Login

MyLav blog

Vi siete mai chiesti quanto e come può influire la contaminazione ematica al prelievo, sui risultati dell'esame del liquor, in particolare per quel che concerne il numero di RBC, di cellule nucleate e sulla concentrazione proteica?

Non esistono pareri concordi sull'argomento, e diverse fonti bibliografiche riportano metodi di correzione contraddittori su come modificare i risultati del liquor inbase alla quantità di eritrociti presenti nel campione.

Un recente studio pubblicato su Veterinary Clinical Pathology (MacNeil et al, VCP 2018; 47: 464-470) ha valutato il possibile effetto confondente della contaminazione ematica in due modi differenti:

1) Retrospettivamente, attraverso un'analisi statistica dei risultati nel database del laboratorio dell'Università del Colorado. I campioni con una sospetta contaminazione ematica iatrogena (108 campioni di LCR), sono stati confrontati con quelli privi di contaminazione (679 campioni di LCR), al fine di valutare se esistessero differenze significative in numero di RBC, cellule nucleate e concentrazione proteica. Come vedete dall'immagine sotto, non sembrava esserci una differenza evidente in termini di conteggio cellulare e concentrazione proteica, a dispetto della diversa quantità in RBC.

 

2) Prospetticamente, creando delle contaminazioni seriali di campioni di liquor con quantità fisse di sangue, al fine di creare una contaminazione ematica fittizia. I campioni così contaminati sono stati analizzati per verificare l'effetto atteso. Anche in questo caso, a dispetto di una crescente contaminazione ematica indotta artificialmente, il numero di cellule nucleate e la concentrazione proteica non sembravano modificarsi significativamente (vedi immagine sotto in 10 campioni di liquor modificati artificiosamente).

Gli autori concludono quindi che non è possibile stabilire una relazione matematica affidabile che possa correggere il numero di cellule nucleate e la concentrazione proteica, in base alla quantità di eritrociti nel campione. La presenza di un elevato numero di cellule nucleate o un'abnorme concentrazione proteica non dovrebbero pertanto venir giustificate dalla sola contaminazione ematica iatrogena indotta dalla centesi, e dovrebbero pertanto essere conseguenti ad un processo patologico in atto.

Walter Bertazzolo, Dirtettore Scientifico del Laboratorio MYLAV



  • Creato il: 2019-04-22 - 21:39:00
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Nell’approccio diagnostico al paziente neoplastico, la ricerca di cellule metastatiche nei linfonodi drenanti la neoplasia è un passo fondamentale per una corretta stadiazione, utile a sua volta per ottimizzare la terapia ed emettere una prognosi. L’esame citologico è un strumento di indagine ottimale per questo scopo, data la ridotta invasività e la maggior velocità di esecuzione e processazione del campione. Ma qual è la sensibilità e la specificità dell’esame citologico nell’identificare le cellule metastatiche nei linfonodi? Qual è il significato dei campioni non diagnostici? Che importanza ha campionare più di un linfonodo durante il processo di stadiazione? Un recente studio dei colleghi dell’università di Edimburgo (Fournier et al. Veterinary Clinical Pathology 2018;47:489-500) ha cercato di dare risposta a queste domande, prendendo come oggetto di studio i tumori solidi del cane. Su un campione retrospettivo di 187 soggetti (di cui 32% con metastasi linfonodale), la sensibilità e la specificità dell’esame citologico, utilizzando  come gold standard l’istopatologia, sono risultati essere rispettivamente 81% e 91%. Le false positività e negatività dell’esame citologico non sembrano dipendere né dalla dimensione del linfonodo campionato, né dal tempo intercorso tra il campionamento citologico e quello istopatologico (intervallo di tempo comunque non superiore a un mese). Gli autori hanno quindi suddiviso ed analizzato i casi secondo diverse categorie di neoplasia: per i carcinomi la sensibilità è stata massima (100%), dimostrando che l’esame citologico raramente è causa di falsi negativi in questo tipo di neoplasie. Melanomi e mastocitomi hanno mostrato invece un numero maggiore di falsi negativi (sensibilità rispettivamente di 63% e 75%). Secondo gli autori, ciò è spiegato dalla difficoltà del patologo nel differenziare, nelle prime fasi dell’invasione metastatica, le cellule neoplastiche dalle cellule presenti fisiologicamente nel linfonodo. In particolare, per i melanomi, è spesso problematico distinguere i normali melanofagi (macrofagi contenenti melanina) dai melanociti neoplastici; analogamente, i mastociti normalmente e occasionalmente presenti nei linfonodi sono indistinguibili dalla maggior parte dei mastociti neoplastici.

La raccolta di un campione non diagnostico (25% dei casi esaminati) è risultato essere associata, prevedibilmente, a linfonodi non aumentati o lievemente aumentati di volume. Ciò è particolarmente vero per i linfonodi sottolombari, di per se difficili da campionare. E' importante sottolineare come la prevalenza di metastasi in caso di linfonodi di normali dimensioni può arrivare fino al 40% in alcune neoplasie (ad esempio nel melanoma): è quindi consigliabile eseguire comunque l’exeresi chirurgica e l’esame istopatologico in questi casi, e non basarsi solo sull’esame citologico che ha più probabilità di condurre a risultati falsamente negativi o inconclusivi.

È stato inoltre visto che il 24% dei cani esaminati presentava metastasi in più di un linfonodo al momento della diagnosi. Ciò è stato descritto soprattutto per le neoplasie che colpiscono cranio, regione cervicale, perineo e scroto: in questi casi è frequente la presenza di cellule metastatiche anche nel linfonodo controlaterale alla sede delle neoplasia. In base questi risultati gli autori suggeriscono quindi di non limitarsi a campionare un singolo linfonodo durante il processo di stadiazione, ma di ampliare l’area di indagine.

Marco Giraldi, Ugo Bonfanti & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2019-01-14 - 09:21:41
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Come promesso nel Blog precedente vi riportiamo un aggiornamento relativo alla problematica della cistinuria nel gatto (anche se molte di queste informazioni sono traslabili anche al cane, in cui è sicuramente più frequente). 

Introduzione e patogenesi: la cistinuria è un problema considerato estremamente raro nel gatto. La cistinuria in realtà deve essere inquadrata in un disturbo tubulare renale molto più complesso. In questi pazienti infatti, i tubuli renali sono spesso disfunzionali e non sono in grado di riassorbire numerosi amminoacidi (amminoaciduria). In casi più rari sono presenti disfunzioni tubulari più complesse, ma spesso asintomatiche. Tra gli amminoacidi che vengono persi nel lume tubulate, la cistina rappresenta quello meno solubile e di conseguenza, se sono presenti alcune condizioni (pH urinario acido, urine molto concentrate), può precipitare a formare i caratteristici cristalli (vedi foto a lato e blog precedente) e conseguentemente a formare calcoli. Bisogna considerare, tuttavia, che i pazienti che vediamo con urolitiasi da cistina o cristalluria di cistina, rappresentano solo la punta di un iceberg, poiché in molti casi l’escrezione di questo amminoacido è sì patologica, ma non conduce a nessun rilievo clinico o clinicopatologico rilevabile.

Si pensa che il problema nel gatto sia legato ad un difetto genetico non ancora chiaramente identificato, mentre nel cane sono presenti numerosi studi in merito che hanno identificato un numero sempre crescente di razze potenzialmente predisposte o che più frequentemente presentano il problema genetico. Nel gatto, uno studio che riporta 11 casi di cistinuria ha ritrovato il problema prevalentemente in gatti siamesi (6/11), comune europeo (3/11) e altre razze (2/11). A differenza del cane, in cui il problema è nella quasi totalità dei casi ritrovabile nel maschio (98% dei casi), nel gatto la maggioranza dei pazienti è invece di sesso femminile (9/11 femmine nello studio precedente, di cui 7 sterilizzate).

In maggiore dettaglio, la cisteina deriva dal metabolismo della metionina che viene trasformata in cisteina; la cisteina è fortemente solubile, ma viene ossidata a cistina prima dell’escrezione renale. L’amminoacido, quindi, è eliminato quasi totalmente sotto forma di cistina che risulta decisamente poco solubile nell’ambiente urinario (questo concetto deve essere ricordato per comprendere poi l’approccio terapeutico; grazie all’uso di alcuni farmaci, infatti, questo processo può essere convertito per portare alla formazione di cisteina da cistina riducendo o evitandone la cristallizzazione). Come citato in precedenza, inoltre, la solubilità si riduce ulteriormente quando siamo in presenza di un pH urinario acido, urine molto concentrate ed eccessiva concentrazione di cistina.

Epidemiologia: nel gatto, la frequenza di urolitiasi di cistina, dai pochi dati presenti in letteratura, è quantificabile allo 0,3-0,6% di tutti i calcoli ritrovati nel gatto. Morfologicamente, quando presenti, i calcoli si presentano di solito rotondeggianti, di colore giallastro e con superficie liscia o leggermente rugosa (ricordiamo che non è possibile l’identificazione dei calcoli dalla sola analisi morfologica!). I gatti di solito presentano piccoli uroliti a localizzazione quasi esclusivamente vescicale e che possono poi dislocarsi a livello uretrale (nel cane gli uroliti di cistina possono localizzarsi anche a livello renale con dislocazione ureterale, e, siccome colpiscono quasi esclusivamente i maschi, sono di solito causa di ostruzione uretrale dopo dislocazione dalla vescica)

Diagnosi: come citato sopra il gatto può presentare o meno segni clinici riferibili all’urolitiasi o i calcoli possono essere evidenziati con diagnostica per immagini (ecografia addominale). La radio-opacità dei calcoli di cistina è considerata moderata-scarsa, ovvero questi calcoli possono non essere radiologicamente visibili. 

L’esame urine mette in evidenza di solito:

  • PS elevato (>1035-1040)
  • pH acido (<6.5)
  • cristalluria di cistina (patognomonica; attenzione perché l’assenza di cristalluria non consnete di escludere la cistinuria)
  • eventuale presenza di sedimento infiammatorio
  • eventuali segni di infiammazione del tratto urinario (frequente complicazione soprattutto nel cane)
  • possibile quantificazione della cistinuria tramite metodiche specifiche di chimica urinaria (scarsamente disponibile)

La funzionalità renale di questi animali è normale, nonostante il difetto tubulare, salvo quando non siano presenti segni di danno renale acuto post-renale (ostruzione del tratto urinario).

La diagnosi definitiva si ottiene con l’analisi del calcolo (idealmente analisi quantitativa con spettroscopia infrarossa) o con la visualizzazione dei caratteristici cristalli all'esame del sedimento urinario (meglio se in combinazione).

Trattamento e prevenzione: non esiste un trattamento eziologico specifico per la cistinuria, ma la terapia è mirata a ridurre l’escrezione di cistina e ad aumentarne la solubilità. Tale trattamento dovrà essere continuato per tutta la vita del paziente. Il clinico deve ricordare che gli uroliti di cistina possono essere dissolti con terapia medica. La terapia prevede:

  • aumento della diuresi
  • utilizzo di una dieta con restrizione proteica e a basso contenuto di metionina e di sodio
  • alcalinizzazione urinaria (tramite dieta e/o farmaci/integratori; es.: Citrato di potassio) per aumentare la solubilizzazione della cistina
  • utilizzo di farmaci (es.: Tiopronina o D-penicillamina) in grado di aumentare la solubilità della cistina o favorire una maggiore escrezione di cisteina (maggiormente solubile) (es.: Acido ascorbico)
  • controllo delle infezioni del tratto urinario
  • castrazione (indicata nel cane in cui la malattia è presente quasi esclusivamente in soggetti di sesso maschile)

Tramite questa terapia i target da raggiungere sono i seguenti:

  • PS urinario < 1025-1030 (gatto); <1020 cane
  • pH urinario ≥ 7,5
  • assenza di cristalluria di cistina o di altre tipologie (es.: struvite)
  • assenza di sedimento attivo/infezione del tratto urinario (necessario esame batteriologico)
  • scomparsa/riduzione dimensioni dei calcoli di cistina
  • riduzione della concentrazione di urea sierica (come indicatore dell’uso di una dieta ipoproteica associata ad induzione della diuresi)

Francesco Dondi e Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2018-08-27 - 12:57:28
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Molti di noi avranno avuto modo di imbattersi in pazienti canini con versamento pericardico, solitamente di aspetto emorragico. Mentre la diagnosi clinica è relativamente semplice, essendo basata sui rilievi dell’esame fisico, sulla diagnostica per immagini e sulla raccolta ed esame del versamento, non altrettanto si può dire sulla definizione della causa sottostante. La maggior parte dei versamenti pericardici del cane è infatti secondaria a neoplasie (es. chemodectomi della base cardiaca, emangiosarcoma dell’auricola, mesoteliomi pericardici, ecc.) o a processi infiammatori ad eziologia sconosciuta (pericarditi idiopatiche). Da un lato le neoplasie non sono semplici da identificare, in quanto richiedono una biopsia chirurgica o un esame citologico mirato; dall’altro l’esame citologico del versamento mostra regolarmente rilievi aspecifici non particolarmente utili a definirne l’eziologia sottostante: presenza di non rari macrofagi/emosiderofagi e cellule mesoteliai su fondo ematico (vedi foto a fianco).

 

Come per l’uomo, anche nel cane sono stati presi in considerazione gli agenti infettivi, quali possibili responsabili delle infiammazioni croniche delle pericarditi idiopatiche. Non ci sono studi tuttavia che hanno dimostrato una consistente associazione tra infezioni virali o batteriche e la pericardite idiopatica, se non sporadici case report.

Un recente studio ha cercato di valutare l’associazione tra il versamento pericardico e la presenza di possibili agenti patogeni trasmessi da vettore (vector borne pathogens - VBP). Su 68 cani con effusione pericardica, 16 (23,5%) presentavano una positività a PCR su sangue e/o versamento per uno dei seguenti agenti infettivi: Leishmania, Babesia canis o B. gibsoni, Hepatozoon canis, Anaplasma platys. La frequenza della positività era significativamente superiore tra i cani con versamento rispetto al gruppo di controllo, ma non c’erano invece differenze significative tra i cani con versamento associato a neoplasia e versamento idiopatico. Gli autori pertanto sottolineano il possibile ruolo patogeno/predisponente di alcuni VBP nel determinare vasculite, angiogenesi, infiltrazione con parassiti (es. amastigoti di Leishmania) e cellule infiammatorie, miocardite e disfunzione cardiaca.

Sebbene i risultati del presente sudio siano da considerarsi solo prelieminari visto il ridotto numero di casi arruolati, alcuni VBP dovrebbero venir considerati tra le possibili cause scatenanti o comunque potenzialmente predisponenti. I cani con versamento pericardico dovrebbero quindi essere attentamente indagati non solo per la ricerca di neoplasie cardiache/pericardiche e della base cardiaca, ma anche per sottostanti possibili infezioni croniche e sub-cliniche.

  

Tratto da: Tabar et al. (2018) PCR evaluation of selected vector-borne pathogens in dogs with pericardial effusion. Journal of Small Animal Practice; 59: 248-252



  • Creato il: 2018-07-23 - 08:01:45
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

La misurazione della citrullina sierica è stata proposta in passato quale possibile marker di funzione intestinale. Essendo nell'uomo sintetizzata esclusivamente a livello di enterociti, è stato ipotizzato che la sua concentrazione ematica fosse quindi correlata con la massa enterica funzionante. Nell’uomo numerosi studi sembrano confermare la sua utilità in gastroenterologia. In veterinaria tuttavia, un solo studio in passato ha confermato questi dati, ma era relativo a un gruppi di cani affetti da gastro-enterite acuta causata da parvovirosi.

La nostra consulente in medicina interna Magda Gerou-Ferriani, insieme ad altri autori, ha pubblicato recentemente un interessante studio su Journal of Veterinary Internal Medicine, relativo all’utilizzo della citrullina nella valutazione diagnostica e prognostica delle enteropatie croniche canine. I risultati sono stati molto sorprendenti, e anche scoraggianti: la concentrazione di citrullina sierica non differiva infatti tra i cani con enteropatia cronica e i controlli, e non differeniva nemmeno tra le diverse cause di enteropatia. Inoltre non vie era nessuna differenza correlabile con la gravità della patologia (score CIBDAI), alla presenza o meno di enteropatia proteino-disperdente, e nemmeno con la prognosi delle patologie valutate e la eventuale risposta terapeutica.

In conclusione, sostengono gli autori, non si è potuta rilevare nessuna differenza significativa tra i vari gruppi, rendendo questo analita praticamente inutile nelle forme croniche canine. Probabilmente in queste enteropatie del cane non si assiste ad una drastica riduzione della massa di enterociti come in alcune gravi patologie umane o nella parvovirosi canina. 

Per chi volesse leggere l'intero studio, in allegato potete scaricare l'articolo completo Open-Access.

Buona lettura, Walter Bertazzolo & Magda Gerou-Ferriani



  • Creato il: 2018-05-13 - 20:59:28
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, dopo le linee guide della società Europea di Dirofilariosi e Angiostrongilosi (ESDA) relative alla filariosi cardiopolmonare canina e felina, vi parliamo oggi delle medesime indicazioni relative alla filariosi cutanea (da Dirofilaria repens, anche nota come Noctiella repens).

Questa parassitosi ha delle conseguenze cliniche molto più modeste rispetto alla forma cardiopolmonare, restando per lo più asintomatica o causando noduli sottocutanei. Tuttavia essa può condurre a problemi diagnostici differenziali con l’infezione da D. immitis, in particolare allorché si rilevino microfilarie circolanti. Inoltre la sua diffuzione sul nostro territorio è divenuta tale che non la si possa più considerare una infestazione rara nel cane, mentre lo è nel gatto.

L’infestazione viene individuata mediante:

1) Rilievo accidentale di microfilarie circolanti: una accurata valutazione microscopica permette la differenziazione con le larve da D. immitis.

2) Identificazione di noduli sottocutanei contenenti parasiti adulti (visibili all’esame ecografico) e/o larve (visibili all’esame citologico, vedi foto a fianco).

Ovviamente il test antigenico per D. immitis risulterà negativo nei pazienti infetti da D. repens, a meno che non abbiano una infestazione mista.

In allegato potete scaricare il documento completo redatto dalla ESDA relativo alla gestione clinica di questa infestazione. Buona lettura.

Walter Bertazzolo & Francesco Albanese



  • Creato il: 2018-04-08 - 20:10:17
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, questa settimana ci occuperemo delle linee guida relative alla diagnosi e gestione clinica della filariosi felina, secondo quanto recentemente pubblicato dalla ESDA (European Society of Dirofilariosis and Angiostrongylosis). In allegato potete scaricare il documento integrale, liberamente accessibile sul sito ufficiale, nel quale vengono forniti utili aggiornamenti riguardo questa parassitosi un po' trascurata e soprattutto difficile da diagnosticare.

Per quel che è di nostro specifico interesse, ovvero la diagnostica di laboratorio, si sottolineano i seguenti aspetti da considerare attentamente:

1) I test antigenici canini possono essere utilizzati anche per il gatto, trattandosi di ricercare gli stessi antigeni parassitari. Tuttavia, dato che le cariche parassitarie nei gatti sono solitamente molto basse e spesso i parassiti non giungono a maturazione completa, è frequente ottenere risultati falsamente negativi. Inoltre si ritiene che i gatti presentino spesso complessi antigene-anticorpo che mascherino la rilevazione dei primi al test. Pertanto i test antigenici canini sono da considerarsi altamente specifici in caso di risultato positivo, ma anche molto poco sensibili. Un pretrattamento del siero a 103° C per 10 minuti  è secondo alcuni autori consigliabile per aumentare la sensibilità del test: con il riscaldamento si tenderebbero infatti a liberare gli antigeni dai complessi antigeni anticorpi.

2) I test anticorpali rilevano invece le immunoglobuline dirette specificatamente contro le filarie adulte o in via di sviluppo, e sono caratterizzate da sensibilità diagnostica buona ma specificità non ottimale, potendo dare dei risultati falsamente positivi (probabilmente per cross-reattività con altri parassiti).

3) Ricerca di microfilarie con test di Knott: la microfilariemia nel gatto è un evento alquanto raro e solitamente è riconducibile a occasionali infestazioni cutanee/sottocutanee causate da Dirofilaria (Noctiella) repens (vedi figura sopra). Dato che difficilmente la Dirofilaria immitis raggiunge una maturazione sessuale nel gatto e che le infezioni sono pauci-parassitarie, è molto  improbabile avere almeno due adulti di entrambi i sessi nello stesso paziente, tale da poter produrre microfilarie rilevabili nel circolo periferico. Se tuttavia queste vengono individuate mediante il test di Knott, allora la diagnosi di dirofilariosi cardiopolmonare è certa al 100%.

Dato che per i motivi sopra esposti, nessuno di questi esami ha una accuratezza diagnostica ottimale, per avere la massima possibilità di individuare l'infestazione è consigliabile eseguirli tutti contemporaneamente in un paziente con sospetto clinico.

Walter Bertazzolo & Luigi Venco



  • Creato il: 2017-12-13 - 17:26:46
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Tratto da Woolcock et al JVIM 2017; 31: 1691-1699

La trombocitosi è definita come un aumento del numero di piastrine nel sangue periferico (vedi Figura 1 a fianco) e si distingue in:

1) Primaria: disordine proliferativo che interessa la linea megacariocitica/piastrinica dalle cause sconosciute ed è definita come “trombocitemia essenziale”. Per la diagnosi di questa rara condizione è necessario escludere tutte le altre cause di trombocitosi secondaria sotto elencate.

 

2) Secondaria: molto più comune della primaria, può dipendere da numerose condizioni patologiche:

a) Infiammatorie: è causata da una iperproduzione di citokine infiammatorie, tra cui l’interleukina-6, che promuove la sintesi epatica di trombopoietina (TPO), ormone che stimola la produzione di piastrine nel midollo osseo

b) Traumatiche: causata probabilmente da meccanismi differente tra cui infiammazione e stimolazione della trombopoiesi a seguito della perdita ematica

c) Neoplastiche: anche in questo caso i meccanismi eziopatogenetici sono multipli ed includono induzione di infiammazione, emorragie e possibile produzione di sostanze trombopoietiche direttamente da parte del tumore

d) Endocrine (es. Iperadrenocrticismo spontaneo): il cortisolo tende ad aumentare la concentrazione piastrinica secondo meccanismi non ben definiti. Anche l’ipersecrezione di catecolamine aumenta momentaneamente la concentrazione piastrinica, soprattuto per contrazione splenica (che rappresenta una riserva di piastrine)

e) Splenectomia: la milza è un serbatoio naturale di piastrine e la sua rimozione conduce ad aumenti persistenti e moderati della concentrazione piastrinica

f) Trombocitosi “rebound”: è secondaria a gravi condizioni di piastrinopenia, nelle quali la causa della riduzione piastrinica viene successivamente rimossa o controllata. Il midollo osseo, divenuto nel frattempo iperplastico, produce quindi un aumentato numero di piastrine

g) Carenza di ferro: le anemie emorragiche croniche conducono a carenza di ferro e a trombocitosi, probabilmente perché il ferro è un inibitore naturale della TPO e in sua carenza l’effetto di quest’ultima è incrementato

h) Somministrazione di alcuni farmaci tra cui cortisonici, epinefrina e vincristina.

 

La trombocitosi può essere un problema clinico, soprattuto se persistente ed “estrema” (ovvero con conte piastriniche >1.000.000/uL), essendo associata a rischi tromboembolici documentati nell’uomo.

 

Uno studio realizzato presso la Pordue University ha valutato quali fossero le condizioni patologiche più comunemente associate a trombocitosi nel cane. Sono stati inclusi nello studio quei casi che presentavano conte piastriniche >500.000/uL nel quinquennio 2011-2015. La prevalenza di trombocitosi era del 5.4% considerando il numero di emocromi analizzati, e del 7.2% considerando il numero di cani affetti (alcuni cani erano stati sottoposti a più emocromi nel quinquennio).

Le principali cause di trombocitosi erano le neoplasie (circa la metà dei casi), seguite a breve distanza dalle patologie infiammatorie. Numerosi tipi tumorali erano associati a trombocitosi tra cui in ordine di frequenza i carcinomi transizionali, il linfoma, i sarcomi ed il mastocitoma. Le endocrinopatie (Cushing, diabete mellito e ipotiroidismo) rappresentavano circa 1/10 dei casi riscontrati. Un numero elevato di soggetti (circa 16%) presentava tuttavia patologie multiple e in molti casi vi era un concomitante trattamento con cortisonici (circa 1/3 dei casi totali individuati nello studio).

Non vi erano differenze significative nell’entità della trombocitosi in queste diverse categorie (vedi Figura 2 tratta dall'articolo originale, disponibile liberamento online).

Non si riscontrava nessun caso di trombocitemia essenziale, confermando la rarità della condizione.

 

In conclusione, da questo studio emergeva come:

- La trombocitosi è quasi sempre associata a neoplasie, malattie infiammatorie e/o trattamenti con cortisonici

- Le principali patologie infiammatorie riscontrate erano le malattie immuno-mediate, le infiammazione gastro-enteriche e quelle epatobiliari

- La somministrazione di cortisonici in molte di queste patologie potrebbe essere la vera causa di trombocitosi, talora estrema

- La pseudo-iperkaliemia è un riscontro comune nei cani con tromboitosi ed è legata ad un rilascio eccessivo di potassio da parte delle piastrine in-vitro.

- Rischio tromboembolico: a differenza dell’uomo, non ci sono dati certi relativi al rischio tromboembolico nei cani con tromboitosi, e di conseguenza mancano linee guida terapeutiche a riguardo

Walter Bertazzolo, Pino Menga & Ugo Bonfanti

 

 



  • Creato il: 2017-12-05 - 15:44:24
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, la European Society of Dirofilariosis and Angiostrongylosis (ESDA) ha recentemente pubblicato le linee guida per la diagnosi e la gestione clinica delle diverse forme di filariosi canina e felina.

Vi alleghiamo il documento che riassume tutti gli step essenziali per gestire correttamente la filariosi cardiopolmonare canina. Per quanto è di nostro interesse, ovvero la diagnostica di laboratorio della malattia, si enfatizzano i seguenti punti:

1) I test antigenici sono dotati di ottima accuratezza diagnostica, tranne che nel caso di infestazioni con un modesto numero di parassiti, in particolare quando scarseggiano le femmine adulte

2) andrebbe sempre fatta anche la ricerca di microfilarie mediante test di Knott, al fine di migliorare la sensibilità della ricerca e di trovare eventuali infestazioni miste con altre specie di filiarie

3) i test antigenici possono dare dei risultati falsamente positivi in caso di infestazione con Angiostrongylus o Spirocerca

Per coloro che vogliono approfondire l'argomento vi invitiamo a leggere l'intero PDF allegato.

Luigi Venco

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-11-18 - 14:37:12
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, un recente studio ha valutato l'effetto del sovrappeso sui risultati di laboratorio (ematologia e biochimica) nel cane.

L’obesità è considerata una vera condizione patologica che in alcuni animali e nell’uomo si associa ad una condizione pro-infiammatoria cronica. Gli adipociti in ecceso infatti tendono a rilasciare una maggior quantità di proteine pro-infiammatorie che si pensa possano contribuire alle numerose condizioni patologiche associate all’obesità nell’uomo e negli animali (endocrinopatie, malattie muscolo-scheletriche, metaboliche, cardiocircolatorie, ecc.).

Visto che l’obesità inizia ad essere un problema anche negli animali d’affezione, un recente studio ha valutato l’effetto di un eccessivo stato di nutrizione sui risultati degli esami di laboratorio (Radakovich et al, Veterinary Clinical Pathology; 2017, 46:221-226).

 

Sono stati confrontati i risultati di esami di controllo preoperatori in due gruppi di cani sani; il primo costituito da soggetti in condizioni di nutrizione normali (240 cani), il secondo invece da pazienti in sovrappeso (116 cani).

I cani obesi mostravano alterazioni rispetto ai cani sani nei seguenti rilievi:

1) Leucociti: risultavano leggermente più alti, con neutrofilia e modica monocitosi

2) Proteine: erano più alte nei pazienti in sovrappeso rispetto ai normali, con un aumento sia di albumine che di globuline

3) Elettroliti: alcuni elettroliti (calcio, sodio, potassio) risultavano leggermente aumentati nei pazienti obesi, mentre il cloro risultava diminuito

Gli autori ritengono che queste lievi alterazioni, clinicamente poco rilevanti vista l’entità delle differenze tra i pazienti normali e quelli sovrappeso, siano tuttavia riconducibili ad una riduzione della quota di acqua libera nel plasma dei pazienti obesi oltre che ad un possibile stato infiammatorio cronico sub-clinico e/o di stress cronico.

Walter Bertazzolo

 



  • Creato il: 2017-09-12 - 12:09:31
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, vi sottoponiamo questa settimana questo interessante articolo pubblicato recentemente su Veterinary Pathology: 

Furrow et al. Glomerular lesions in proteinuric miniature schnauzer dogs. Vet Pathol 2017. 54: 484-489.

Gli autori hanno revisionato le alterazioni glomerulari renali in un gruppi di schnauzer nani, razza in cui si può esservare iperlipemia idiopatica e proteinuria. Lo studio apre nuovi scenari per lo studio e la gestione clinica di questi pazienti. Per chi volesse leggere un riassunto del lavoro, può scaricare il PDF allegato. Buona lettura.

Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2017-07-10 - 08:20:40
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Di Laura Marconato, Med. Vet. Dipl ECVIM (Oncology), consulente del laboratorio MyLav per l'Oncologia.

Il mastocitoma è il tumore cutaneo più comune nel cane. In molti casi la chirurgia è curativa; tuttavia, in presenza di metastasi, l’approccio terapeutico è più complesso e si devono prendere in considerazione numerose variabili per scegliere la strategia migliore. La presenza di metastasi a distanza, valutabile mediante diagnostica per immagini e citologia degli organi target, è stata storicamente associata ad una prognosi infausta, con tempi di sopravvivenza di 2-3 mesi, indipendentemente dalla scelta terapeutica messa in atto.

Grazie alla collaborazione tra oncologi medici e patologi italiani è stato condotto uno studio prospettico su 45 cani con mastocitoma in stadio IV (quindi con metastasi a distanza), recentemente pubblicato su Veterinary and Comparative Oncology, la rivista di riferimento per l’oncologia veterinaria (Pizzoni S, Sabattini S, Stefanello D, Dentini A, Ferrari R, Dacasto M, Giantin M, Laganga P, Amati M, Tortorella G, Marconato L. Features and prognostic impact  of distant metastases in 45 dogs with de novo stage IV cutaneous mast cell tumours: A prospective study. Vet Comp Oncol. 2017 Feb 23. doi: 10.1111/vco.12306).

Studiando le caratteristiche di questo gruppo di cani, abbiamo evidenziato alcuni fattori prognostici positivi, che si accompagnano ad una più lunga sopravvivenza, contrariamente a quanto fino ad ora riportato. Nello specifico, cani asintomatici con mastocitoma cutaneo di dimensioni inferiore a 3 cm e senza infiltrazione del midollo osseo sono candidati per una terapia multimodale, volta ad ottenere il controllo locale e a distanza (quindi chirurgia e/o radioterapia e terapia medica con chemioterapia tradizionale e/o farmaci a bersaglio). Abbiamo inoltre evidenziato che una piccola percentuale di cani (10%) mostra metastasi a distanza senza il coinvolgimento del linfonodo satellite: questi soggetti sembrano avere una sopravvivenza decisamente più lunga.

Da questo studio emerge come un’attenta valutazione del bilancio di estensione (staging) sia fondamentale per definire la prognosi: in particolare, è sempre opportuno ricorrere alla valutazione citologica ed istopatologica non solo del tumore primitivo, ma anche del linfonodo regionale, oltre che alla valutazione citologica di fegato, milza e midollo osseo. Un piccolo passo avanti!

Laura Marconato.



  • Creato il: 2017-05-14 - 20:59:17
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, pubblichiamo questa settimana un riassunto relativo ad una recente review pubblicata sul prestigioso Journal of Feline Medicine and Surgery, riguardante gli effetti dell'ipertiroidismo sulla funzione renale dei gatti.

Come al solito vi alleghiamo un riassunto dell'articolo, buona lettura.

Ugo Bonfanti

Tratto da: 

 

Effects of feline hyperthyroidism on kidney function: a review

Vaske HH et al. – Journal of Feline Medicine and Surgery

2016; Vol 18 (2); pagg.55-59

 

 



  • Creato il: 2017-02-24 - 18:27:53
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi appassionati di endocrinologia, vi siete mai chiesti quale possa essere l'utilità della sola cortisolemia basale nella diagnosi di ipoadrenocorticimso canino? Ebbene, per rispondere a questa domanda, vi sottoponiamo questa settimana un recente articolo pubblicato sul JVIM da autori americani. Come vedrete la sola cortisolemia basale spesso è utile, sopprattutto per escludere la malattia (un valore basale >2 ug/dL tende ad escludere il morbo di Addison con certezza pressoché assoluta). Valori estremamente bassi di cortisolo basale (<0,8 ug/dL) sono invece molto suggestivi di Addison. Valori border-line di cortisolo basale (0,8-2 ug/dL) sono dubbi e vanno sempre verificati anche con il cortisolo post-ACTH.

Come al solito vi alleghiamo un riassunto in italiano del lavoro. Per chi invece volesse leggere interamente l'articolo originale, può scaricarlo liberamente sul sito della rivista.

Buona lettura.

Tratto da: Gold AJ et al (2016) Evaluation of basal serum or plasma cortisol concentration for the diagnosis of hypoadrenocorticism in dogs. J Vet Intern Med 30: 1798-1805.



  • Creato il: 2017-01-14 - 17:36:35
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 18/01/2017 - 09:45:49
    Caro Federico, concordo con te assolutamente. Innanzi tutto quello che abbiamo riassunto nel blog sono le conclusioni dello studio nello specifico. Un valore di cortisolemia basale normale esclude con…
  • immagine di Federico Fracassi
    Federico Fracassi  veterinario  ha scritto: 17/01/2017 - 11:01:10
    Questo articolo è simile a molti altri, tutti concordano sul fatto che un cortisolo basale >2 mcg/dl permette di escludere con certezza il Morbo di Addison. Nella mia esperienza, con valori di cortisolo…
Leggi tutto

Una review recentemente pubblicata sul prestigioso Journal of Feline Medicine and Surgery da autori italiani (Traversa & Di Cesare) ha riassunto gli aspetti epidemiologici, clinici, diagnostici e terapeutici delle infestazioni da nematodi polmonari nel gatto.

A tale proposito si ricorda l'importanza di eseguire correttamente l'esame delle feci per la ricerca delle forme larvali degli strongili e delle uova di Capillaria sp., anche ricorrendo a tecniche di concentrazione (di Baermann per le larve e di flottazione per le uova). Sebbene l'esame citologico di campioni mediante BAL o FNA polmonare possano risultare diagnostici (vedi foto a fianco), questa procedura non è da considerarsi di prima scelta nella ricerca degli agenti infestanti, a causa dei rischi ad essa correlati nei pazienti con segni clinici severi.

In allegato potrete scaricare liberamente un breve riassunto della review oltre che una tabella riassuntiva relativa alle differenti opzioni terapeutiche attualmente disponibili.

Buona lettura.

Luigi Venco, EVPC Diplomate, Consulente per la parassitologia del laboratorio LaVallonea

Walter Bertazzolo, ECVCP, Direttore Scientifico, Laboratorio LaVallonea

 



  • Creato il: 2016-12-09 - 16:35:43
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, questa settimana, nel nostro blog di aggiornamento bibliografico, vi proponiamo il riassunto di un interessante articolo appena apparso sul prestigioso Journal of Feline Medicine & Surgery, in cui sono stati analizzate le caratteristiche elettroforetiche dei gatti affetti da FIP negli ultimi 10 anni. Come vedrete non mancano le sorprese...

Per chi volesse leggere l'intero articolo, qui di seguito la referenza da ricercare. In allegato invece il PDF riassuntivo dello studio.

Ugo Bonfanti

 

 

 

 

Frequency of electrophoretic changes consistent with feline

infectious peritonitis in two different time periods (2004–2009 vs 2013–2014)

Stranieri A et al. – Journal of Feline Medicine and Surgery 2016 DOI: 10.1177/1098612X16664389 jfms.com



  • Creato il: 2016-10-29 - 12:13:55
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 1
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 31/10/2016 - 13:17:44
    Molto interessante. Adesso siamo messi peggio. E' venuto meno uno dei capisaldi diagnostici di questa complessa malattia.
Leggi tutto

Tratto da:

Feline Exocrine Pancreatic Insufficiency:

A Retrospective Study of 150 Cases

Xenoulis P.G. et al. – Journal of Veterinary Internal Medicine 2016 Sep 19. doi: 10.1111/jvim.14560. [Epub ahead of print]

Cari colleghi, questa settimana vi riassumiamo un articolo recentemente comparso sul Journal of Veterinary Internal Medicine relativo ad uno studio sull'EPI (exocrine Pancreatic Insufficiency) del gatto.

In base a questo studio emerge chiaramente come alcuni rilievi clinici di questa patologia felina siano differenti da quelli ben conosciuti dell'EPI canina, mentre la diagnosi definitiva si basa come nel cane sul riscontro di bassi livelli di TLI sierico.

Come al solito il riassunto dell'articolo è scaricabile in allegato, mentre per chi fosse interessato al lavoro originale, ricordo che sul sito di JVIM tutti gli articolo nello storico sono accessibili gratuitamente.

Buona lettura, Ugo Bonfanti



  • Creato il: 2016-10-05 - 11:10:21
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Cari colleghi, questa settimana vi sottoponiamo un lavoro recentemente pubblicato da colleghi italiani, tra cui il nostro consulente in gastro-enterologia Enrico Bottero, sulla prestigiosa rivista inglese Journal of Small Animal Practice.

In questo studio vengono confrontate tra loro diverse tecniche diagnostiche al fine di rilevare quale sia l'approccio migliore per una corretta diagnosi differenziale tra IBD e linfoma felino. In allegato potrete scaricare liberamente un riassunto in PDF del lavoro, buona lettura.

Ugo Bonfanti



  • Creato il: 2016-09-13 - 13:29:08
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 02/12/2016 - 19:20:47
    Ciao, puoi inviare dei campioni citologici strisciati su vetrino degli organi colpiti, o in caso di biopsia istologica, invece che mettere il campione in formalina, puoi refrigerarlo/congelarlo ed inviarlo…
  • immagine di CLINICA VETERINARIA  CASTEL SAN GIOVANNI
    CLINICA VETERINARIA CASTEL SAN GIOVANNI  veterinario  ha scritto: 01/12/2016 - 16:43:03
    In previsione di esame con PARR il campione come deve essere preparato dato che la formalina può determinare falsi negativi?
Leggi tutto

Cari colleghi, in merito all'ultimo Blog di citologia postato, relativo ad un comune caso di istiocitoma canino, vi vorremmo sottoporre un recente articolo pubblicato sul Journal of Small Animal Practice che descrive 8 casi anomali. In questi 8 cani infatti, la neoformazione cutanea si accompagnava a metastasi linfonodali regionali, che avevano tuttavia spesso una prognosi favorevole.

In allegato potete scaricare liberamente un riassunto del lavoro, preparato da Ugo Bonfanti. Buona lettura.

 

 

Tratto da: 

Retrospective characterisation of solitary cutaneous histiocytoma with lymph node metastasis in eight dogs

Faller M. et al. – Journal of Small Animal Practice 2016 DOI: 10.1111/jsap.12531



  • Creato il: 2016-09-02 - 07:28:59
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 3
  • immagine di Ugo Bonfanti
    Ugo Bonfanti  veterinario  ha scritto: 08/09/2016 - 08:55:34
    Ciao Pino. Sì, io lo farei sistematicamente comunque, ovviamente se megalico. Magari è meglico per altri motivi indipendenti dall'istiocitoma. In linea di massima per me vale sempre la pena. Ugo
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 07/09/2016 - 12:44:02
    Considerando comunque l'evoluzione generalmente favorevole della patologia anche in corso di metastasi linfonodale, ha un senso fare sistematicamente anche cito del linfonodo tributario? In base alla…
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 05/09/2016 - 14:32:31
    Grazie, Ugo
Leggi tutto

Cari colleghi, in questo nuovo blog di aggiornamento bibliografico, vi proponiamo un recentissimo articolo relativo all'utilizzo di un sistema classificativo citologico per stabilire il grado dei mastocitomi del cane. L'uitilizzo di questo sistema sembra ben correlarsi con la nuova classificazione istopatologica di Kiupel in soli due gradi (basso ed alto grado) ed avere significato prognostico.

In allegato potete scaricare liberamente il PDF riassuntivo dell'articolo pubblicato su Veterinary Pathology.

Buona lettura, Ugo Bonfanti



  • Creato il: 2016-08-05 - 17:15:24
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 1
  • immagine di Giuseppe Menga
    Giuseppe Menga  ha scritto: 08/08/2016 - 11:12:05
    Interessante, grazie.
Leggi tutto

Tratto da: 

Adverse urinary effects of allopurinol in dogs with leishmaniasis

Torres M. et al. – Journal of Small Animal Practice Medicine, 57: 299-304; 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

Esempio di sedimento urinario contenente numerosi cristalli di xantina

 

Cari colleghi, in questo nuovo blog di aggiornamento bibliografico ci occuperemo degli effetti collaterali dell'uso dell'allopurinolo per il trattamento di mantenimento della lesihmaniosi canina. Come comunemente sperimentato da chi utilizza spesso questo farmaco, la formazione di uroliti e cristalli di xantina è un evenienza comune. Nel riassunto allegato al Blog, troverete i risultati dell'articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista inglese Journal of Small Animal Practice.

Buona lettura, Ugo Bonfanti & Walter Bertazzolo



  • Creato il: 2016-07-07 - 19:29:17
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 4
  • immagine di Giuseppe Febbraio
    Giuseppe Febbraio  veterinario  ha scritto: 22/02/2019 - 16:02:11
    E' responsabilità del medico veterinario utilizzare diete di comprovata efficacia clinica.
  • immagine di Giuseppe Febbraio
    Giuseppe Febbraio  veterinario  ha scritto: 22/02/2019 - 15:47:53
    Mantenendo il corretto dosaggio di allopurinolo è necessario apportare modifiche della dieta al fine di evitare cristalluria di Xantina. In questo caso diete epatiche, diete ad eliminazione, renali o…
  • immagine di Luigi Venco
    Luigi Venco  veterinario  ha scritto: 21/02/2019 - 01:17:42
    Oltre a stimolare la diuresi, alcalinizzare le urine, controllare eventuali infezioni delle vie urinarie e somministrare una dieta a basso di tenore di purine, se la situazione al monitoraggio ecografico…
  • seguono altri commenti
Leggi tutto

Cari colleghi, in questo nuovo Blog di aggiornamento bibliografico vi riassumiamo un recente articolo che ha descritto una condizione poco conosciuta in medicina veterinaria, la trombocitopenia causata da una completa aplasia megacariocitica midollare nel cane.

Questa condizione è stata recentemente descritta da Cooper e collaboratori su un recente numero del Journal of Small Animal Practice. Per chi fosse interessato all'argomento, vi alleghiamo un PDF che riassume i risultati dello studio, mentre vi rimandiamo all'articolo originale se siete interessati ad una lettura integrale.

Buon aggiornamento, Ugo Bonfanti

 



  • Creato il: 2016-06-10 - 13:38:00
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

In questo nuovo blog di aggiornamento bibliografico, vorremmo sottoporvi questo recente articolo pubblicato sul Journal of Veterinary Internal Medicine, in cui gli autori hanno studiato l'incidenza dell'anemia nei pazienti ospedalizzati in condizioni critiche, oltre alla possibile correlazione con procedure mediche e chirurgiche.

Tratto da: Hospital-acquired Anemia in Critically Ill Dogs and Cats: A Multi-Institutional Study

 Linch A.M et al. – Journal of Veterinary Internal Medicine 30: 141-146; 2016

 
  • L’anemia rappresenta un rilievo laboratoristico comune nel paziente critico. Eziologia, entità e cronicità dell’anemia influiscono le strategie terapeutiche del paziente, ed in particolare eventuali pratiche trasfusionali.

  • L’anemia del paziente ospedalizzato rappresenta un rilievo frequente nelle unità di terapia intensiva degli ospedali umani. Flebotomie ripetute, scarsa risposta del midollo ematopoietici ed uno stato di iposideremia cronica, sono responsabili dello sviluppo di anemia in pazienti umani.

  • Le informazioni in medicina veterinaria sono limitate. In uno studio nel gatto è stata dimostrata l‘insorgenza di anemia nel 74% dei pazienti che non erano anemici al momento dell’ospedalizzazione. Gli stessi pazienti necessitavano di un periodo di degenza maggiore rispetto ai non anemici.

  • In questo lavoro è stata pertanto studiata la prevalenza dell’anemia, l’associazione tra sviluppo di anemia, flebotomie, pratiche trasfusionali, durata dell’ospedalizzazione ed esito finale.

  • Sono stati inclusi 688 cani e 163 gatti. 567 pazienti erano affetti da patologie mediche e 284 da patologie chirurgiche.

  • Al momento dell’ospedalizzazione, la prevalenza dell’anemia era del 32% (272/851), presente nel 30% di cani (210/688) e nel 49.7% (81/163) di gatti. Al momento della dimissione (fine ospedalizzazione), la prevalenza dell’anemia saliva al 56.3% (479/851), presente nel 57.1% (393/688) di cani e nel 52.7% (86/163) di gatti.

  • I gatti erano significativamente più a rischio di sviluppare anemia rispetto ai cani, ma questi ultimi, se sviluppavano anemia, era meno probabile che sopravvivessero dopo la dimissione. Il rischio di sviluppare anemia nel corso dell’ospedalizzazione era significativamente maggiore nei soggetti ospedalizzati per motivi chirurgici, rispetto a quelli per motivi medici.

  • I pazienti che si anemizzavano durante l’ospedalizzazione subivano un numero significativamente superiore di prelievi di sangue (flebotomie), rispetto a quelli che non sviluppavano anemia.

  • Concludendo:

  1. Lo studio in oggetto conferma che l’anemia rappresenta evenienza frequente nel paziente ospedalizzato nelle unità di terapia intensiva, nonostante l’elevata prevalenza al momento dell’ospedalizzazione.

  1. Sembra si verifichi un’apparente associazione tra l’insorgenza o il peggioramento dell’anemia ed i successivi e continui prelievi di sangue (flebotomie). Tale rilievo giustifica approfondimenti relativi all’impatto reale dei prelievi di sangue (in termini sia di numero, sia di volume di sangue prelevato).

  1. L’esito finale nei cani che tendevano a sviluppare anemia era con più frequenza infausto, rispetto ai gatti.

  1. Sembra opportuno e prudente istituire misure atte a limitare l’anemia in corso di ospedalizzazione nel paziente critico, quali ad esempio prelevare piccole quantità di sangue, limitando pertanto la quantità di sangue prelevato all’essenziale.

 

 Per chi fosse interessato vi alleghiamo un PDF riassuntivo del lavoro oltre all'articolo originale. Buona lettura.

Ugo Bonfanti

 

 



  • Creato il: 2016-05-02 - 15:57:16
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 09/05/2016 - 13:48:11
    Ciao Massimo, io non ne ho mai sentito parlare, credo sia davvero difficile da dimostrare in pratica, se non con prove di fisiologia di ricerca su animali da laboratorio walter
  • immagine di massimo pelizza
    massimo pelizza  veterinario  ha scritto: 05/05/2016 - 10:38:40
    è un problema che mi pongo sempre soprattutto con i gatti e ancora di piu' con i gattini . una domanda : per un prelievo , ad esempio , di un millilitro , quanto sangue effettivamente perso dal paziente…
Leggi tutto

Di Silvia Benali e Luca Aresu

Tratto da:

Correlation of Urine and Serum Biomarkers with Renal Damage and Survival in Dogs 

with Naturally Occurring Proteinuric Chronic Kidney Disease

J.A. Hokamp, R.E. Cianciolo, M. Boggess, G.E. Lees, S.L. Benali, M. Kovarsky, and M.B. Nabity

Journal of Veterinary Internal Medicine 2016;30:591–601

 

INTRODUZIONE

La malattia renale cronica è una condizione patologica caratterizzata da perdita progressiva della funzione renale. Si riscontra frequentemente nel cane e può riconoscere varie cause scatenanti.
La proteinuria, tipicamente quantificata misurando il rapporto tra proteina e creatinina urinaria (PU/CU), è un indicatore sensibile e precoce di malattia renale.
La presenza nelle urine di proteine ad alto peso molecolare indica un danno glomerulare, mentre l’identificazione di proteine a basso peso molecolare è ritenuto più specifico per un danno tubulare.
Attualmente la biopsia renale rappresenta il gold standard per identificare il tipo di danno renale ma rappresenta una procedura invasiva e non sempre applicabile.
Mancano quindi metodi diagnostici non invasivi, sensibili e specifici in grado di identificare precocemente un danno renale e caratterizzare il meccanismo patologico sottostante.

SCOPO DEL LAVORO E MATERIALI E METODI

Testare nuovi marcatori URINARI di Danno renale, in associazione alla valutazione patologica del danno glomerulare e tubulo interstiziale, con l’obiettivo di determinare se tali marcatori forniscono informazioni sulla presenza/assenza ed entità di danno glomerulare e/o tubulo interstiziale
Lo studio è stato svolto su 180 cani con patologie renali di vario tipo e di cui fossero disponibili urina, siero e tessuto renale (quest’ultimo esaminato tramite tecniche di microscopia ottica, elettronica ed immunofluorescenza secondo le linee guida WSAVA Cianciolo RE et al Vet Pathol 2015;53:113–135)
Parametri analizzati:

Parametri convenzionali di valutazione della funzionalità renale: creatininemia, PU/CU, peso specifico urinario
Nuovi marcatori: Immunoglobuline G (IgG) urinarie e sieriche; Immunoglobuline M (IgM) urinarie e sieriche (IgM); retinol binding protein (RBP) urinaria e sierica; neutrophil gelatinase-associated lipocalin (NGAL) urinaria e sierica; N-acetyl-b-D-glucosaminidase urinaria (NAG)

RISULTATI

180 cani di età compresa tra 2 mesi e 14 anni
44.4% femmine sterilizzate; 31.7% maschi castrati; 13.9% maschi interi; 10% femmine intere
Numerose razze rappresentate
Diagnosi: 34,4% Glomerulonefrite immunomediata; 26,1% Glomerulosclerosi; 10% Amiloidosi, 17,8% Altre nefropatie; 8,3% Patologie tubulari primarie; 3,3% Normale o non diagnostico
Parametri urinari:

buona correlazione tra i nuovi parametri testati, con PU/CU e con la presenza di danno renale
molecole ad alto peso molecolare (tra cui IgG ed IgM) maggiormente correlate con danno glomerulare
incremento di IgM e NAG specificamente associato a glomerulonefriti immunomediate

Parametri sierici:

scarsa correlazione tra i parametri analizzati e il danno renale
il valore di creatininemiapresenta la maggiore correlazione con la gravità di danno tubulointerstiziale

Un incremento di creatininemia, delle escrezioni frazionate di IgM, RBP, NGAL, IgG, nonché incremento di uRBP/c,e della gravità del danno morfologico sono SIGNIFICATIVAMENTE ASSOCIATI AD UN MINOR TEMPO DI SOPRAVVIVENZA (i più rilevanti: creatininemia, escrezione frazionata di IgM e il danno glomerulare tramite microscopia elettronica)

DISCUSSIONE

Dei 5 nuovi parametri analizzati molto appaiono correlati con la presenza/gravità di danno renale glomerulare, tubulo interstiziale o entrambi
PARAMETRI CONVENZIONALI di funzionalità renale (creatinemia e PU/CU) sono buoni indicatori di danno renale
Creatininemia: miglior parametro indicativo del danno tubulo interstiziale anche se più tardivo

NB. nei cani di piccola taglia e/o con danno muscolare può essere di difficile interpretazione

PU/CU ottimo parametro per valutare il danno glomerulare. Parametro sensibile in grado di identificare un danno glomerulare lieve (evidente a livello ultrastrutturale)
NUOVI PARAMETRI potrebbero fornire informazioni AGGIUNTIVE sul tipo di danno (glomerulare/tubulare; glomerulopatia immunomediata/non-immunomediata) ed informazioni prognostiche
La valutazione di IgM e  NAG urinari appaiono potenzialmente utili per identificare una patologia immunomediata
La BIOPSIA RENALE valutata tramite microscopia ottica, elettronica ed immunofluorescenza rimane attualmente il gold standard per la diagnosi. 

Per chi fosse interessato a leggerlo integralmente, vi alleghiamo l'articolo originale.



  • Creato il: 2016-04-07 - 15:33:13
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 1
  • immagine di AMBULATORIO VETERINARIO AVERNO DOTT. CARLO DAMIANI
    AMBULATORIO VETERINARIO AVERNO DOTT. CARLO DAMIANI   veterinario  ha scritto: 09/04/2016 - 10:26:11
    bellissimo ed interessante ....grazie
Leggi tutto
immagine Utilità clinica di alcuni test di laboratorio per la diagnosi di pancreatite acuta nel cane

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da 

Clinical Utility of Diagnostic Laboratory Tests in Dogs with Acute Pancreatitis: a Retrospective Investigation in a Primary Care Hospital

Yuki M. et al. – Journal of Veterinary Internal Medicine, 30: 116-122; 2016

A cura di Ugo Bonfanti

Cari colleghi, in questo nuovo Blog di aggiornamento bibliografico vi proponiamo un riassunto dell'articolo sopra citato, relativo alla valutazione dell'utilità clinica di alcuni test di laboratorio nella diagnosi della pancreatite acuta del cane.

Troverete in allegato il PDF del riassunto dello studio e l'articolo originale, per chi volesse leggerlo integralmente, buona lettura.

 

 

 



  • Creato il: 2016-03-24 - 13:37:30
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 0
Non ci sono commenti al momento.

Autore: Giuseppe Febbraio, Consulente del Laboratorio LaVallonea

 

 

In questo nuovo blog di aggiornamento bibliografico vi proponiamo un recente articolo  comparso sul Journal of Veterinary Internal Medicine, nel quale è stata studiata l'efficiacia  terapeutica della somministrazione per via orale di VitB12 in pazienti canini con enteropatia.

Vi  ricordo, per chi fosse interessato alla versione integrale, che l'articolo è disponibile e liberamente scaricabile sul sito  Web della rivista. Il PDF in allegato è un riassunto dei risultati dello studio. Buona lettura e  buon aggiornamento.

 

Tratto da : Oral Cobalamin Supplementation in Dogs with Chronic Enteropathies and Hypocobalaminemia (Toresson L. et al. Journal of Veterinary Internal Medicine, 30: 101-107; 2016)

 

 



  • Creato il: 2016-03-01 - 10:15:06
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 3
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 08/08/2017 - 07:29:55
    Caro Lorenzo, ecco cosa mi ha risposto Giuseppe Febbraio in merito, se hai bisogno altri consigli puoi conttattarlo direttamente su MyLav perchè i comenti ai blog vecchi sono più difficili da controllare.…
  • immagine di Giuseppe Febbraio
    Giuseppe Febbraio  veterinario  ha scritto: 07/08/2017 - 22:06:52
    Ciao Lorenzo infatti hai ragione, il prodotto utilizzato nello studio (Cobalequin 250 e 1000 microg) non si trova ancora in Italia e i vari integratori veterinari a nostra disposizione non sono di aiuto…
  • immagine di LORENZO PARISI
    LORENZO PARISI  veterinario  ha scritto: 07/08/2017 - 14:45:02
    Buonasera, ripensando ad un mio caso clinico e rileggendo questo articolo, non mi risulta chiara la metodica di supplementazione utilizzata: le compresse utilizzate nello studio contenevano 1 mg di principio…
Leggi tutto

IPERLIPEMIA DEL CANE: QUALE APPROCCIO CLINICO?

Di Ugo Bonfanti, Med. Vet. DiplECVCP, Laboratorio LaVallonea

Iniziamo una nuova rubrica del nostro blog, l'aggiornamento bibliografico. 

Con queste news riassumeremo una pubblicazione internazionale recente relativa ad argomenti di particolare interesse clinico e laboratoristico.

Incominceremo con una problematica comune nella pratica clinica: la lipemia.

Nella pratica quotidiana è frequente il riscontro di campioni sierici/plasmatici lipemici. L'aspetto macroscopico, legato ad una elevata concentrazione di trigliceridi ed eventualmente anche di colesterolo, può riconoscere molte cause, oltre che essere responsabile di problemi analitici in laboratorio.

Nel documento allegato vengono riassunte le linee guida essenziali per identificare la causa di lipemia nel cane, secondo quanto recentemente pubblicato in una Review sulla prestigiosa rivista inglese Journal od Small Animal Practice.

Ref: Xenoulis & Steiner (2015) Canine hyperlipedaemia. Journal of Smaall Animal Practice, 56: 595-605.

 



  • Creato il: 2016-02-08 - 12:58:09
  • Postato da: Walter Bertazzolo
  • Categoria: Aggiornamento bibliografico

Commenti: 2
  • immagine di Walter Bertazzolo
    Walter Bertazzolo  veterinario  ha scritto: 09/03/2016 - 22:39:08
    Ecco cosa viene riassunto in una tabella sull'articolo: Omega-3 fatty acids 200 to 300 mg/kg, every 24 hour Gemfibrozil 10 mg/kg every 12 hours orally Bezafibrate 4 to 10 mg/kg, every 24 hours orally…
  • immagine di Mariangela
    Mariangela  veterinario  ha scritto: 08/03/2016 - 18:16:51
    Molto interessante. Quali sono i dosaggi della Niacina? Quale tra le statine è la migliore? dosaggi ? Grazie mille ;)
Leggi tutto