistra. Questo è il risultato della conta automatica dello strumento. Tuttavia in alcune situazioni (non così rare per la verità), per effetto della tendenza alla spontanea aggregazione piastrinica, questa conta automatica può risultare errata o meglio inaccurata. Da ciò l'importanza di valutare al microscopio uno striscio ematico preparato a fresco, nel quale fare la cosiddetta "stima piastrinica". In parole povere, l'operatore valuterà la quantità di aggregati e di piastrine al fine di stabilire "ad occhio", se il numero presente nello striscio è inferiore al normale (stima INADEGUATA), è normale (stima ADEGUATA) o se addirittura è superiore al fisiologico (stima AUMENTATA). In questa maniera abbiamo la possibilità di fare una doppia valutazione della concentrazione piastrinica: la conta automatica sarà sicuramente più accurata e quindi più affidabile qualora non ci siano fenomeni di aggregazione piastrinica, mentre la valutazione al microscopio, sicuramente più grossolana, potrà però essere sfruttata per confermare il dato strumentale oppure per smentirlo (in caso di aggregazione piastrinica). L'esempio classico è l'emogramma con una conta piastrinica bassa ma con una stima adeguata per la presenza di numerosi aggregati: questo paziente NON è da considerarsi trombocitopenico.

Lo strumento utilizzato nel nostro laboratorio (ADVIA 2120) risente molto meno invece della presenza di macropiastrine, che possono venir contate scorrettamente con la maggior parte delle altre contaglobuli, con le quali vengono facilmente scambiate per eritrociti. Anche in questo caso però la valutazione della stima piastrinica ci può venire in aiuto per confermare o smentire una eventuale trombocitopenia emersa nella conta automatica.

Nella prossima puntata cercherò di spiegarvi (cosa non semplicissima) il significato degli indici piastrinici misurati dall'ADVIA 2120.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-11-19 - 16:09:35
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Cari colleghi, eccoci ad una nuova puntata relativa ai nostri emogrammi. Come anticipato nella puntata n° 6, vi avrei parlato oggi del significato del termine LUC, che compare nella formula leucocitaria. Il termine LUC significa "Large Unstainded Cells". Gli strumenti per ematologia della serie ADVIA utilizzano due diversi metodi per il riconoscimento delle varie popolazioni leucocitarie. Uno di questi utilizza la tecnologia laser per distinguere le cellule in base al loro contenuto in mieloperossidasi e in base alle loro dimensioni. Nel grafico a lato si vede come le cellule di un normale campione canino si separano: l'asse X corrisponde al contenuto in mieloperossidasi, mentre l'asse Y alle dimensioni cellulari.

In posizione 1 si raggruppano le cellule più piccole e senza mieloperossidasi (linfociti), in 2 i monociti, in 3 i neutrofili ed in 4 gli eosinofili. In posizione 6 ci sono gli aggregati piastrinici. La posizione 5 corrisponde a cellule di ampie dimensioni, ma prive di mieloperossidasi (LUC). Un aumento consistente delle cellule in questa area è conseuente alla presenza in circolo di elementi di ampie dimensioni, di possibile derivazione linfoide (es. in un linfoma leucemico) o di blasti (es. in corso di alcune leucemie). Pertanto un aumento della quota del LUC deve essere sempre preso come un segnale di allarme, che deve indurci a cercare cellule "anomale" nello striscio ematico.



  • Creato il: 2018-09-27 - 13:15:49
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Continuiamo ad approfondire i dati riportati nei nostri emogrammi: parliamo oggi della formula leucocitaria. Come potete notare nella figura a lato, nel nostro emogramma compaiono sia la % delle singole popolazioni leucocitarie che la loro concentrazione assoluta. Sarà forse banale sottolinearlo, ma ancora oggi molti colleghi interpretano scorrettamente questi dati. Cerchiamo quindi di fare chiarezza.

Le % non hanno alcun significato clinico e servono solo per il calcolo delle concentrazioni delle singole popolazioni di neutrofili, linfociti, monociti, ecc. Al fine dell'interpretazione clinica è importante valutare solo i valori delle concentrazioni dei vari leucociti per uL. Un paziente potrebbe infatti avere una % di neutrofili apparentemente elevata (es. 80%), ma se il numero totale di leucociti è 10.000/uL, la conseguente concentrazione di neutrofili diverrebbe 10.000 x 0.80 = 8000/uL. Tale valore è assolutamente normale, pertanto questo paziente non presenterebbe in realtà neutrofilia. Viceversa potremmo avere un paziente con una % di neutrofili del 70% ma con WBC totali pari a 25.000/uL, la concentrazione di neutrofili risulterebbe pari a 25.000 x 0.7 = 17.500/uL, ovvero un valore superiore al normale (neutrofilia).

Noterete anche che tra i leucociti compare un acronimo dal significato apparentemente  "oscuro": LUC. Di cosa si tratta? ne parleremo nella prossima puntata.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-07-16 - 08:15:47
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Nel precedente appuntamento alla scoperta dell'emogramma MyLav, vi abbiamo parlato degli nRBC e di come la loro presenza possa alterare la conta dei leucociti. Essendo cellule nucleate, questi eritrociti immaturi vengono infatti contati dagli analizzatori di ematologia tra i globuli bianchi, ed in particolare vengono solitamente confusi coi linfociti dagli strumenti di misura (anche se sono laser).

Continuando a scorrere l'emogramma noterete che alla voce WBC (ovvero leucociti, "White Blood Cells"), viene riportato sia WBC che WBCcorr: il primo corrisponde al numero di cellule nucleate totali nel campione, il secondo solo ai veri e propri leucociti, al netto della eventuale presenza di nRBC. Se non ci sono nRBC nel campione, il numero di WBC e WBCcorr risulterà ovviamente sovrapponibile. Ma se nello striscio ematico si osservano quantità rilevanti di nRBC, lo strumento misurerà una quantità di WBC più alta della realtà, e quindi la conta leucocitaria deve essere corretta. Facciamo alcuni esempi: immaginiamo che la contaglobuli abbia contato 20.000/uL WBC totali, ecco cosa succede in tre differenti scenari:

1) Non ci sono nRBC nello striscio: allora il numero reale di WBC è 20.000/uL, quindi i WBCcorr risulteranno per l'appunto 20.000/uL

2) Ci sono 10% di nRBC sul totale delle cellule nucleate: allora il numero totale di WBCcorr sarà = 20.000 - (20.000 x 10/100) ovvero 18.000/uL

3) Ci sono moltissimi nRBC, per esempio il 50% delle cellule nucleate (come nella foto a fianco): allora il numero di WBCcorr sarà 20.000 - (20.000 x 50/100) ovvero 10.000/uL

Da questi esempi si capisce come il numero di leucociti reali in un campione può essere fortemente influenzato dalla presenza di globuli rossi immaturi nucleati, e questo dato va tenuto ben presente nella interpretazione del leucogramma. Ovviamente tutte le conte delle frazioni leucocitarie (neutrofili, linfociti, monociti, eosinofili e basofili) verrà fatta a partie dalla conta WBCcorr e non su quella totale, proprio per evitare errori di interpretazione clinica. Ma di questo ne parleremo nella prossima puntata.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-06-11 - 07:17:10
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Proseguendo il nostro percorso alla scoperta dell’emogramma MyLav, oggi spiegherò il significato della sigla NRBC che segue immediatamente gli indici eritrocitari.

Questo acronicmo sta per “Nucleated Red Blod Cells” ed indica pertanto i precursori nucleati degli eritrocitici, che in condizioni normali non sono presenti nel sangue periferico, se non in % irrisorie.

In certe condizioni patologiche (es. Anemie fortemente rigenerative, diseritropoiesi) o para-fisiologiche (es. Ematopoiesi extra-midollare) il numero di NRBC nel sangue periferico può aumentare in maniera significativa. Il principale problema che ne risulta è che queste cellule vengono conteggiate dalle contaglobuli come se fossero dei leucociti, aumentando quindi il numero di WBC misurato in maniera artificiosa. Nessuna contaglobuli infatti, nemmeno le più sofisticate e costose, riesce a identificare in maniera accurata questi precursori, che per le loro caratteristiche morfologiche vengono di solito confusi con linfociti (vedi immagine a fianco). Nel nostro emogramma questi precursori vengono conteggiati come numero di NRBC ogni 100 WBC e devono essere determinati mediante valutazione dello striscio ematico al microscopio. Per cui se nello striscio si vedono ad esempio 10 NRBC ogni 100 leucociti contati, nell’emogramma coparirà NRBC/100 WBC: 10.

Da queste permesse nasce quindi la necessità di modificare il numero dei WBC in base alla quantità di NRBC presenti, determinando il cosidetto “WBC corretto”, che esprime la reale concentrazione di leucociti nel sangue. Ma di questo ci occuperemo nella prossima puntata. A presto.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-04-16 - 07:43:15
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Cari colleghi, vi siete mai chiesti cosa significano quelle sigle con la "W" che immediatamente seguono gli indici eritrocitari nei nostri emocromi? Cercherò di spiegarlo con questo nuovo blog di aggiornamento ematologico.

La W sta per "width" ovvero ampiezza, e i tre acronimi indicano quindi la varibilità dei volumi eritrocitari (RDW), del contenuto (CHDW) e della concentrazione (HDW) intra-eritrocitarie di emoglobina.

Questi tre indicatori tendono quindi ad aumentare allorché ci sia difformità di volumi degli RBC e del loro contenuto emoglobinico. Ciò si può verificare tanto nelle forme di rigenerazione midollare (es. anemie rigenerative) che di diseritropoiesi (es. anemie carenziali, patologie midollari primarie, ecc.).

Per i veri appassionati, in allegato potete scaricare un PDF che riassume il significato di questi indici spiegato con termini un po' più tecnici.

Buona lettura, Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-02-05 - 11:29:22
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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Cari colleghi, alcuni di voi ci hanno chiesto chiarimenti relativamente ai numerosi dati che vengono forniti dai nostri emogrammi. Ho quindi deciso di inaugurare una nuova sezione del blog, EMATOLOGIA per l'appunto, in cui cercherò di volta in volta di chiarire il significato di questi numeri dal significato apparentemente “occulto”.

Va innanzitutto ricordato che la contaglobuli utilizzata presso il nostro laboratorio è un ADVIA 2120, strumento che è in grado di analizzare i campioni di sangue con tecnologie molto avanzate e non disponibili con le comuni contaglobuli che siamo abituati ad utilizzare in clinica.

Oggi inizierò spiegandovi perchè nei nostri emocromi compare sia il valore di emoglobina (indicata come "HGB") che di emoglobina intra-eritrocitaria (indicata come "cellular HGB").

Il valore di HGB è misurato come in ogni altra contaglobuli, lisando tutti gli eritrociti e misurando quindi l’emoglobina liberatasi mediante un banale metodo spettrofotometrico.

Il valore di Cellular HGB invece è determinato da ADVIA misurando direttamente il contenuto di emoglobina all’interno di ogni singolo eritrocita.

La differenza tra i due metodi di misurazione dell’emoglobina è anche definito HGB-delta.

In condizioni ideali, i valori di HGB e di Cellular HGB ovviamente devono coincidere, anche se ci possono essere lievi differene tra i due (solitamente non superiori ai 0,5-1 g/dL).

Nel caso in cui la discrepanza tra i due valori sia marcata, bisogna considerare che ci possa essere una emolisi (in vivo o in vitro) o che sia presente qualche sostanza interferente (per esempio infusione di emoglobina sintetica o lipemia), situazioni nelle quali l’HGB risulta falsamente aumentata rispetto al reale contenuto intra-eritrocitario.

Nella prossima puntata spiegeremo come ADVIA determina gli indici eritrocitari e come sfruttarli al massimo.



  • Creato il: 2017-11-12 - 18:26:22
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: EMATOLOGIA

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